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martedì 17 febbraio 2026

Speciale Tex n. 42: Inferno a Red Junction

Tex e Kit Carson arrivano giusto in tempo per salvare una donna dall’essere impiccata da alcuni brutti ceffi. Si tratta di Candice Madison, una volitiva ranchera che dichiara di non sapere perché sia stata attaccata. I due pard non se la bevono e decidono di seguirla nonostante il suo rifiuto di essere ulteriormente aiutata. Niente di sospetto nel suo ranch, ma nella vicina cittadina di Red Junction si scoprirà che è in corso una faida degna di Per un Pugno di Dollari: due fazioni si stanno facendo la guerra e la popolazione è terrorizzata; gli uomini di legge, poi, preferiscono tenersene alla larga vista la mortalità che il loro ruolo comporta. Candice ci si è trovata in mezzo perché non vuole cedere il suo ranch secondo le dinamiche che adottano entrambi i rivali, che prevedono lo sterminio di chi non accetta le loro misere offerte. Tex risolve la cosa mettendoli uno contro l’altro agendo di nascosto, ma in realtà come il ranger aveva intuito Candice non è innocente come voleva far credere e anche lei avrà il suo ruolo nella rovina finale dei due, pagandone le conseguenze.

La storia di Tito Faraci non è molto originale, nemmeno nei suoi aspetti secondari (uno dei due contendenti, l’ebefrenico Hughes, parla col ritratto del padre morto), ma è caratterizzata da una buona dose d’azione e un ritmo molto sostenuto che la fanno leggere d’un fiato arrivando alla fine con gusto.

Ma ovviamente l’attrattiva principale nonché il motivo stesso dell’esistenza dei volumi di questa collana è il disegnatore ospite, in questo caso un Horacio Altuna in grandissima forma nonostante l’età non più verde. Non so quanto la sua interpretazione di Tex, tanto giovanile da sembrare efebico (mentre Kit Carson a volte è quasi mefistofelico), troverà il plauso dei lettori storici. Forse anche i retini sono una novità per il ranger, come anche le anatomie e le fisionomie a volte quasi caricaturali per far recitare meglio i personaggi di contorno. Io ho gradito moltissimo l’espressività, il dinamismo, le inquadrature ragionate e la cura per i particolari delle sue tavole, anche se mi pare che nell’ultima ventina abbia accelerato bruscamente tralasciando i dettagli. Mi ha stupito vedere all’ultima Lucca che le tavole sono poco più grandi (se lo sono) del formato di stampa. Altuna gode evidentemente di una vista invidiabile e in effetti anche in quelle rare occasioni in cui gli ho parlato non ha mai inforcato occhiali.

I “Texoni” si segnalano ovviamente anche per i loro redazionali: nell’introduzione Graziano Frediani coglie l’occasione della presentazione di Altuna per offrire una panoramica sugli altri disegnatori ispanici di Tex; Gianmaria Contro intervista Altuna e Luca Barbieri fornisce una breve storia delle historietas – curiosamente cita molti particolari storici poco conosciuti ma ignora del tutto la Columba. Testi interessanti (chi l’avrebbe mai detto che Altuna avviò un allevamento di polli con Juan Dalfiume e che fu il fallimento dell’impresa a spingerlo a fare fumetti!) ma che rabbia vedere le strisce di Loco Chavez e le tavole di Time Out e Dopo il grande splendore riprodotte meglio qui che nella loro destinazione originale sulle riviste degli anni ’80…

venerdì 15 luglio 2022

Le Storie Cult 117: Il Serpente d'Argento

Il bello dei fumetti di Pier Carpi è divertirsi a trovare quei riferimenti arcani che da cazzaro esoterista (Alfredo Castelli docet) avrebbe potuto spargere nelle sue opere. Il brutto è che questi riferimenti possono non esserci o essere troppo ben nascosti per essere colti, cionondimeno una storia valida rimane tale a prescindere.

A introdurre la vicenda, presentata come una storia autentica, è nientemeno che Mark Twain, a cui un pubblico inizialmente deluso perché si aspettava da lui dei racconti divertenti chiede invece un approfondimento sulla leggenda indiana che ha appena narrato. Tra gli ascoltatori c’è anche Jack London, massone come Twain: sarà un caso?

Nel pieno delle tensioni per le imminenti guerre indiane, il tenente Warren (ma i nomi sono stati cambiati per preservare l’identità dei reali protagonisti di questa storia vera) viene mandato a recuperare la figlia del maggiore Sherman che è incautamente uscita dal forte. Perché un forte che si trova negli assolati territori degli Apaches si chiami Fort Snow, cioè “neve”, è un mistero. La neve di logica cade più a nord, magari arriverà pure un Uomo del Nord! Tornando alla ragazza, mica scema, questa Selina: in realtà l’ha fatto apposta perché sapeva che il padre le avrebbe mandato alle costole proprio il suo amato Warren con cui avrebbero potuto godersi qualche momento di intimità. Solo che il loro rendez-vous viene interrotto veramente dai ferocissimi indiani e una volta separati per tornare al forte i due assisteranno ognuno per conto proprio a dei fenomeni paranormali: Warren vede un esercito di cavalieri scheletrici, Selina assiste a un rito cui partecipa nientemeno che Wanito, il dio-padre del popolo rosso.

