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sabato 8 agosto 2026

Dylan Dog Color Fest 58: Lo spazio bianco

Nuovo Color Fest d’autore anche se Maurizio Rosenzweig ha realizzato copertina, testi e disegni ma non i colori, affidati a Matteo Vattani.

Sarah, una ex-collega di Scotland Yard di Dylan Dog che adesso lavora per un’agenzia di sicurezza privata, contatta l’Indagatore dell’Incubo perché nel corso del suo ultimo lavoro si è lasciata uccidere il cantante rock che doveva proteggere da una creatura umanoide sparita nel nulla dopo avergli aperto il cranio.

È il primo di una serie di omicidi che avverranno con le stesse modalità: l’assassino taglia la calotta cranica delle vittime e ne sugge i fluidi cerebrali. Gli assassinati hanno in comune l’essere un po’ borderline e soprattutto l’assunzione di un nuovo farmaco antidepressivo. Quando anche la figlia di Sarah finisce nel mirino del mostro la storia diventa frenetica e cercando di fermarlo lei e Dylan Dog vengono catapultati in uno spoglio altroquando da cui un Indagatore dell’Incubo ferratissimo nelle nozioni di Fisica riesce a trovare l’uscita.

Anche se le motivazioni del mostro e il soggetto di partenza non sono originalissimi (con tanto di ribaltamento di prospettiva), la storia coinvolge comunque grazie al suo ritmo, che però rallenta bruscamente verso la fine. Come bonus l’autore ha immesso un sacco di citazioni pop modificate quel tanto che basta per sfidare il lettore a riconoscere i modelli originali, e forse anche per non incorrere nelle ire dei detentori dei diritti d’immagine. Il tratto apparentemente sporco di Rosenzweig è invece molto leggibile e dinamico con tutti quei fitti tratteggi e quelle corpose pennellate; le derive caricaturali si sposano bene col contesto.

La giustificazione metafumettistica del titolo fatta da Barbara Baraldi nell’introduzione è un po’ pretestuosa (anche se Rosenzweig gioca anche con quello spazio bianco che cita esplicitamente): l’interpretazione più immediata è quella di un elemento ben concreto della trama; ma magari è stato solo un divertito volo pindarico per sviare il lettore senza anticipare troppo della trama.

Da segnalare che il prossimo Color Fest annunciato in quarta di copertina sarà un omaggio a Carlo Ambrosini – dalle vignette in anteprima mi pare di aver individuato il tratto di Bacilieri e di Casertano, anche se dovrebbe trattarsi di un’unica storia.

martedì 14 luglio 2026

Romanzi a Fumetti n. 53 - La Divina Congrega II: Il furioso Orlando

Terminata la missione dello scorso dittico la Divina Congrega si è ora riunita su richiesta degli Este per indagare su un fenomeno sovrannaturale: pare che il passaggio di un astro abbia risvegliato il paladino Orlando, “furioso” come nel poema cavalleresco dell’Ariosto, che adesso si dedica a decapitare nobiluomini locali in quel di Malalbergo al ritmo di uno alla settimana. Ma la situazione è in realtà differente da quello che sembra, e anche quando uno degli altri personaggi coinvolti avrà svelato la sua vera identità ci sarà il tempo per un ulteriore colpo di scena.

Nucci e Gualtieri mantengono inalterata la struttura della serie, con una trama semplice ma suggestiva e il continuo fraseggio tra i sette protagonisti e l’ambiente circostante. Stavolta le facezie contemplano anche una citazione da Sergio Leone. Il tutto reso però con una parte grafica (opera di Alessio Petillo, Simone Pace e Antonello Cosentino) molto semplice, a volte piuttosto rudimentale, che rende questa versione da edicola più consona a La Divina Congrega rispetto alla prima pubblicazione in volume “alla francese”.

Colori di Valeria De Santis, copertina di Matteo Spirito.

venerdì 5 giugno 2026

Eternity 8: La ricerca di Dio al tempo dei paradisi del discount

E dopo il più classico dei classici passo al più moderno dei moderni, profittando del fatto che la Bonelli ne abbia posticipato l’uscita risparmiandomi la figuraccia del Filosa-Bacilieri.

Apparentemente non ci sono molti legami con l’episodio precedente ma in realtà alcuni fili verranno riannodati.

La storia ruota principalmente attorno all’operatrice di una ONG che tornata in Italia dal Kamen (?) mostra una dentatura ferina e predica la crudeltà e la violenza. Costituita una vera setta, organizza quello che sembra un suicidio rituale che proprio Alceste Santacroce impedisce grazie e un’azione eroica (un miracolo, a detta di alcuni) che Bilotta non ci mostra. Non penso si tratti solo dell’intervento provvidenziale dei carabinieri, perché più di una fazione vorrebbe farsi attribuire la concessione di questo misterioso potere dato ad Alceste: la cricca dell’Apparitivo cui appartiene Livia, il direttore hikikomori del giornale per cui scrive e ovviamente la Chiesa stessa.

Tra i molti altri ingredienti che Bilotta getta nella pentola il più succoso è la proposta fatta ad Alceste di diventare il testimonial di un grosso progetto immobiliare intriso di misticismo vista la sua fama di miracolato sopravvissuto alle ferite riportate alla fine del sesto volume. «Lo squallido gossipparo che sappiamo» vorrebbe declinare l’offerta, ma la possibilità di collaborare con Livia, la ex-pornostar conosciuta nello scorso numero, gli fa cambiare idea.

Finale aperto, come il cranio del cane che Alceste investe con l’auto.

Il disegnatore Leonardo Marcello Grassi ha saputo riprendere con una certa maestria certi stilemi del titolare Sergio Gerasi (che ha firmato la copertina) con cui lo si potrebbe quasi confondere a una prima sfogliata distratta.

Soliti colori pazzerelli di Adele Matera: fuori registro programmati, masse di luce alla Fiorucci, occasionali ripassi in bianco (!) dei contorni.

lunedì 1 giugno 2026

Pasolini

Nuova versione edita da Bonelli del lavoro di Davide Toffolo che dal 2001 ha conosciuto diverse ristampe. Si tratta di un’opera difficile da etichettare, sostanzialmente un omaggio alla figura del poeta/regista ma anche autobiografia discreta e persino performance multimediale che coinvolse il web.

Lo spunto di partenza è che l’autore si è messo in contatto con un Pasolini redivivo per intervistarlo: si tratta di un suo imitatore (forse un mitomane) incontrato su internet che ne conosce alla perfezione biografia e opere e che esige di essere filmato con una telecamera a ogni incontro. Tra Toffolo e “Pasolini” si innesca un gioco in cui l’intervistato non specifica mai dove avverrà di preciso il prossimo incontro se non con riferimenti alle opere e alla vita di Pasolini. Per fortuna Toffolo ha un’amica cultrice della materia che lo può aiutare a individuare i luoghi degli incontri a Versuta, Bologna, Ostia, sull’Etna fino alle ultime tappe solitarie di un itinerario che si conclude a Grado e a Madrid al Museo del Prado. Questi incontri, soprattutto gli ultimi che non si concretizzeranno, serviranno a Toffolo per prendere coscienza dell’abisso in cui è sprofondato il mondo occidentale come preconizzato da Pasolini.

Nel mentre una tribù africana assiste con sgomento ai vaticini di un coccodrillo che parla citando i versi di Pasolini.

