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lunedì 25 maggio 2026

Tex L'Eroe del West

Raccolta deluxe dei primi quattro speciali “centenari” di Tex che, mi dicono gli esperti, sono tra quanto di peggio sia stato scritto per la collana dovendo Bonelli padre ed eredi limitarsi a un solo albo. Sarà vero?

Chiaramente un visitatore italiano del blog conoscerà queste storie a menadito, ma magari qualcuno delle migliaia di contatti che ho quotidianamente da Singapore, dalla Germania, dalle Filippine e dalle Isole Vergini Britanniche (frutto dell’intelligenza artificiale che si allena, mi si suggerisce) potrebbero essere interessati a una sinossi.

In Fort Apache Tex viene incaricato dai militari di sgominare la banda di Matias, un rinnegato che sta mettendo a ferro e a fuoco l’Arizona e il Texas (o giù di lì) grazie a degli agganci locali. Siccome ha la base in Messico il governo degli Stati Uniti non può essere coinvolto ufficialmente: Tex dovrà quindi agire discretamente e per farlo chiama a raccolta tre caratteristi storici della serie: Jim Brandon, Pat Mac Ryan detto “l’Irlandese” e Gros-Jean, che poi nei fatti faranno ben poco. Picchiando e minacciando di morte uno dopo l’altro i contatti che permettono a Matias di agire indisturbato, Tex risale al suo nascondiglio anche se mi sembra che l’azione di scout di Tiger Jack sia più determinante.

Francamente l’ho trovata una storia banale e poco interessante e quelle che dovevano essere guest star si vedono a malapena. C’è giusto qualche vago sussulto di suggestione nell’aruspicina dello sciamano che anticipa la morte di Matias, per il resto l’unico elemento blandamente rilevante è Kit Carson che va a togliere le castagne dal fuoco a Tex che spara come un ossesso agli indiani in nettissimo vantaggio numerico. Per gli archeologi del fumetto potrà essere interessante notare l’uso del termine «Giuoco». Per il resto calma piatta, ma forse era proprio questo che volevano i lettori nel 1969. Che probabilmente apprezzavano a priori anche un Galleppini assai greve dall’inchiostrazione pesante.

Ben più interessante il secondo episodio, L’idolo di cristallo. Una tribù di Hualpai ruba allo sciamano Hatuan l’artefatto del titolo. Ma il famiglio dello sciamano (un corvo) fa in tempo a raggiungere, con ancora una freccia in corpo, la tribù dei navajos dove Tex capisce subito la situazione e parte alla caccia dei ladri. I selvaggi Hualpai, quasi primitivi, sono d’altro canto in ambasce per conto proprio visto che l’idolo, schermato dalla bambola rituale kacinah, fa gola al nipote del loro sciamano che di fronte alla sua luminescenza gli chiede di diventare il nuovo sciamano per poi cadere a terra e morire con delle piaghe sul corpo! Evidentemente era sottinteso che la luminescenza dell’idolo fosse dovuta a una forma di radiazione, ma la cosa non viene detta esplicitamente – forse lo fu in un’altra storia? Tex e pards raggiungono gli Hualpai e impediscono loro di officiare il rito con cui volevano sacrificare una squaw: una volta recuperato l’idolo l’azione si fa frenetica. Nutro pochi dubbi sul fatto che il motore della storia non sia frutto di documentazione ma della fantasia di Gianluigi Bonelli, ma la suggestione che ne deriva non ne viene sminuita.

Qui Galep ha un tratto molto più sciolto, dinamico, espressivo e direi quasi cesellato nel dare corpo alle muscolature, ai dettagli delle capanne, alla matericità degli ambienti naturali. Poi è meglio soprassedere sulle sue donne, ma questa prova è nettamente superiore alla precedente.

Credo che questa storia fosse ancora più gradita ai lettori abituali di Tex visto che (se ho ben capito) presenta molti riferimenti a storie precedenti, espunti però in questa edizione – se mai ci sono stati davvero.

