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sabato 2 maggio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Esclavo (1969)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Esclavo

Nel famigerato elenco di serie che Robin Wood sottopose a Fumo di China 26 figurava anche tale El Esclavo. In quel frangente Wood parlò proprio di serie e non di personaggi, quindi in teoria non si può giustificare la citazione di Hawk come deuteragonista di Mark o Dave y Booth»] distinto da Rio.

Ma torniamo a El Esclavo: un fumetto con questo titolo venne realizzato da Wood coi disegni di Lucho Olivera. Visto quello che dichiarò a Fumo di China evidentemente gli autori volevano ritentare il colpaccio e farne un nuovo successo sulla scia di Nippur, ma invece non ebbe seguito. Il fatto che nella prima tavola manchi l’indicazione «E-1» con cui la Columba segnalava i primi episodi di una serie non è indicativo: nei tardi anni ’60 non lo faceva ancora, e comunque come abbiamo visto e come vedremo ancora non era neppure una garanzia di programmata continuità.

La storia si svolge nella Micene di Agamennone e come intuibile ha per protagonista uno schiavo, un barbaro che proviene da un lontano paese caratterizzato da montagne innevate, grandi foreste e asce bipenni. È una di quelle storie in cui Wood si abbandona a un accorato lirismo con interpellazioni dirette al lettore, fortunatamente limitate all’inizio e alla fine. A differenza del padre anche lui schiavo che morirà «di vecchiaia e orgoglio», il giovane protagonista ha però una possibilità di riscatto, per quanto improbabile. La corte micenea ha organizzato infatti dei giochi per i giovani aristocratici a cui possono partecipare anche gli schiavi che hanno compiuto vent’anni, che saranno liberati in caso di vittoria: i partecipanti devono correre ad afferrare delle armi con cui sconfiggere gli altri. Solo che i nobili useranno bighe e cavalli mentre gli schiavi dovranno farcela a piedi. A questo spettacolo assistono protagonisti dell’epica omerica e non solo: Achille, Ulisse, Menelao, Nestore, Paride, Teseo, Patroclo, Aiace, Oreste, ecc. Una scelta bizzarra (teoricamente alcuni non avrebbero potuto incontrarsi nella stessa epoca) che trasporta la vicenda nell’ambito della mitologia piuttosto che della Storia.

Lo schiavo, dall’improbabile nome di Aifos (ma ricordiamoci dell’Aneleh di Nippur: un omaggio dello sceneggiatore a una certa Sofia?), userà il cervello e riuscirà a vincere conquistando la libertà. E per lui Ulisse e Nestore prevedono un glorioso futuro in cui sarà un temibile guerriero. Ma se questa fosse l’imbeccata per successivi episodi, come in effetti ha tutta l’aria di essere, la serie El Esclavo invece si conclude qui. Non esistono nemmeno evidenze di altre opere di Wood intitolate ad Aifos, immaginando che volesse usare il suo nome ora che tecnicamente non era più uno schiavo.

I disegni di Lucho Olivera, per quanto non del tutto maturi, sono decisamente riusciti. Se consideriamo come disegnava Nippur solo due anni prima o se ricordiamo alcuni suoi liberi anni ’60 visti anche su Lanciostory è innegabile che avesse intrapreso il cammino giusto che lo avrebbe poi portato all’eccellenza di metà anni ’70. C’è ancora qualche imprecisione ma fanno capolino anche quelle decalcomanie e quelle retinature creative presaghe dell’esplosione creativa a venire.

Nonostante El Esclavo dimostri tutti i suoi anni è comunque un fumetto affascinante, o forse è affascinante proprio perché dimostra tutti i suoi anni.

sabato 14 dicembre 2013

?

Poco fa in edicola ho visto questo allegato a Lanciostory:
(l'immagine l'ho presa da internet e potrebbe non corrispondere al 100% al prodotto reale)
Io però mi aspettavo questo mentre sia i nomi in copertina che la grafica che il titolo fanno pensare a una semplice ristampa di quanto presentato a suo tempo su Euracomix...
Qualcuno può confermare o smentire?

sabato 3 agosto 2013

Le compagne e le assistenti dei disegnatori argentini




Una cosa che mi ha sempre molto affascinato e incuriosito delle firme dei disegnatori argentini (alcune dei bellissimi loghi come quella di Salinas o dei piccoli spettacoli in sè, come quella di Carlos Vogt) era che talvolta erano “doppie”, ovvero accanto al nome del titolare ne compariva anche uno femminile. Si trattava del giusto credito a una collaboratrice oppure dell’omaggio a una compagna? Praticamente in tutti i casi in cui sono incappato la scrittura era la stessa del disegnatore, il che lascerebbe intendere che non si trattasse di una collaborazione.
I casi che ricordo per primi, forse perchè gli autori erano a me tra i più graditi e comunque molto presenti sulle pagine dell’Eura, sono quelli di Juan Gimenez, che “citava” tal Karin, e di Lucho Olivera, che omaggiava una certa Jessica.