Toffolo lavora sull’organizzazione delle pagine inanellando molte tavole doppie e concedendosi qualche virtuosismo come l’immagine della tigre (simbolo dell’incontro del Pasolini bambino col cinema) che “esonda” tra le pagine. Pur col ritmo che così riesce a dare al fumetto, inevitabilmente questo finisce per risultare più un bignami della vita e delle opere dell’omaggiato piuttosto che una narrazione vera e propria. Il disegno è arricchito da retinature forse digitali (non so se erano presenti anche nella versione originale) ma Toffolo si affida sempre al suo tratto morbido e un po’ caricaturale che potrebbe non essere nelle corde di tutti i lettori.

Postfazione di Paola Bristot, che oltre a eleggere Davide Toffolo padre del graphic novel italiano spiega la genesi dell’opera e rivela che la pagina FaceBook del presunto Pasolini esisteva veramente e a impersonarlo fu nientemeno che Graziano Origa. Segue poi una disamina sulle varie edizioni del fumetto che si sono succedute in gran numero e in vari Paesi dopo la sua prima uscita venticinque anni fa.

venerdì 29 maggio 2026

Storie Nere

Raccolta delle fulminanti storie in due pagine che apparvero sull’Eureka di Castelli & Silver, su Comic Art e chissà su quante altre pubblicazioni italiane. Non penso sia il caso di riassumerne nessuna visto che si basano sul finale a sorpresa – e poi confido che chi passa a queste latitudini sappia già di cosa si tratta. Dico solamente che in ottemperanza al titolo del volume si basano su un umorismo nerissimo e non risparmiano torture, esecuzioni, massacri, violenze psicologiche e altre piacevolezze varie. La dittatura di Franco era finita da relativamente poco e Font spara a zero su militari e preti – anche sull’ipocrisia e sulla stupidità umana, certo, ma poter colpire certi bersagli nei primi anni ’80 deve essere stato molto liberatorio. Talvolta, in quegli episodi tratti da storie vere, l’aspetto umoristico lascia il posto all’amarezza della cronaca o del racconto popolare. A dirla tutta, alcune di queste storie non me le ricordavo, può darsi che ci sia qualche inedito in Italia. Noto con piacere che quel paio di storie oggi più rischiose da pubblicare non sono state censurate. Non sono del tutto sicuro che le tre più lunghe facciano parte del corpus ufficiale della serie, che poi chissà se esiste veramente, un corpus ufficiale della serie. Tra queste c’è anche La Parabola del Marziano Sconosciuto che qui diventa La parabola del marziano ignoto e che in effetti da noi transitò su L’Eternauta e non su Comic Art.

Le Storie Nere propriamente dette occupano le prime 46 pagine del volume e sono state integrate da colori digitali assolutamente innecessari se non proprio fastidiosi. Come bonus vengono presentate due altre storie brevi, fortunatamente in bianco e nero: una è un divertissement di una tavola tratto dalla rivista Rambla (neanche troppo originale), l’altra è una bellissima e poetica interpretazione muta dell’immersione nel lavoro di fumettista. Unico indizio per risalire alla prima pubblicazione è la data di realizzazione: 1991.

In appendice una selezione di bozzetti, disegni e copertine a testimonianza dell’«arte di Alfonso Font», introdotta da Klaus Janson con un testo risalente al 2016.

giovedì 28 maggio 2026

Nathan Never Gigante N. 49 - Nathan Never & Martin Mystère: L'Energia del Cosmo

Versione da edicola del volume realizzato nel 2024 in collaborazione con l’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana. Non è la prima collaborazione tra l’ente e la Bonelli, ma è la prima volta che si concretizza con un team-up tra due personaggi della casa editrice – cui si aggiunge un membro reale dell’ASI, se ho ben capito.

Nella vicenda ideata da Bepi Vigna un anziano (che non appare affatto così) Martin Mystère viene contattato per una collaborazione con l’ASI nonostante si sia ritirato da anni. Qualche secolo nel futuro, Nathan Never e Legs Weaver liberano una professoressa accusata di terrorismo da un magnate del settore energetico che vorrebbe e potrebbe impossessarsi dell’intera luna. Il monopolio dell’estrazione dal satellite di una potente fonte di energia nucleare sembra inevitabile, ma ricollegandosi a un episodio precedente Nathan Never propone l’idea di tornare nel passato per incontrare Martin Mystère e recuperare così i dati sul progetto WPT di trasferimento energetico meno impattante in quanto wireless.

Dal futuro giunge la spiegazione del perché la tecnologia WPT non sia stata tramandata: per andare al convegno in cui verrà presentata, il Professor Milo Danesi dell’ASI perirà in un incidente aereo! Il lieto fine non è affatto scontato e un certo pessimismo manifestato dai personaggi trasmette la suspense di vedere se si concretizzerà veramente o no. Pur nella sua relativa brevità (64 tavole) e con gli intenti divulgativi di cui si fa portatrice, la parte a fumetti è coinvolgente e non mancano un paio di sequenze suggestive. I disegni di Sergio Giardo, colorati da Andrea Meloni e Francesca Carotenuto di Arancia Studio, sono sicuramente curati e rispettosi dell’anatomia ma li ho trovati un po’ freddi.

A complemento del fumetto viene presentata l’ASI e il progetto DESIGN strettamente connesso proprio all’WPT che esiste (o meglio esisterà) veramente. Nonostante l’argomento non proprio alla portata di tutti, lo stile di scrittura dei redazionali è molto abbordabile e comprensibile – dei componenti dell’ASI viene citato solo Francesco Rea che firma l’introduzione. Dal canto loro, Luca Del Savio e Davide Bonelli ripercorrono la genesi di questo progetto e la storia della collaborazione tra Bonelli e ASI.

In appendice una breve gallery con un’illustrazione di Giardo e uno studio per una copertina di Gino Vercelli, entrambi inerenti team-up tra i due protagonisti.

lunedì 25 maggio 2026

Tex L'Eroe del West

Raccolta deluxe dei primi quattro speciali “centenari” di Tex che, mi dicono gli esperti, sono tra quanto di peggio sia stato scritto per la collana dovendo Bonelli padre ed eredi limitarsi a un solo albo. Sarà vero?

Chiaramente un visitatore italiano del blog conoscerà queste storie a menadito, ma magari qualcuno delle migliaia di contatti che ho quotidianamente da Singapore, dalla Germania, dalle Filippine e dalle Isole Vergini Britanniche (frutto dell’intelligenza artificiale che si allena, mi si suggerisce) potrebbero essere interessati a una sinossi.

In Fort Apache Tex viene incaricato dai militari di sgominare la banda di Matias, un rinnegato che sta mettendo a ferro e a fuoco l’Arizona e il Texas (o giù di lì) grazie a degli agganci locali. Siccome ha la base in Messico il governo degli Stati Uniti non può essere coinvolto ufficialmente: Tex dovrà quindi agire discretamente e per farlo chiama a raccolta tre caratteristi storici della serie: Jim Brandon, Pat Mac Ryan detto “l’Irlandese” e Gros-Jean, che poi nei fatti faranno ben poco. Picchiando e minacciando di morte uno dopo l’altro i contatti che permettono a Matias di agire indisturbato, Tex risale al suo nascondiglio anche se mi sembra che l’azione di scout di Tiger Jack sia più determinante.