Ancora meglio il numero 300, La lancia di fuoco. Anche questo episodio ruota attorno a un artefatto. Un gruppo di sbandati organizza il furto al museo indiano di Phoenix di un’antica lancia grossa quanto un pilastro, poiché hanno intuito che contiene dell’oro e un rubino. Nel mentre Tex e compari sono stati inviati a indagare su alcuni non specificati problemi che ci sarebbero in zona con delle guide indiane. Costretti a riparare a Phoenix per scampare al fortunale che si è scatenato, al mattino apprendono la notizia del furto e dell’omicidio del custode del museo. Si lanciano quindi all’inseguimento, supportati dal fatto che i ladri sono perseguitati da una certa scalogna. Ad anticipare il finale un lungo scontro a fuoco nell’ambiente molto suggestivo di una foresta pietrificata. Anche qui si «giuoca» – ed eravamo nel 1985!

Le tavole di Galep stavolta sono pensate proprio come delle tavole e non come l’incolonnamento di tre strisce: le vignette hanno delle altezze diverse e possono anche incastrarsi e sbordare in quelle soprastanti o sottostanti. Alcune sono addirittura tonde per sottolineare certi particolari, ma non mancano vignettone più grandi e dunque più ariose. Il risultato è che le tavole sono molto più dinamiche e hanno maggiore profondità. In questa maniera anche i primi piani opportunamente isolati o evidenziati sono molto più drammatici. Ma in generale ho notato una maggiore cura per i dettagli e le inquadrature, forse la storia era stata pensata per un altro formato più grande.

La quarta storia, La voce nella tempesta, è appannaggio di Claudio Nizzi e vede il ritorno di Pat l’Irlandese, che ha invocato i pards in soccorso a Fort Bridger facendo seguire loro una strada molto specifica. Ma perché ha segnalato proprio quel percorso e perché si è firmato appunto come Pat l’Irlandese e non con il suo cognome?

Salta fuori che il buon Pat ha dovuto acconsentire ad arruolarsi nell’esercito come risarcimento dopo aver distrutto uno degli edifici del forte per punire dei soldati bari. La sequenza della rissa è sicuramente un classico di Tex ma il riassunto del suo svolgimento mi ha fatto ridere di gusto: «Siccome i tavoli e le sedie erano finiti, cominciai a staccare qualche trave dalla parete...». Contro ogni previsione Pat diventa un soldato modello, gli viene quindi affidata una missione con cui i suoi debiti saranno del tutto saldati e lui congedato, solo che nel corso del dovere incappa in quelle che sembrano disperate urla femminili, ben udibili anche con la pioggia battente. Qualcuno lo tramortisce ma il rinvenimento al suo risveglio di una spilla da donna gli fa capire che non si è immaginato tutto. La situazione però è più complessa di quel che sembra: quand’era svenuto qualcuno ha scambiato il dispaccio che trasportava con un altro, così i militari a cui era destinato sono corsi a proteggere una banca mentre la rapina si svolgeva in un’altra. Ritenutolo quindi un disertore in combutta con la banda di Ned Kimbaugh, ecco che ha chiesto l’aiuto di Tex. Per il sagace ranger non è difficile ricostruire una congiura che riguarda anche gli alti gradi dell’esercito, e che coinvolge tra gli altri la sorella di Kimbaugh, alla faccia di chi dice che in Tex non ci sono donne. Peccato che a disegnarle sia un Galep al crepuscolo della sua carriera.

Non male la resistenza finale contro la banda di Kimbaugh al gran completo, in cui Tex e Kit Carson asserragliati sembrano quasi non farcela. È ovvio che sarebbero sopravvissuti, ma Nizzi ha azzeccato il tempismo giusto per far comparire il resto del cast, che avrebbe dovuto essere altrove ma è intervenuto con una buona motivazione. Tex svela poi il traditore gallonato con un sistema ben congegnato e divertente. Ecco, direi che “divertente” è l’aggettivo che meglio descrive questa storia (che però presenta parecchi spunti interessanti e tantissima azione), a maggior ragione con la reazione finale di Pat ormai scagionato davanti alla proposta di diventare caporale.

Anche stavolta Galep disegna in piena libertà, ma gli anni passati dall’episodio precedente si fanno drammaticamente sentire.