Quella di Olivera si vede meglio qui:

Non erano però i soli, e nemmeno gli unici a citare un nome non molto ispanico. Beto Formento, ad esempio, dedica una vignetta del suo Qui la Legione a una Susy:

Che i bambini disegnati, palesemente tratti da fotografie, fossero i figli della coppia? En passant, povero Formento: chissà cosa sarebbe stato in grado di fare se gli avessero concesso di seguire lo stile che aveva mostrato nei tardi anni ’70 senza costringerlo a scimmiottare malamente Garcia Duran.
Un altro disegnatore minore (laddove “minore” indica spesso solamente sfortunato) che ha condiviso la sua firma con una donna è il prolifico ma misconosciuto Oscar Carovini, all’occorrenza anche dignitoso vice-Mandrafina. La sua assistente, o musa, o spasimata, o compagna, era in questo caso una certa Caty.

Rimanendo tra i disegnatori di seconda fila, il valido allievo dei Villagran Victor Toppi rende omaggio in questa splash page a una Andrea (nei paesi anglosassoni, germanofoni e ispanici – praticamente fa eccezione solo l’Italia – Andrea senza la “s” finale è un nome femminile).
Chiudo questa rassegna con una (anzi due) curiosità nella curiosità. Silvestre “Frank” Szilagyi cita Isabel in un fumetto che non apparve sulle pagine si Lanciostory o Skorpio (ma su Albo Varietà-Motori 12 del marzo 1981):

...ma qualche anno prima aveva riservato le sue attenzioni a una certa Monica:

giovedì 14 febbraio 2013

Sogno o son desto?

Sull'ultima Anteprima ho visto questo annuncio dell'Aurea:
Sì, è scritto proprio così:
Nel caso non fosse ancora chiaro:
Se fosse vero sarebbe una grande notizia. Come alla fine della Colonia Penale di Kafka, crediamo e aspettiamo.

domenica 28 ottobre 2012

Olivera-Dalì



Alejandro Jodorowsky racconta che quando tentò di scritturare Salvador Dalì per farlo recitare nel suo film Dune questi gli propose delle condizioni pazzesche. D’altronde era un surrealista, anzi l’unico vero surrealista a suo dire. Dio ha creato il giorno in sette giorno, ed essendo Dalì non inferiore a Dio, nemmeno lui avrebbe dovuto lavorare per più di una settimana. Ma il compenso richiesto era assurdo, più surreale che surrealista. Alla fine si accordarono per un’ora di riprese più altri contributi alla realizzazione del film, ma la cifra avrebbe comunque reso a Dalì, se il Dune di Jodorowsky fosse andato in porto, la palma dell’attore più pagato della storia del cinema.
Lucho Olivera probabilmente non ebbe lo stesso problema quando nel decimo capitolo del suo (e di Grassi) Ronar diede a uno dei personaggi le fattezze dell’artista.
Tra l’altro, quanto sarebbe bello rivedere in una degna edizione i lavori di Olivera dei tardi anni ’70...

martedì 6 dicembre 2011

"Dick Dinamite"

Ovvero Gunner ovvero Dick el Artillero. Strisce tratte da numeri sparsi del Guerin Sportivo del 1976 e 1977.

giovedì 6 gennaio 2011

"I Dimenticati": Luis Lucho Olivera (apparso originariamente su Fucine Mute 45)