Francamente l’ho trovata una storia banale e poco interessante e quelle che dovevano essere guest star si vedono a malapena. C’è giusto qualche vago sussulto di suggestione nell’aruspicina dello sciamano che anticipa la morte di Matias, per il resto l’unico elemento blandamente rilevante è Kit Carson che va a togliere le castagne dal fuoco a Tex che spara come un ossesso agli indiani in nettissimo vantaggio numerico. Per gli archeologi del fumetto potrà essere interessante notare l’uso del termine «Giuoco». Per il resto calma piatta, ma forse era proprio questo che volevano i lettori nel 1969. Che probabilmente apprezzavano a priori anche un Galleppini assai greve dall’inchiostrazione pesante.

Ben più interessante il secondo episodio, L’idolo di cristallo. Una tribù di Hualpai ruba allo sciamano Hatuan l’artefatto del titolo. Ma il famiglio dello sciamano (un corvo) fa in tempo a raggiungere, con ancora una freccia in corpo, la tribù dei navajos dove Tex capisce subito la situazione e parte alla caccia dei ladri. I selvaggi Hualpai, quasi primitivi, sono d’altro canto in ambasce per conto proprio visto che l’idolo, schermato dalla bambola rituale kacinah, fa gola al nipote del loro sciamano che di fronte alla sua luminescenza gli chiede di diventare il nuovo sciamano per poi cadere a terra e morire con delle piaghe sul corpo! Evidentemente era sottinteso che la luminescenza dell’idolo fosse dovuta a una forma di radiazione, ma la cosa non viene detta esplicitamente – forse lo fu in un’altra storia? Tex e pards raggiungono gli Hualpai e impediscono loro di officiare il rito con cui volevano sacrificare una squaw: una volta recuperato l’idolo l’azione si fa frenetica. Nutro pochi dubbi sul fatto che il motore della storia non sia frutto di documentazione ma della fantasia di Gianluigi Bonelli, ma la suggestione che ne deriva non ne viene sminuita.

Qui Galep ha un tratto molto più sciolto, dinamico, espressivo e direi quasi cesellato nel dare corpo alle muscolature, ai dettagli delle capanne, alla matericità degli ambienti naturali. Poi è meglio soprassedere sulle sue donne, ma questa prova è nettamente superiore alla precedente.

Credo che questa storia fosse ancora più gradita ai lettori abituali di Tex visto che (se ho ben capito) presenta molti riferimenti a storie precedenti, espunti però in questa edizione – se mai ci sono stati davvero.

Ancora meglio il numero 300, La lancia di fuoco. Anche questo episodio ruota attorno a un artefatto. Un gruppo di sbandati organizza il furto al museo indiano di Phoenix di un’antica lancia grossa quanto un pilastro, poiché hanno intuito che contiene dell’oro e un rubino. Nel mentre Tex e compari sono stati inviati a indagare su alcuni non specificati problemi che ci sarebbero in zona con delle guide indiane. Costretti a riparare a Phoenix per scampare al fortunale che si è scatenato, al mattino apprendono la notizia del furto e dell’omicidio del custode del museo. Si lanciano quindi all’inseguimento, supportati dal fatto che i ladri sono perseguitati da una certa scalogna. Ad anticipare il finale un lungo scontro a fuoco nell’ambiente molto suggestivo di una foresta pietrificata. Anche qui si «giuoca» – ed eravamo nel 1985!

Le tavole di Galep stavolta sono pensate proprio come delle tavole e non come l’incolonnamento di tre strisce: le vignette hanno delle altezze diverse e possono anche incastrarsi e sbordare in quelle soprastanti o sottostanti. Alcune sono addirittura tonde per sottolineare certi particolari, ma non mancano vignettone più grandi e dunque più ariose. Il risultato è che le tavole sono molto più dinamiche e hanno maggiore profondità. In questa maniera anche i primi piani opportunamente isolati o evidenziati sono molto più drammatici. Ma in generale ho notato una maggiore cura per i dettagli e le inquadrature, forse la storia era stata pensata per un altro formato più grande.

La quarta storia, La voce nella tempesta, è appannaggio di Claudio Nizzi e vede il ritorno di Pat l’Irlandese, che ha invocato i pards in soccorso a Fort Bridger facendo seguire loro una strada molto specifica. Ma perché ha segnalato proprio quel percorso e perché si è firmato appunto come Pat l’Irlandese e non con il suo cognome?

Salta fuori che il buon Pat ha dovuto acconsentire ad arruolarsi nell’esercito come risarcimento dopo aver distrutto uno degli edifici del forte per punire dei soldati bari. La sequenza della rissa è sicuramente un classico di Tex ma il riassunto del suo svolgimento mi ha fatto ridere di gusto: «Siccome i tavoli e le sedie erano finiti, cominciai a staccare qualche trave dalla parete...». Contro ogni previsione Pat diventa un soldato modello, gli viene quindi affidata una missione con cui i suoi debiti saranno del tutto saldati e lui congedato, solo che nel corso del dovere incappa in quelle che sembrano disperate urla femminili, ben udibili anche con la pioggia battente. Qualcuno lo tramortisce ma il rinvenimento al suo risveglio di una spilla da donna gli fa capire che non si è immaginato tutto. La situazione però è più complessa di quel che sembra: quand’era svenuto qualcuno ha scambiato il dispaccio che trasportava con un altro, così i militari a cui era destinato sono corsi a proteggere una banca mentre la rapina si svolgeva in un’altra. Ritenutolo quindi un disertore in combutta con la banda di Ned Kimbaugh, ecco che ha chiesto l’aiuto di Tex. Per il sagace ranger non è difficile ricostruire una congiura che riguarda anche gli alti gradi dell’esercito, e che coinvolge tra gli altri la sorella di Kimbaugh, alla faccia di chi dice che in Tex non ci sono donne. Peccato che a disegnarle sia un Galep al crepuscolo della sua carriera.

Non male la resistenza finale contro la banda di Kimbaugh al gran completo, in cui Tex e Kit Carson asserragliati sembrano quasi non farcela. È ovvio che sarebbero sopravvissuti, ma Nizzi ha azzeccato il tempismo giusto per far comparire il resto del cast, che avrebbe dovuto essere altrove ma è intervenuto con una buona motivazione. Tex svela poi il traditore gallonato con un sistema ben congegnato e divertente. Ecco, direi che “divertente” è l’aggettivo che meglio descrive questa storia (che però presenta parecchi spunti interessanti e tantissima azione), a maggior ragione con la reazione finale di Pat ormai scagionato davanti alla proposta di diventare caporale.

Anche stavolta Galep disegna in piena libertà, ma gli anni passati dall’episodio precedente si fanno drammaticamente sentire.

In definitiva, almeno per quel che conosco io Tex, credo che questo volume possa essere un buon biglietto da visita per la serie a chi voglia avvicinarvisi: anche se le storie si svolgono praticamente tutte al confine col Messico non ci sono solo gli stereotipi del western ma anche trovate molto originali che danno una panoramica dalla varietà della serie: complotti articolati, indagini, elementi forse soprannaturali, un pizzico di umorismo. Al di là di questo è una lettura gradevole visto che le storie vanno in crescendo. Che poi Tex sia anche altro è pacifico, ma qui ce n’è un’ottima infarinatura. Sulla colorazione digitale soprassiedo (perché Gros-Jean è marrone?!), come hanno fatto anche i redattori che non hanno indicato da chi sia stata fatta.

