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martedì 8 gennaio 2019

Historica 75: la Brigata Ebraica

Come nel caso de I Cosacchi di Hitler anche in questo volume la guerra è più che altro lo spunto di partenza per una narrazione più estesa. La Brigata Ebraica prende l’avvio nel giugno 1945 quando Ari e Leslie, membri della divisione del titolo, incontrano in Polonia la giovane Safaya Mehringer nel corso di uno dei loro raid a caccia di criminali nazisti. Il primo episodio, Il giustiziere, è un’avvincente fuga attraverso l’Europa appena liberata dall’incubo della Seconda Guerra Mondiale ma ancora profondamente segnata dalle sue brutture, e per nulla liberata dall’antisemitismo.
Il secondo episodio, TTG, ruota attorno alla caccia all’ex SS-Sturmbannführer Eckhart Krause, prossimo a fuggire in Argentina, mentre si aprono squarci sul passato di Leslie. Alcuni colpi di scena ben piazzati (tra cui l’esilarante rivelazione su cosa significasse l’acronimo del titolo) non bastano a risollevare una storia che in certi passaggi è un po’ confusa e che scade nel ridicolo involontario con un’apparizione del Mortimer di Jacobs – Blake apparirà nel terzo e conclusivo episodio.
Il trittico si risolleva nettamente con Hatikva, in cui l’azione si sposta nella Palestina del 1948: il contesto è decisamente più originale di quello della Seconda Guerra Mondiale, Marvano scrive con documentatissimo coinvolgimento e lo snodo finale della vicenda è intelligente e originale (anche se la bandiera risolutiva non ha sempre un disegno coerente). Rimane forse un certo senso di incompiutezza, anche perché La Brigata Ebraica si basa su una struttura della tavola assai povera con poche vignette per pagina, oltre al fatto che certi elementi del passato dei protagonisti, in particolare la figura di Erika Pasternak (che se ho ben capito in origine aveva pure l’onore di una copertina), vengono solo accennati.
Questo volume avrebbe potuto essere una bella storia d’avventura, coinvolgente e piena di momenti drammatici (ma bilanciati da altri più leggeri e divertenti), non un capolavoro ma un fiore all’occhiello di Historica, se non fosse per i disegni di Marvano. Sarà pure bravo a raccontare per immagini, vedi la sequenza quasi del tutto muta a pagina 22, ma il suo tratto scarno e impreciso toglie gusto alla lettura, tanto più che i personaggi possono cambiare fisionomia di vignetta in vignetta e a seconda dell’estro del momento ingrassano e dimagriscono, così come pure la lunghezza dei loro arti è variabile senza alcun criterio. I disegni influiscono pesantemente anche sul tempo di lettura, assai ridotto, perché se gli sfondi sono quattro pennellate in croce o sono del tutto assenti uno non può nemmeno fermarsi ad ammirarli come dovrebbe succedere con un fumetto franco-belga. Il colorista Bérengère Marquebreucq fa un buon lavoro, ma la base di partenza è quella che è.

venerdì 10 maggio 2013

Historica 7 - Berlino - Una città divisa



Certo che avrebbero potuto chiamarla direttamente Bellica, questa collana, invece che Historica. Vabbè, comunque:
Berlino è la raccolta di tre volumi che non hanno legami molto stretti tra di loro se non l’autore e, vagamente, l’ambientazione. Dopo aver realizzato la prima storia, I Sette Nani, nei primissimi anni ’90 Marvano ne ha fatto uno spin-off in due parti (di cui una non proprio congruente con l’altra, mannaggia...) tra 2005 e 2007.
La prima storia è sicuramente partecipata, molto documentata e frutto di una passione evidente ma non convince del tutto, o meglio non si eleva sopra altri prodotti analoghi (soprattutto se pensiamo che a Berlino è toccato l’ingrato compito di figurare dopo Le Sette Vite dello Sparviero, al cui confronto pochi altri fumetti possono reggere). Ai disegni Marvano cerca una via di mezzo tra Cosey e la marea di disegnatori americani che coniugavano tratto spezzato e grosse campiture di nero. Giuseppe Pollicelli nell’introduzione, spoilerosa come sempre, ravvisa delle somiglianze con lo stile di Frank Miller ma penso sia dovuto alla pratica di Marvano di indulgere ogni tanto in vignettine con primi piani per guadagnar tempo e spazio. Nel complesso, comunque, le tavole sono un po’ spoglie e disadorne per una BéDé. 
La storia si fa leggere, i personaggi sono stereotipati ma abbastanza interessanti pur senza suscitare particolari simpatie e sia all’inizio che alla fine del racconto si avverte una certa lentezza dovuta probabilmente all’inesperienza di Marvano come sceneggiatore. Un fumetto un po’ insipido che però penso piacerà agli amanti del genere.