Altre anatomie argentine: i dimenticati

Qualche tempo fa abbiamo parlato di come alcuni dei più grandi disegnatori della scuola argentina abbiano risolto ognuno a modo suo il problema dell’anatomia umana e della sua applicazione al fumetto. A rileggerlo oggi quel pezzo sembra poco più che un tentativo di sfondare una porta aperta; anzi, di aprire delicatamente una porta già abbondantemente sfondata e risfondata da altri…
Perché Zanotto, Altuna, Alcatena, Enrique Breccia e Alberto Salinas sono, chi più chi meno, delle star del fumetto riconosciute e celebrate da tanti. L’analisi della loro interpretazione dell’anatomia è in fondo l’ennesimo tributo che viene reso alla loro grandezza. Ma all’ombra di questi colossi esiste una moltitudine di disegnatori meno celebrati, meno fortunati e forse anche meno bravi, vittime però di un ingiusto oblio assolutamente immeritato. Si tratta di quei disegnatori che forse non vedremo mai su Euracomix o I giganti dell’avventura, ma che dalle pagine di Lanciostory e Skorpio sanno ancora appassionare e affascinare i lettori. Sono professionisti che non hanno saputo legare il loro nome a un successo duraturo; oppure che hanno adattato con troppa disinvoltura il loro stile a canoni più modesti; o ancora che si limitano ad eseguire con coscienza ma senza troppo entusiasmo il loro lavoro. In effetti, molti disegnatori potrebbero rientrare nella categoria ed i criteri con cui è stata organizzata la rassegna di cui sotto sono assolutamente arbitrari e criticabili. Capita però a volte che un disegnatore non eccelso abbia un particolare stile che ce lo rende comunque “simpatico”, oppure può succedere che un autore poco celebrato ci appaia in un certo periodo più ignorato del solito quando noi vorremmo vederlo celebrato come merita. Con tali premesse, quale valore può avere l’analisi dello stile di un Vogt o di un Olivera? Se non altro, per una volta i riflettori saranno puntati su quei disegnatori di cui ci si dimentica troppo facilmente quando invece talvolta meriterebbero di figurare nel novero dei colleghi più famosi. (comunque non facciamola tanto drammatica: I dimenticati  è principalmente la citazione di una vecchia serie di Casalla e non certo la constatazione che questi autori hanno concluso il loro ciclo)

Luis “Lucho” Olivera

È nato a Buenos Aires nel 1943 e ha esordito molto giovane nel mondo del fumetto. Per chi leggeva Lanciostory e Skorpio negli anni ’70 pensare a Olivera e alla sua evoluzione come artista è piuttosto doloroso. Dopo alcune prove non entusiasmanti, difatti, rivela tutta la sua carica dirompente e innovativa con opere memorabili, vere pietre miliari del fumetto di cui ancora oggi gli appassionati si ricordano. Pianeta rosso, Ronar, Io, cyborg e i primi episodi di Gilgamesh (quelli scritti da Wood, chè la serie fu in realtà iniziata dallo stesso Olivera) hanno veramente segnato un’epoca, dimostrando come il fumetto possa essere un linguaggio vivo e sperimentale senza perdere in leggibilità.


I primi passi di Lucho Olivera, per fortuna, ci sono stati risparmiati. Lanciostory  ha ospitato uno dei suoi primi fumetti realizzati insieme a Wood (Il corazziere dell’imperatore, nel n° 12 del 2000) e i difetti di questo lavoro saranno poi gli stessi della prima stagione di Nippur di Lagash, disegnata dal solo Olivera e inedita in Italia. Le silhouette vengono abbozzate piuttosto grezzamente e anche alcuni dettagli come le mani o gli sfondi denunciano una certa fretta (o approssimazione) nel disegno. La struttura a quattro strisce favorita dall’Editorial Columba è ancora un grosso limite e, come fecero altri disegnatori, per ovviare ad una certa staticità Olivera satura le vignette di grosse campiture o tratteggi che in linea di massima appesantiscono le tavole e basta.
Ma nella prima metà degli anni ’70 Olivera compie un impressionante balzo in avanti. I risultati si vedono principalmente su Skorpio, che ospita le miniserie ideate per la rivista omonima argentina. Si tratta di quelle «pietre miliari» di cui parlavamo sopra.