La selezione offre inoltre una panoramica sull’evoluzione dello stile di Galep nel corso di 25 anni, tra alti e bassi. Certo, bisogna comunque apprezzare il suo stile.

Ulteriore motivo d’interesse, la prefazione di Graziano Frediani sulla storia della colorazione degli albi popolari in Italia.

giovedì 14 maggio 2026

Romanzi a Fumetti N. 52 - La Divina Congrega 1: Nella Selva Oscura

Approda in edicola in un formato più adatto la serie fantasy con protagonisti eccellenti (sottogenere che probabilmente ha un nome specifico che io ignoro), precedentemente pubblicata in volumi di grandi dimensioni in cui la Bonelli si ostina a presentare le sue tre strisce/sei vignette per tavola – quando va bene.

La trama vede Dante Alighieri fuggire dall’inferno ritrovandosi 200 anni nel “futuro”, cioè in pieno Rinascimento. Ha scoperto che i gironi infernali sono strapieni di dannati che adesso stanno per “esondare” nel mondo terreno. Per fermarli crea una Lega degli Straordinari Gentlemen comprensiva di figure storiche e letterarie: Lorenzo il Magnifico, Leonardo Da Vinci, la Venere del Botticelli (!), l’Otello shakespeariano, la maga Circe, Cristoforo Colombo. La prima tappa da raggiungere sarà la Selva Oscura, che con un tocco di originalità si trova nelle profondità marine invece che sulla terraferma. Lì la Divina Congrega dovrà impossessarsi dell’Occhio di Lucifero. Ed in effetti ce la fa, chiudendo già col secondo Canto un primo ciclo della serie.

La storia di Mario Nucci e Giulio Antonio Gualtieri è ben congegnata pur nella sua immediatezza, e si fa apprezzare soprattutto per i dialoghi brillanti e per aver puntato i riflettori su alcuni elementi tipici del folklore italiano. Il ritmo è incalzante e le citazioni letterarie non stonano affatto ma contribuiscono a creare il giusto ritmo. Anche i periodici usi di una parlata desueta non danno l’impressione di una forzatura ma contribuiscono al fascino dell’insieme. Nel complesso La Divina Congrega si legge con piacere e anche molto rapidamente, tutta d’un fiato. La versione da edicola che raccoglie due episodi in formato ridotto è quindi l’ideale per poter leggere la serie, tanto più che graficamente non è così elaborata come teoricamente dovrebbe essere un albo alla francese (come lo erano anni fa, almeno). Anzi, i disegni del primo Canto sono veramente grossolani, e non è che il secondo sia tanto meglio nonostante un inizio dai fortissimi contrasti chiaroscurali che mi aveva fatto sperare bene. Nelle gerenze la parte grafica viene attribuita a Giorgio Spalletta e Matteo Spirito, non so se uno abbia inchiostrato l’altro o si siano avvicendati nella realizzazione. Anche per la colorazione vengono indicati due autori diversi: Francesco Segala e Claudia Cangini. Non viene specificato dove sia intervenuto uno e dove l’altra ma il loro lavoro è comunque ottimo.

venerdì 8 maggio 2026

Dylan Dog Color Fest 57: Destinazione: Terrore!

A parte il lettering di Omar Tuis, Marco Galli ha confezionato questo episodio interamente da solo: testi, disegni, colori e copertina. Destinazione: Terrore! parte da uno spunto decisamente originale: Dylan Dog viene ingaggiato per sorvegliare in incognito una diva della lirica che terrà un concerto in maschera su un treno come esclusiva rentrée dopo un lungo periodo di pausa in cui ha sofferto di un problema di salute non meglio specificato.

La variegata fauna di critici, produttori e personalità varie che affolla il treno dona un tocco felliniano che però sfuma presto in atmosfere alla Agatha Christie: come temuto, sul treno si verifica un efferato omicidio (più di uno, vista la quantità di pezzi dei cadaveri) e come se non bastasse il macchinista è sparito e con lui tutte le possibilità di comunicare con l’esterno!

Inizia quindi un’avventura concitata e appassionante in cui i passeggeri devono vedersela con il misterioso killer e anche con la prospettiva di un disastro ferroviario pur se il treno corre su un binario dismesso. Non mancano dosi di splatter e anche un bel po’ di ironia: tra le altre cose Galli fa della satira sull’industria musicale e sui social network.

Questo episodio è strettamente collegato al numero 476 della serie regolare, ma non è indispensabile leggere anche quello per apprezzare questo – il personaggio che fa da trait d’union tra i due episodi è il perno attorno cui ruota la soluzione del mistero ma viene presentato in maniera esaustiva senza bisogno di ulteriori approfondimenti.

La soluzione apparente del caso è quasi geniale nella sua semplicità e per questo mette in ombra la vera soluzione, che chiama in causa la scienza sovrannaturale. Un bell’episodio, quindi? Certo, ma non riuscito al 100%. A confronto con le sue altre prove, graficamente questa per me è la meno riuscita di Galli. Il suo «tratto affilato come un rasoio» (così lo definisce Barbara Baraldi nell’introduzione) a volte mi pare un po’ tirato via e non capisco perché lasciare bianca la faccia dei personaggi, come se recitassero su un palcoscenico cosparsi di biacca. Tra le altre deroghe anatomiche e prospettiche, il Dylan Dog di fronte con le narici appena accennate assomiglia un po’ troppo a un teschio. Ottima invece la resa del treno e dei paesaggi che attraversa.

giovedì 23 aprile 2026

Cosa saranno mai 40 anni

Questo è l’annuncio di un prossimo volume della Sergio Bonelli Editore in uscita a giugno 2026:

Questo è l’elenco delle novità previste dall’editore per il 1988, tratto da Fumo di China 3/30 datato ottobre 1987 (ma uscito chissà quando):


martedì 17 febbraio 2026

Speciale Tex n. 42: Inferno a Red Junction

Tex e Kit Carson arrivano giusto in tempo per salvare una donna dall’essere impiccata da alcuni brutti ceffi. Si tratta di Candice Madison, una volitiva ranchera che dichiara di non sapere perché sia stata attaccata. I due pard non se la bevono e decidono di seguirla nonostante il suo rifiuto di essere ulteriormente aiutata. Niente di sospetto nel suo ranch, ma nella vicina cittadina di Red Junction si scoprirà che è in corso una faida degna di Per un Pugno di Dollari: due fazioni si stanno facendo la guerra e la popolazione è terrorizzata; gli uomini di legge, poi, preferiscono tenersene alla larga vista la mortalità che il loro ruolo comporta. Candice ci si è trovata in mezzo perché non vuole cedere il suo ranch secondo le dinamiche che adottano entrambi i rivali, che prevedono lo sterminio di chi non accetta le loro misere offerte. Tex risolve la cosa mettendoli uno contro l’altro agendo di nascosto, ma in realtà come il ranger aveva intuito Candice non è innocente come voleva far credere e anche lei avrà il suo ruolo nella rovina finale dei due, pagandone le conseguenze.