Purtroppo non potranno riferire l’accaduto se non qualche tempo dopo, visto che in occasioni diverse vengono sedati e fatti dimenticare dell’accaduto grazie al siero di cui sono intrise le armi indiane. Ma a causa dell’intervento del tenente-medico del fortino di cui non viene mai pronunciato il nome (scommetto che sua madre era vedova) salta fuori la leggenda del serpente d’argento, animale mitico che potrebbe portare alla gloria o alla rovina il popolo rosso a seconda di chi lo catturerà. Ovviamente il tenente-medico sa dove si trova la creatura, ma per raggiungerla dovrà usare l’istinto (vuoi vedere che di nome fa Hiram?).

Ad arricchire questo canovaccio ci sono le sottotrame del rampante capetto indiano che vorrebbe scalzare il capo in carica, secondo lui troppo morbido coi bianchi, e del rinnegato Rhum, un poco di buono che commercia in armi con gli indiani. E le guerre indiane senza quartiere ormai sono alle porte, per motivi ricordati con cinica lucidità dal maggiore Sherman.

Il Serpente d’Argento ricorre inevitabilmente a molti stereotipi del genere western, però li usa sapientemente e presenta anche grandi margini di originalità, non foss’altro che per la presenza di elementi sovrannaturali. Purtroppo non viene indicata da nessuna parte la fonte originaria del fumetto, e solo dopo una rapida ricerca ho scoperto che risale al 1977. Non c’è nulla di male, ovviamente, ma se si fosse trattato di un fumetto di una decina di anni prima (come inizialmente pensavo) si sarebbe potuto quasi gridare al capolavoro misconosciuto per il pionierismo con cui Carpi presenta delle figure femminili indipendenti e volitive, per il disincanto con cui raffigura gli indiani e per l’analisi semplice ma precisa che fa dei rapporti tra i nativi americani e i governanti statunitensi.

I disegni di Virgilio Muzzi sono buoni, il tratto sottile con cui delinea i contorni delle figure mi ha ricordato Alberto Giolitti. È anche vero però che alterna primi piani molto curati (evidentemente ispirati a fotografie) a sfondi talvolta affrettati o inesistenti. A integrare l’albo un’appendice di approfondimento sulla rappresentazione degli “indiani” e un editoriale in cui annunciando lo stop degli Speciali de Le Storie Gianmaria Contro parla della difficile situazione editoriale attuale.

Nel complesso Il Serpente d’Argento è stato una lettura gradevole e interessante, anche se non ci sono indiani massoni iniziati da Cagliostro che venerano Licio Gelli. O forse sì?

giovedì 13 febbraio 2020

Le Storie 89: La Giungla Nera

Ho preso questo numero de Le Storie irretito dall’intervista a Dante Spada sull’ultimo Fumo di China corredata da splendide immagini delle tavole a mezzatinta.
La vicenda è ambientata a Calcutta nel 1860 e forse, da quanto si legge nell’introduzione di Gianmaria Contro, potrebbe essere il seguito di un precedente numero della collana, ma è comunque perfettamente leggibile a se stante. Contro spiega anche di non voler incorrere nelle «ire degli anti-spoileristi più sfegatati» (visto, Gianni? così si fa) e pertanto non anticipa di chi sono le comparsate eccellenti che vedremo nel fumetto. D’altra parte non ci vuole molto intuito per capire di chi si tratti considerando il titolo.
Il giovane ispettore Cuthybeart viene spedito in India dove, nonostante la pessima impressione iniziale che fa ai maggiorenti locali a causa della sua goffaggine, riesce a risolvere il caso di una ragazza scomparsa. Ma il rinvenimento della ragazza è solo il primo tassello di un mosaico ben più grande, di un complotto in cui si troverà invischiato Cuthybeart sfidando alcuni dei potenti locali. Per sua fortuna, può contare sull’aiuto delle comparsate eccellenti di cui sopra.
I dialoghi di Paolo Morales (che io ricordo ancora come dignitoso clone di Mandrafina a metà anni ’80) sono talvolta pomposi ed enfatici forse per assecondare il tono della letteratura a cui fa riferimento, il ritmo della narrazione è invece scattante e moderno. Senza didascalie, si appoggia anche su stacchi vertiginosi che creano dei begli effetti incalzanti o persino umoristici, vedi il passaggio da pagina 11 a pagina 12.
Dal punto di vista grafico, i disegni non deludono le aspettative delle anteprime su Fumo di China. Spada ha usato una mezzatinta che a volte sembra essere stata integrata da qualche sfumatura di matita. I suoi personaggi sono espressivi e dinamici, ed è molto bravo a disegnare gli animali. Più che l’auspicata ristampa in grande formato citata sulla rivista, credo che le sue tavole trarrebbero più beneficio da una carta migliore: mi pare che proprio su Fumo di China, per quanto ridotte di formate, rendessero di più.
L’unico aspetto che inizialmente mi convinceva poco di questo albo era la copertina di Aldo Di Gennaro: sicuramente realizzata con maestria ma apparentemente fuori fuoco rispetto alle azioni salienti del fumetto. In realtà rappresenta una buona sintesi di quello che il lettore si appresterà a leggere, anche senza raffigurare il protagonista.