In piena conformità con l’eclettismo e la suggestione dei testi (probabilmente dovuti a Ricardo Ferrari in incognito dietro il nome del maestro Alfredo Grassi) Olivera disegna delle tavole visionarie e psichedeliche, in cui la raffinata ricerca grafica non va assolutamente a scapito della leggibilità e della narrazione, ma aiuta anzi il fluire delle trame sottolineandone i momenti più intensi e affidando alle barocche divagazioni grafiche la produzione di nuovi significati e ulteriori emozioni. Soggetti ritratti da angolazioni ardite si sposano armoniosamente con una sofisticata scelta dei materiali stessi con cui disegnare. Se Alberto Breccia per un episodio di Mort Cinder era passato sopra una vignetta con una ruota di bicicletta (!) Olivera abbellisce i suoi sfondi con le asettiche decalcomanie usate dai geometri, quelle che normalmente nelle piantine indicano letti, armadi, ecc. E persino lettere e numeri trasferibili possono servire da decoro senza che la loro presenza sia percepita come un fastidio o un errore.
Per quanto concerne la figura umana Olivera compie un’impressionante opera di modernizzazione del fumetto: trovare dei banali campi lunghi o primi piani nelle sue opere degli anni ’70 è quasi impossibile, e quelli che ci sono non hanno nulla a che vedere con le loro controparti classiche. Si può dire senza timore (anzi, lo si dovrebbe urlare) che Olivera ha letteralmente insegnato a una generazione come si disegnano i contrasti chiaroscurali, le fasce muscolari, le inquadrature perpendicolari dall’alto e dal basso, la scultoreità dei corpi, persino le gocce d’acqua… 


Guardare una tavola di Olivera voleva dire veramente affacciarsi su un’altra dimensione, onirica e delirante, dove anche le creature più strane o mostruose erano dotate delle giuste proporzioni e di una loro visionaria credibilità. Nemmeno l’occasionale uso del colore arginava l’impeto creativo e sperimentale di Olivera: lo testimoniano qualche rara copertina (ad esempio quella di Skorpio 11 del 1978) e la bellissima storia Invasione (il racconto di Mr. Smith) scritta da Barreiro (su L’Eternauta 20 e poi variamente ristampata).
Olivera fu addirittura designato come successore di Josè Luis Salinas nella realizzazione della strip Dick l’artigliere (scritta dal “vero” Grassi), in cui però inizialmente si rifece al modello di José Luis Salinas.
Forse fu il passaggio dalla griglia di quattro strisce della Columba alla maggiore libertà offerta dalla Editorial Record a scatenare in Olivera la sua spettacolare, quasi furiosa, creazione di un nuovo modo di fare fumetti. Anche se già i primissimi episodi di Gilgamesh (ancora una volta, quelli che in Italia consideriamo i primi episodi, cioè quelli scritti da Wood) testimoniano la sua cura maniacale per i dettagli e la sua capacità di distruggere le convenzioni della letteratura disegnata per rifondarla in maniera più efficace e spettacolare.

 
Ma la parabola di Lucho Olivera conobbe dopo alcuni anni il suo lento ma inesorabile declino. Anche in questo caso non è semplice definire con precisione delle date. Di sicuro c’è che Io, cyborg e gli altri capolavori della Serie fantasy furono realizzati tra il 1974 e il 1980 mentre il capitolo 44 di Gilgamesh è datato 1983. Arrivato a questo punto della sua saga, Gilgamesh aveva già esaurito da un po’ la sua vena migliore, sia come testo che come disegno, ed è quindi lecito supporre che l’inizio della “stanchezza” di Olivera sia da collocarsi nei primi anni ’80. Già negli indimenticabili episodi dedicati all’apocalisse, infatti, l’epopea dell’Immortale aveva conosciuto dei momenti poco felici a livello grafico (mentre il lirismo di Wood aveva al contrario raggiunto la sua vetta storica) e poco dopo, con la saga “spaziale” di Gilgamesh, la serie avrebbe subito un netto calo qualitativo sia grafico che testuale fino alla “rinascita” con l’arrivo sul pianeta Sumer. Olivera sembra veramente stufo di raccontare le vicende dell’Immortale. Grosse campiture di nero si accumulano nelle vignette che fino a qualche anno prima erano un tripudio di texture e anatomie ricercate. La pesante inchiostrazione è il risultato diretto di un progressivo deformarsi delle anatomie, che ormai si avviano a essere approssimative e sproporzionate. Contemporaneamente (Gilgamesh in patria è continuato anche dopo l’ultimo episodio pubblicato dall’Eura) anche il suo lavoro per la Editorial Record subisce un drastico ridimensionamento. Lavori come Martan, I Successori e Figlio del sole sono ancora caratterizzati da scelte registiche originali, ma la loro efficacia è compromessa dalla eccessiva rapidità con cui sono messe in opera. Le anatomie sono sempre più “tirate via” mentre ormai gli sfondi non ci sono quasi più, oppure compaiono a intermittenza senza nemmeno la giusta continuità tra l’uno e l’altro. I tratteggi si fanno pesanti e sono relegati quasi esclusivamente ai primi piani, alcuni dei quali ancora molto ben disegnati (e quindi assolutamente disomogenei col resto), forse perché disegnati a partire da fotografie. All’interno di una stessa tavola possono convivere semplici schizzi abbozzati e dettagli un po’ più curati, con l’effetto di disorientare il lettore. Tanto più che di solito questi dettagli più curati riguardano le passioni personali di Olivera, che non hanno nessuna attinenza con la storia. Nei liberi e nelle miniserie degli ultimi anni, ad esempio, abbiamo visto celebrati alla rinfusa i quadri di Bosch, le donne che praticano il culturismo, i modelli più moderni di automobile, l’architettura e la scultura classiche e quant’altro interessasse Olivera in quel momento. Anche i balloons sono opera del disegnatore solo quando se ne ricorda. Ormai (fine ‘80-inizio ’90) Olivera non si affida più alla qualità di un disegno pulito e leggibile ma cerca di recuperare terreno ingolfando con tratteggi e retini alcuni elementi poco importanti delle tavole. Indicativamente possiamo dire che Limite esteriore sia stata la sua ultima prova dignitosa (testi di Mazzitelli, tredici episodi a partire da Skorpio 10 del 1993, recentemente ripreso su Lanciostory dopo che sono stati trovati dalla nuova redazione Aurea gli episodi successivi).