La storia di Tito Faraci non è molto originale, nemmeno nei suoi aspetti secondari (uno dei due contendenti, l’ebefrenico Hughes, parla col ritratto del padre morto), ma è caratterizzata da una buona dose d’azione e un ritmo molto sostenuto che la fanno leggere d’un fiato arrivando alla fine con gusto.

Ma ovviamente l’attrattiva principale nonché il motivo stesso dell’esistenza dei volumi di questa collana è il disegnatore ospite, in questo caso un Horacio Altuna in grandissima forma nonostante l’età non più verde. Non so quanto la sua interpretazione di Tex, tanto giovanile da sembrare efebico (mentre Kit Carson a volte è quasi mefistofelico), troverà il plauso dei lettori storici. Forse anche i retini sono una novità per il ranger, come anche le anatomie e le fisionomie a volte quasi caricaturali per far recitare meglio i personaggi di contorno. Io ho gradito moltissimo l’espressività, il dinamismo, le inquadrature ragionate e la cura per i particolari delle sue tavole, anche se mi pare che nell’ultima ventina abbia accelerato bruscamente tralasciando i dettagli. Mi ha stupito vedere all’ultima Lucca che le tavole sono poco più grandi (se lo sono) del formato di stampa. Altuna gode evidentemente di una vista invidiabile e in effetti anche in quelle rare occasioni in cui gli ho parlato non ha mai inforcato occhiali.

I “Texoni” si segnalano ovviamente anche per i loro redazionali: nell’introduzione Graziano Frediani coglie l’occasione della presentazione di Altuna per offrire una panoramica sugli altri disegnatori ispanici di Tex; Gianmaria Contro intervista Altuna e Luca Barbieri fornisce una breve storia delle historietas – curiosamente cita molti particolari storici poco conosciuti ma ignora del tutto la Columba. Testi interessanti (chi l’avrebbe mai detto che Altuna avviò un allevamento di polli con Juan Dalfiume e che fu il fallimento dell’impresa a spingerlo a fare fumetti!) ma che rabbia vedere le strisce di Loco Chavez e le tavole di Time Out e Dopo il grande splendore riprodotte meglio qui che nella loro destinazione originale sulle riviste degli anni ’80…

martedì 10 febbraio 2026

Dylan Dog Color Fest 56: Dissolvenze al Nero

Antologia di due episodi rispettivamente di 56 e 40 tavole.

Territorio Nemico è una storia kafkiana che inizia col botto: Dylan Dog si risveglia in un avamposto di confine dell’MI5 – che però mi pare si occupi di security interna e non sia nemmeno parte dell’esercito. Non ha memoria di come sia finito lì, gli viene solo ricordato che aveva mandato una pec in cui dava la sua disponibilità ad aiutare i militari (!), che in effetti di aiuto ne hanno dannatamente bisogno perché un nemico misterioso sta falcidiando i soldati mandati in avanscoperta nei boschetti circostanti lasciando solo dei cadaveri che sembrano morsicati da denti umani.

Lo svelamento del mistero è alquanto scontato (forse Gigi Simeoni contava proprio sulle aspettative di una soluzione rivoluzionaria per poi stupire il lettore con una totalmente prevedibile?) ma la narrazione è serrata e avvincente. Curioso il meccanismo, non so quanto volontario, per cui le battute più divertenti sono quelle che vengono fatte dagli altri in reazione a quelle di Groucho.

I disegni di Giuseppe Matteoni (ottimamente colorati da Sergio Algozzino) sono molto validi, magari non sempre azzecca la fisionomia giusta al 100% ma rispetto all’altra storia dell’albo fa un figurone.

Frequenza Zero è infatti realizzata in toto da Officina Infernale, autore (o collettivo) che dati i risultati ne ha ben donde di nascondersi dietro uno pseudonimo. Questo stile geometrico e ostentatamente sgraziato alla Ted McKeever o (orrore!) Gary Panter non lo digerivo quand’era di moda qualche decennio fa, figuriamoci oggi. Anche il ricorso al collage, stile tipico di Officina Infernale per quanto lo conosco, è poco funzionale a rendere l’invasività dei suoni come vorrebbe la trama.

Dylan Dog si sveglia infatti con un micidiale mal di testa che gli rende insopportabile anche il minimo rumore. A ciò si aggiunge che uno sconosciuto con impianti biomeccanici gli viene a morire proprio sulla soglia di casa dopo aver invano chiesto aiuto. La sorella del morto prontamente sopraggiunta gli rivela che si trattava di un seguace del musicista/mistico Isseo Isegawa morto in circostanze misteriose nel 1993 forse a seguito dei suoi esperimenti di modificazione corporea. Il tutto è una trappola per l’Indagatore dell’Incubo e lo spunto, piuttosto suggestivo, risulta un po’ sprecato per una storia breve – anche se lo stile giovanilistico dei dialoghi nella prima parte non invogliava alla lettura. Il salvataggio di Groucho è comunque geniale nella sua beffarda semplicità.

Il titolo del Color Fest è Dissolvenze al Nero e nell’editoriale Barbara Baraldi cerca di spiegarne l’attinenza con le storie senza convincermi molto. Ma si sa, il nero sta bene con tutto.

venerdì 6 febbraio 2026

Le avventure a striscia di Martin Mystère

Ristampa del volume uscito a Lucca quasi 10 anni or sono, in cui vengono raccolte le apparizione in formato di tripla striscia di Martin Mystère su vari quotidiani, con storie già edite adattate al formato oppure create ex novo.

Si comincia con il secondo speciale estivo, disegnato da Alessandrini, per continuare poi con due storie comparse rispettivamente sui numeri 66 e 67 della collana regolare (Space Invaders, disegnata da Alessandrini, ma scopro che ve ne fu anche una versione embrionale transitata su Messaggero Estate disegnata da Casertano) e su quelli dal 46 al 48 disegnati da Giovanni Freghieri.

Vista l’anzianità delle storie e la facilità con cui si possono reperire non credo sia il caso di soffermarcisi troppo, queste nuove versioni possono comunque costituire un motivo d’interesse per gli appassionati per la curiosità di vedere come sono state adattate: ad esempio Java e Diana nella prima vignetta che apre la seconda striscia dell’ultima tavola di Space Invaders sono evidentemente stati disegnati da un’altra mano.

Gli inediti sono L’Amuleto di Tin Hinan disegnato da Lucio Filippucci, bravissimo anche quando si scorda i baffi di Orloff, e Il Mistero della Camera Rossa disegnato da un Franco Devescovi ancora molto legato allo stile di Alessandrini ma con inaspettate derive alla Bernet.

La prima storia venne serializzata nel 1993 sul quotidiano Il Giorno che ne pubblicò i primi 11 episodi a colori per poi adottare il bianco e nero, che in questa ristampa è stato scelto in toto per dare uniformità al fumetto – comunque due esempi della versione a colori (la prima e l’ultima tripla striscia) vengono riprodotti in appendice.

La storia verterebbe attorno all’amuleto della mitica regina/fondatrice dei Tuareg(h) Tin Hinan: l’elemento mysterioso è l’imiktar, ovvero la mazza del leggendario tamburo con cui avrebbe chiamato a sé gli Imajhiren, gli “uomini liberi” del deserto che costituirono il nucleo seminale dei Tuareg(h), probabilmente di origine extraterrestre. “Verterebbe” perché Castelli approfittò dell’intrigo per parlare della condizione degli extracomunitari in Italia: l’algerino Toufik Bounab si ritrova casualmente con l’imiktar rubato e vuole restituirlo ai legittimi proprietari ma viene braccato da loschi figuri e solo grazie all’intervento di Martin, Java e del loro amico tassista Franco Ferretti riesce a salvarsi. Da Milano l’azione si sposta nel deserto del Sahara ma l’elemento avventuroso rimane comunque in secondo piano – non so come Castelli abbia risolto a livello di continuity l’imprigionamento di Orloff.