Reinhard la Volpe è decisamente migliore, con un approfondito e documentato sguardo a un periodo storico forse poco conosciuto (ma tranquilli: sempre di guerra, appena trascorsa o incombente, si parla...) e con un protagonista tridimensionale.
Stavolta per i disegni, radicalmente diversi rispetto al primo episodio, Pollicelli usa come metro di paragone il Rodolfo Torti di Jan Karta e mi pare abbia colto nel segno: quelle anatomie improvvisate, quell’inchiostrazione alla meno peggio, quelle prospettive fantasiose, quelle capigliature impossibili, quelle architetture rese con tratto tremante e impreciso, quelle mani che sembrano passate sotto una schiacciasassi, quei chiaroscuri tutti da decifrare, quelle spiazzanti derive umoristiche, quelle espressioni di difficile interpretazione e quelle inquadrature troppo ardite tolgono molto del piacere della lettura. Anche il
colorista (Bertrand Denoulet per questo e il volume successivo, il primo l’ha colorato Claude Legris) ci mette del suo, e ogni tanto si lascia scappare un occhio sano che dovrebbe invece essere pesto oppure colora come labbra normali quelle che dovrebbero essere lorde di cioccolata. Ma come non capirlo: decifrare cosa ha voluto rappresentare Marvano può essere un pochino ostico, visto anche il suo scivolamento in alcune parti nel caricaturale tout-court.
La storia mi è sembrata un pochino inverosimile, esasperata: come può un ragazzino di 13 anni diventare una specie di Führer in sedicesimo? Ma se si supera questo scoglio (che poi magari potrà aver avuto benissimo una sua base storica) questa vicenda intricata e disincantata si legge con piacere. Peccato per i disegni.

L’ultimo episodio, I due figli dl re, è un po’ il Mister Blueberry di Marvano. Non succede nulla e assistiamo semplicemente alla lenta risoluzione di un’indagine per capire cosa sia successo dopo gli eventi di Reinhard la Volpe e come siano continuate le esistenze di alcuni personaggi – contraddicendo a volte quanto visto prima, forse Marvano avrà ricontrollato l’episodio precedente e si sarà accorto che certe cose non potevano essere successe negli anni in cui aveva ambientato certe sequenze. I personaggi sono ben delineati e il contesto storico e politico è ricostruito magnificamente, ma in definitiva viene da chiedersi perchè aggiungere anche questo tassello a una storia che era già perfettamente conclusa, e conclusa in maniera tale da dare ai vecchi protagonisti una particolare levatura quasi mitica che qui viene drasticamente ridimensionata. Avrebbe potuto essere la degna conclusione di una serie ben più lunga e articolata, ma così sembra solo un’appendice esageratamente lunga. Con quei disegni, poi...
Per fortuna l’uso smodato di didascalie non è poi così pesante perchè quello che viene narrato è avvincente e, lo confesso, i retroscena dei fatti storici per me sono una novità.

Non so se questo settimo volume di Historica sia finora effettivamente il più debole della collana come mi è sembrato appena finito di leggerlo. È meno pretenzioso di Memorie della Grande Armata e più originale del Gufo Reale, ma comunque un po’ deludente lo è stato. E poi mi sembra esagerato dedicare tre uscite su sette, quasi la metà, a serie d’aviazione ambientate durante la seconda guerra mondiale. O si propongono dei veri capolavori o è inevitabile, almeno per me che non amo il genere bellico, che alla fine stufino.

PS – eh, lo so che stavolta non sono riuscito a “stare sul pezzo” e a recensire l’ultimo Historica a ridosso della sua uscita, ma mi hanno tolto il drenaggio da poco e non sono riuscito ad andare in edicola per tempo.