Alla fine rimase ben poco del “vecchio” Olivera che aveva incantato i lettori con le miniserie fantascientifiche degli anni ’70. Nel corso del 2002 Lanciostory e Skorpio hanno ospitato ben quattro miniserie disegnate da lui (L’Olandese, Il mendicante, Contro ogni rischio e Dietro la maschera) ma per il resto il suo lavoro è confinato ai liberi di routine, sempre più imprecisi e pesanti a livello grafico. Curiosamente un disegnatore, Heufemann, ne ha ripreso recentemente il nuovo stile esibendo però una maggiore leggibilità.
Chissà chi è stato, in realtà, Luis “Lucho” Olivera. Che sia un po’ pazzo Wood lo ha ripetuto in varie occasioni, resta il dubbio se si tratta di un artista amareggiato che ha coscientemente bruciato la sua carriera o se è un cinico professionista che si affida alla sua gloria passata per continuare a lavorare senza sforzarsi troppo. Ma di sicuro il genio che sconvolse il fumetto e tanto insegnò ai suoi colleghi non è sopravvissuto alle sue opere migliori.
E non è sopravvissuto nemmeno a se stesso. Lucho Olivera è deceduto l'11 novembre del 2005.

Opere principali: le storie autoconclusive di Galaxia cero, in Italia su Skorpio nella Serie fantasy insieme alle miniserie Io, cyborg, Pianeta rosso e Ronar (firmate Grassi ma probabilmente scritte, almeno in parte, da Ferrari), Gilgamesh (Robin Wood per gli episodi editi in Italia, precedentemente lo stesso Olivera e Sergio Mulko per i primissimi episodi e successivamente Alfredo Grassi e Ricardo Ferrari per il seguito pubblicato in Argentina)

Ristampe e edizioni in volume: i liberi e le miniserie di Olivera sono veramente il pezzo forte dei due inserti-omaggio Dimensione fantasy che Lanciostory ospitò in due battute dal n° 13 del 1989 all’8 del 1991. Gilgamesh  è stato ristampato su Euracomix ma l’edizione che ne rispetta fedelmente la cronologia e l’integrità delle tavole è quella in dodici volumetti bonelliani editi dall’aprile del 1999. Il piccolo formato ne sacrifica un po’ la resa. L’inserto tuttocolore dedicato all’Immortale (Skorpio 11/1988-6/1989) fu uno dei più fortunati, con un boom di 20.000 richieste per la copertina omaggio.
Le meravigliose prove degli anni ’70 non sono quindi, per il momento, facilmente reperibili. Considerati i mutati equilibri editoriali non è da escludere che, se mai verranno ristampati, a farlo sarà una casa editrici diversa dall’Aurea, come recentemente è successo con altri grandi classici del fumetto argentino pubblicati principalmente da Allagalla e 001 Edizioni.