Il Mistero della Camera Rossa comparve invece su Il Piccolo nel 1994 – a suo tempo rimpiansi di non aver ritagliato e conservato le strisce, perché c’era chi le vendeva in blocco a 50.000 lire. Qui il ruolo di mystero ce l’ha la stanza segreta del titolo che leggenda vuole fosse (ammesso che sia mai esistita) utilizzata dall’Inquisizione per i suoi processi segreti, collegando la storia alla vicenda di un collezionista di cimeli bellici realmente esistito morto vent’anni prima in un incendio sospetto, qui trasfigurato con un altro nome.

In realtà di mysterioso c’è poco e la storia si rivela, riallacciandosi ad altre fole popolari triestine, più virata sullo spionaggio o meglio sul traffico di armi: si era negli anni del conflitto nella ex-Jugoslavia.

L’offerta a fumetti non finisce qui, perché il volume ripropone anche le uniche due storie pubblicate del progenitore di Martin Mystère, l’Allan Quatermain che comparve su SuperGulp! disegnato da Fabrizio Busticchi la cui parabola incompiuta divenne poi il primo episodio del Detective dell’Impossibile – che poi non venne pubblicato come primo. Questo esperimento seminale è stato opportunamente corretto e restaurato ma ovviamente non potendo partire dalle tavole originali la resa di stampa è quella che è. La sua presenza offre comunque l’occasione di presentare la sinossi del seguito della sua avventura incompiuta (riallacciandosi ad altre proposte collaterali del Detective dell’Impossibile che vi attinsero) e soprattutto un sacco di testimonianze sulla sua realizzazione come le prove grafiche per il personaggio realizzate da Enric Sió, Sergio Zaniboni ed Enrico Bagnoli negli infruttuosi tentativi di Castelli di proporlo alle realtà editoriali più diverse prima di accasarsi presso Bonelli. Un’odissea già abbondantemente dettagliata su Fumo di China 23 ma che comunque costituisce, come il resto degli interventi redazionali, una lettura interessantissima. Anche perché, con tutto rispetto per i fumetti che sono l’elemento principale del volume, gli scritti di Castelli sono come al solito una miniera di ghiotte informazioni. Non sapevo ad esempio che a sedici anni cercò di esordire come autore di strip, né che lui e Silver realizzarono “clandestinamente” (Bonvi non ne fu informato, ma d’altro canto era irreperibile) una striscia di Nick Carter. E a parte i dietro le quinte sul mondo del fumetto, sempre apprezzatissimi, non mancano approfondimenti sulla stampa quotidiana italiana, sulla storia delle strisce e della critica fumettistica. Il tutto arricchito da una generosissima selezione iconografica.

giovedì 20 novembre 2025

Dylan Dog Color Fest 55: Cosa conosce la Notte

È uscito oltre una settimana fa, ma ovviamente la frenesia lucchese lo ha fatto passare in cavalleria. Come si evince dall’editoriale di Barbara Baraldi è un numero un po’ speciale visto che presenta molti esordi.

Si comincia già dal soggetto della prima storia breve, ideato da Graziano Caminiti e sviluppato dal veterano Gigi Simeoni. Ne Il Club di Mezzanotte Dylan Dog si intrufola in una specie di gruppo di alcolisti anonimi che si riunisce a mezzanotte in una scuola abbandonata. Dalle loro testimonianze risulta che non hanno poi tutta questa voglia di abbandonare le vecchie abitudini e ciò da cui erano dipendenti. A uno a uno vengono fatti fuori da un mostro aracnoide mentre Dylan cerca di salvarli. Il finale che mi aspettavo non si è concretizzato (pensavo fossero dei drogati di paura) ma comunque la risoluzione della storia non entusiasma, per quanto suggestiva. Buoni i disegni di Francesca Ciregia colorata da Barbara Nosenzo, anche se non sempre azzecca il volto di Dylan Dog.

Piuttosto interessante Pioggia di Novembre di Giancarlo Manzano e Francesco Lo Manto: un vedovo che amava a tal punto la moglie da metterle una telecamera anche nella bara si è accorto proprio per questo che il suo cadavere si sta “risvegliando” e ingaggia Dylan Dog per fargli da assistente quando immagina che la defunta moglie tornerà definitivamente in vita, cioè in occasione del loro anniversario di matrimonio. In realtà dietro alla vicenda c’è una storia più complessa, ma Marzano utilizza le tematiche del controllo e della violenza di genere non come pura concessione ai temi caldi del momento ma come meccanismo funzionale alla risoluzione della trama. Per quel che riguarda i disegni, non amo molto gli schematismi alla Cavenago, però sia come segno che come colore Lo Manto è dannatamente efficace.

Si finisce con Dolcetto o Morsetto di Francesco Pelosi e Stefano Cardoselli, in cui viene ribaltata la prospettiva di Halloween: a Dead Rock sono i morti a vestirsi come i vivi per andare a “spaventare” i vicini ottenendo delizie quali frattaglie varie. L’idea è simpatica ma viene trascinata un po’ per le lunghe, Dylan Dog sembra essere stato infilato a forza nella trama e il comparto grafico è tremendo anche per un fumetto che essendo umoristico non si preoccupa del realismo.

sabato 8 novembre 2025

Gli antieroi dell'editore Bonelli: Mister No, Ken Parker, Dylan Dog

Questo volume spillato di 76 pagine venne tirato in 400 copie nel 1995 dal Comune di Certaldo in occasione di una mostra dedicata a Dylan Dog a sua volta collaterale a un corso di avvicinamento al fumetto. Raccoglie tre brevi saggi che analizzano ognuno un personaggio diverso della scuderia Bonelli che per un motivo o per l’altro può fregiarsi del titolo di “antieroe”. L’introduzione è firmata nientemeno che da Gianni Brunoro e più che una semplice introduzione è un excursus tra il fumetto non solo bonelliano, contaminato forse da quell’urgenza che si avvertiva all’epoca di conciliare fumetto popolare e d’Autore (conciliazione impossibile perché l’incompatibilità tra i due è un falso storico).

L’approccio di Graziano Galletti a Mister No consiste nel prendere per mano il lettore e fargli ripercorrere alcune delle tappe più importanti, tra cui non ne mancano di divertenti, della carriera di carta del personaggio. Una scrupolosa attenzione è posta nell’evidenziare le influenze delle esperienze del creatore Guido Nolitta/Sergio Bonelli sulle storie della sua creatura, ma vengono approfonditi anche i contributi che altri sceneggiatori (e disegnatori) porteranno col loro vissuto e la loro personalità alla serie. In questa parte le vignette estrapolate dal fumetto non sono solo un semplice accompagnamento ma hanno un ruolo esemplificativo di quanto scritto. La stampa però non è granché, ma si era nel 1995.

Carlo Altini approfitta di Ken Parker per parlare di tutt’altro: cinema, antropologia, il vero West, ecc. Si tratta di un intervento interessante ma non si focalizza troppo sul personaggio se non per sottolinearne l’adesione alle idee socialiste. Lo fa a ragion veduta, certo, ma a tratti sembra affibbiare a Ken Parker l’immagine di propagandista che in fondo non mi pare sia mai stato.

Mauro Bruni affronta Dylan Dog con ironia, anche immaginando (o svelando?) un gustoso retroscena sulla sua ideazione. L’analisi delle prime pagine de L’Alba dei Morti Viventi mette in luce quanto la creazione di Sclavi si discostasse dalla grammatica consolidata della casa editrice, cosa di cui all’epoca non avevo parametri per poter fare confronti. Ciò detto, Sclavi sarà stato ancora «giovane» ma non certo «sconosciuto» avendo scritto per Mister No, Zagor e soprattutto dopo la lunga carriera a Il Corriere dei Ragazzi. Segue poi un approfondimento sul rapporto di Dylan Dog con le donne e, in cauda venenum, Bruni non risparmia delle critiche a quegli slanci polemici di Sclavi che finirono in prediche velleitarie, in primis in merito alla censura.

A chiudere il volume un’eccezionale bibliografia curata da Luca Brunori.

domenica 12 ottobre 2025

Simulacri Seconda Stagione 01: Bonaccia

Entro in sala che il film è già iniziato, anzi il film è già finito e adesso mi vedo il sequel. In rete non mancano comunque occasioni per scoprire cos’è successo nella prima quadrilogia. Sono passati alcuni anni (10? 15?) da allora. Tre filoni narrativi si sviluppano e cominciano a intersecarsi: dopo gli slanci di gioventù Duccio si è drasticamente imborghesito finendo in una vita che non lo soddisfa del tutto, tormentato da qualche flashback di quanto visto nella prima miniserie. Sul petto ha il tatuaggio dell’I-Ching dell’Armonia; Seba e Lily che a quanto ho capito condividevano un legame psichico adesso possono attivarlo solo quando hanno contemporaneamente un rapporto sessuale con la stessa persona; Zeno è in contatto con un’entità sovrannaturale non certo benigna e mentre porta avanti i suoi piani continua con la sua troupe a realizzare video su falsi avvistamenti di fantasmi.

Mentre Venezia è invasa da una nebbia rossastra le linee narrative convergeranno tutte all’isola di Poveglia, presunto teatro di eventi paranormali. Ben concreto è invece il massacro con cui si conclude questo primo volume.

Da quel che ho potuto vedere Simulacri è un horror di ispirazione cthulhiana in cui i creatori Jacopo Camagni e Mauro B. Bucci hanno intercettato tematiche contemporanee cercando magari i riflettori con qualche sequenza risqué (ma senza mai andare nell’esplicito). È solo il primo episodio, comunque, e vengono semplicemente posizionati i pezzi sulla scacchiera. La sceneggiatura è opera di Bucci insieme a Eleonora C. Caruso.

Per quel che riguarda l’organizzazione grafica mi tocca ancora assumere il ruolo del vecchietto rincoglionito che ripete sempre le stesse cose (ruolo che peraltro mi calza alla perfezione) e mi rammarico ancora una volta che per un cartonato di grandi dimensioni si sia scelta una gabbia che è ancora meno densa di vignette di quella bonelliana. Oltretutto abbondano i primi piani e i dettagli (nel senso di inquadrature close-up) mentre sono pochi e probabilmente frutto dell’uso del computer i dettagli (nel senso di particolari, tratteggi ed elementi decorativi).

Per quel che riguarda la realizzazione grafica i disegnatori sono due, anche se io ho ravvisato tre se non quattro stili diversi: David Ferracci e Samuel Spano. Uno dei due si è probabilmente ispirato alla lezione di Giuseppe Palumbo: fa un buon lavoro ma le sue dense pennellate rendono ancora più evidente come un formato più piccolo avrebbe potuto essere maggiormente indicato. L’altro ha uno stile più classico, inizialmente curato e rigoroso e poi progressivamente più semplificato, fino alla tremenda deriva vagamente manga della fine.

I colori sono opera di Valeria de Sanctis e forse la mia malizia è giustificata nel pensare che con la scusa della nebbia si sia evitato di riempire le tavole.

Il fumetto occupa le canoniche 62 pagine di un albo alla francese e il resto del volume è occupato da interviste a sette dei personaggi. Spiace dirlo, ma anche senza cronometro alla mano mi sembra che questa lettura richieda più tempo che il fumetto in sé. Che poi non capisco perché intervistare dei personaggi che muoiono alla fine.

Simulacri è piuttosto interessante e originale ma mi chiedo a quale pubblico si rivolga visto che il formato lussuoso e relativamente costoso non è tendenzialmente quello più adatto per raggiungere il pubblico giovane a cui evidentemente si rivolge (alcuni termini da social network manco li conoscevo). Ma, come evidenziato dai due autori nell’introduzione alle interviste, l’accoglienza del primo ciclo è stata buona e quindi immagino che se in Bonelli continuano a fare volumi con questi criteri avranno le loro ragioni.

lunedì 6 ottobre 2025

Nottingham 3: Robin

Ed eccoci giunti al gran finale, in cui le conseguenze del furto dell’oro si manifestano con tutto il loro peso. Uno dei Merry Men perde al gioco e la rapidità con cui salda il debito insospettisce il capo della banda rivale dei Trogloditi che subodora il colpaccio che hanno fatto e li scova nella foresta per cercare di rapinarli, riuscendo se non altro a rapire la loro precettrice. Non solo: un giudice incaricato dalla Corona è giunto a Nottingham per indagare sui recenti fatti la cui eco ha raggiunto anche la corte del principe Giovanni. Poco male, anzi lo sceriffo giustiziere ne approfitta per escogitare un piano e liberarsi dei Trogloditi accusandoli del furto e stornando quindi i sospetti dai suoi allegri compagni della foresta. Ma se tutto andasse come previsto che gusto ci sarebbe per il lettore?

Oltre che per un ordito ben architettato e per la tensione costante che caratterizza tutto il volume, Robin si fa apprezzare per il finale tragico che comunque prelude inevitabilmente alla nascita della leggenda. Forse la storia si legge un po’ troppo rapidamente a causa del ritmo indemoniato che Brugeas e Herzet vi hanno profuso e della loro frequente scelta di lasciar parlare i disegni invece che dilungarsi in dialoghi, ma è un problema molto relativo che non impedirà certo al lettore di gustarsi con calma in un secondo momento le tavole di Dellac, a tratti caotico ma solo per la generosità con cui profonde tratteggi e dettagli (come di consueto i colori sono di Denis Bechu).

Quell’ipertrofia drammatica di stampo quasi supereroistico con cui i cugini d’Oltralpe hanno dovuto convivere sin dai tempi de Il Terzo Testamento è stata funzionale a servire una solidissima storia d’avventura con un assunto di partenza piuttosto originale. Per quanto non potrà forse annoverarsi tra i capolavori della Nona Arte, io ho trovato Nottingham un trittico molto piacevole e appassionante.

lunedì 29 settembre 2025

Un volto da fumetto

Una delle immagini poste a corredo di un recente post di Luca Brunori mi ha fatto riflettere su quanto il compianto Robert Redford fosse servito da punto di partenza (o in un caso di arrivo) per vari personaggi dei fumetti. Me ne sono venuti immediatamente in mente questi, ma chissà quanti altri ha generato. E pensare che in un editoriale della Ken Parker Collection Berardi diceva di non aver mai voluto avvicinare l’attore per mostrargli l’omaggio che gli era stato fatto con il suo trapper, per paura di ritorsioni legali!




Curiosamente non ne ho trovato traccia nella Western Family di Rancho, almeno non negli episodi che ho io.

mercoledì 17 settembre 2025

Tex Stella d'Oro 41: Lozen nata dalla tempesta

Storia dal sottofondo sovrannaturale, anche se molto è lasciato all’interpretazione del lettore. La protagonista eponima è infatti una Chihenne (non è un refuso per Cheyenne ma il nome di un’altra tribù) che ha ottenuto in una notte di tempesta due doni, il potere del cavallo e quello della guerra: il primo le permette di parlare con gli equini, il secondo di percepire la presenza dei nemici. Non si tratta di una squaw qualsiasi ma nientemeno che della sorella di Victorio, un personaggio (realmente esistito, se non erro) già apparso nella saga di Tex in un ciclo di Gianluigi Bonelli e Guglielmo Letteri, come ci ricorda Davide Bonelli nell’introduzione.

Tex dal canto suo deve risolvere il problema di un sedicente profeta indiano aspirante capopopolo che vuole sobillare gli altri nativi in occasione di una “danza degli spiriti”. Al rito dovrebbe partecipare anche Lozen e quindi il corrotto tenente Cruse è interessato a prendervi parte non per smorzare focolai di rivolta come Tex ma per catturarla e venderla a chi vuole farsi dire dove si trova il mitico tesoro di suo fratello Victorio. Tex e Tiger Jack giungono sul posto che i militari hanno già provveduto a massacrare i testimoni e quindi si risolvono di andare a liberare Lozen, catturata da Cruse col fondamentale aiuto del suo scout Enapay. Il “compratore” sarà Terrazas, un colonnello messicano che a suo tempo sconfisse Victorio ma non riuscì a farsi dire dov’era il tesoro perché uno dei suoi soldati lo uccise.

Poteri o non poteri, Lozen è capacissima di difendersi da sola e poco dopo metà volume non solo si libera ma ammazza pure Terrazas! Ovviamente Tex arriverà comunque in suo soccorso, e insieme decidono che il comportamento di Cruse va denunciato e punito. Al contempo, Tex dovrà fare da paciere ed evitare che si scateni l’ennesima guerra indiana, ma alla fine quella che doveva essere una missione diplomatica si tramuta nella scorta di ciò che rimane della tribù di Lozen verso il Messico.

L’assunto di base è senz’altro originale e l’architettura della trama è costruita con avvedutezza: Tex e Tiger Jack giungono sul luogo del rito con calcolato e giustificato ritardo per innescare gli eventi. Quello che manca a questa storia è l’azione, concentrata quasi esclusivamente in una lunga sparatoria – ma ovviamente per qualche lettore non sarà un difetto. E nonostante Luca Barbieri gestisca bene la dimensione “alla francese” rispetto ad altri nomi eccellenti che hanno lavorato su questa collana forse certe sequenze sono state risolte in maniera troppo affrettata. Ma d’altra parte la foliazione di questi volumi è sempre quella, da lì non si scappa.

Così a occhio mi pare che questo episodio trasudi di citazioni dal passato che faranno la felicità dei lettori storici ma che mi hanno un po’ frustrato, come se Barbieri si rivolgesse a un circolo di iniziati. Mose, Nana, Webster, Dirty Willy… sono effettivamente volti noti o li ha creati ex novo? Dei rimandi in nota, così invisi ad alcuni lettori, qui ci sarebbero stati proprio bene.

Senza abbandonarsi a virtuosismi Pasquale Del Vecchio confeziona delle belle tavole prestando particolare attenzione agli aspetti naturalistici, ben servito dai colori ricchi ma non coprenti di Laura Piazza.

Nota di colore: dall’introduzione di Davide Bonelli apprendo che questi volumi cartonati a colori sono chiamati in redazione «Texini»!

martedì 16 settembre 2025

Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi n. 32 - I Racconti di Domani 5: Ammazzando il tempo

Più che altrove ho notato in queste storie una maggiore articolazione e una tendenza più marcata al colpo di scena, quindi nascondo le parti più sensibili e chi vuole leggerle lo faccia a suo rischio e pericolo.

Il meraviglioso futuro che non c’è mai stato: uno scienziato di fine ’800 psicanalizza l’androide che ha costruito e favoleggia sul futuro radioso che un suo sogno preannuncia all’umanità. Originale e pervaso da un pessimismo che ne esalta l’amarezza.

Edizione straordinaria: una partita di calcio viene interrotta da una breaking news proprio nel momento cruciale di un rigore, per documentare la frenetica attesa per l’uscita del nuovo libro di Murakami. Ma è solo uno scherzo (amaro e rassegnato: interrompere il calcio per la cultura? Giammai!) dell’ormai familiare giornalista Eliza Kazan.

Doppelgänger: variazione sul tema del doppio, solo che qui di doppi ce ne sono troppi! Simpatico.

Il cadavere ingombrante: apparentemente sembrerebbe ispirarsi a Il Cuore Rivelatore di Poe, ma in realtà è una storia virata di più sul surreale e l’onirico. Molto carina.

La piccola Sally e la giustizia: la ragazza a cui è intitolata la storia è contemporaneamente un fulgido esempio di bontà e la vittima di un mondo crudele che richiede sforzi immani per procurarsi le cure per i parenti malati. Una notte sente dei passi che la inseguono: inutile tentare di fuggire, capisce che è predestinata. La morale della storia ce la dice il mostro che la ucciderà.

Variazione sulla macchina del tempo: il titolo dice tutto. Interessante però come in sole quattro pagine partendo da basi scientifiche e attraversando un disagio esistenziale si finisca con dello humour nerissimo che mi ha strappato una bella risata.

Scendendo: un giovane impiegato incappa nella collega di cui è innamorato e coglie l’occasione offerta dall’ascensore occupato per scendere le scale con lei. Solo che queste benedette scale non finiscono mai e sembrano scendere all’infinito, mentre in sottofondo si sente ogni tanto un rumore metallico e le porte d’accesso ai piani spariscono nel nulla. Tornare sui propri passi non serve che a ingarbugliare ulteriormente la matassa. La vicenda è molto intrigante ma purtroppo quando alla fine i due arriveranno nell’enorme stanza in cui si muovono gli ingranaggi (del palazzo o di tutto l’universo?) la storia rimarrà sospesa come la loro decisione se rimettere o no a posto il perno che facendo uscire dalla sua sede un ingranaggio ha causato questa situazione. Stavolta niente battuta fulminante risolutiva, quindi, ma forse una disquisizione sul libero arbitrio (servita però all’interno di un contesto molto suggestivo).

L’apparenza: fulminante boutade interamente muta in cui, se ho capito bene, non è presente tanto una critica all’urgenza borghese di ostentare che tutto va bene quanto un puro orrore sovrannaturale.

Così d’istinto direi che questo è il miglior numero della serie letto finora, oltretutto reso splendidamente dalle eccezionali tavole di Davide Furnò, che per i colori ha avuto il supporto di Giulia Brusco.