In definitiva, almeno per quel che conosco io Tex, credo che questo volume possa essere un buon biglietto da visita per la serie a chi voglia avvicinarvisi: anche se le storie si svolgono praticamente tutte al confine col Messico non ci sono solo gli stereotipi del western ma anche trovate molto originali che danno una panoramica dalla varietà della serie: complotti articolati, indagini, elementi forse soprannaturali, un pizzico di umorismo. Al di là di questo è una lettura gradevole visto che le storie vanno in crescendo. Che poi Tex sia anche altro è pacifico, ma qui ce n’è un’ottima infarinatura. Sulla colorazione digitale soprassiedo (perché Gros-Jean è marrone?!), come hanno fatto anche i redattori che non hanno indicato da chi sia stata fatta.

La selezione offre inoltre una panoramica sull’evoluzione dello stile di Galep nel corso di 25 anni, tra alti e bassi. Certo, bisogna comunque apprezzare il suo stile.

Ulteriore motivo d’interesse, la prefazione di Graziano Frediani sulla storia della colorazione degli albi popolari in Italia.

lunedì 10 febbraio 2025

Vita da cani

Volumone che raccoglie i 37 episodi della serie di Sclavi e Gavioli transitata su Il Giornalino. La cura editoriale è quella a cui ci ha abituati Allagalla: oltre all’introduzione di Guarino & Pollone vengono presentate due testimonianze di Claudio Nizzi e dello stesso Sclavi e un’analisi della serie a cura di Dino Aloi. L’attenzione filologica contempla anche il recupero, tra le altre cose, di un cruciverba dedicato alla serie e un omaggio grafico di Franco Oneta, oltre che la cronologia di tutti gli episodi da cui si evince che la serie ebbe una vita editoriale tormentata e una pubblicazione eclettica: ai tempi del suo esordio nel 1984 venne presentata con frequenza per poi fare solo sporadiche apparizioni finché nel 1990 ne venne ripresa massicciamente la pubblicazione con una raffica di 14 puntate consecutive, rimandando gli ultimi due episodi solo al 1992. Non ne viene svelato il motivo, ma immagino che la serie rimase congelata per un po’ come testimonierebbe anche una citazione/parodia di Drive In nel 1992, quando la trasmissione di Antonio Ricci non era più d’attualità.

Il protagonista è Bobò, un cagnone randagio con berretto e scarpe da ginnastica. Tra i primi comprimari figurano Ciompo, cane attempato che lascia a metà le perle di saggezza che vorrebbe ammannire, il cane barzellettiere Valerio a cui viene sempre impedito di raccontare la barzelletta del portiere e Guglielmo, che fraintende le domande e va con la memoria a fatti lontani.

Gli episodi ruotano attorno ai tentativi di Bobò di trovarsi un lavoro ma possono anche contemplare altri temi come un piano per farsi adottare da una famiglia oppure il ritrovamento di un cucciolo o ancora le inconsuete usanze canine della Città Vecchia. Non mancano personaggi umani, sempre visti ad altezza di cane, come l’industriale Signor Tubi e l’impiegato dell’ufficio di collocamento. Ammiccamenti al lettore sono comuni e non mancano trovate deliziosamente surreali come una fabbrica che produce sia automobili che dolci, con i prevedibili effetti indesiderati se si scambiano gli “ingredienti”.

Vita da cani si basa su uno schema abbastanza fisso e soprattutto sulla ciclicità dell’interazione dei personaggi, tanto che Nizzi nella sua introduzione si rammarica di quanto una serie basata su tormentoni come questa avrebbe beneficiato di una pubblicazione più ravvicinata che non le venne concessa.

Progressivamente, però, qualcosa cambia. Gli umani spariscono dal quadro (eccezion fatta per marito e moglie che commentano da casa le bizzarrie dei cani battibeccando tra di loro) e arrivano nuovi personaggi quali il colonnello Bravacci intriso di retorica militarista, il vu cumprà Timbuctù, il russo (che poi non lo è) Vassili mentre figure prima sullo sfondo come il «deficiento» Michelangelo acquistano maggiore rilevanza. Valerio riesce addirittura a raccontare per intero le sue barzellette, e Ciompo non ripete più «ma va’ là».

Da circa metà serie le storie non si possono quasi più definire tali, ma sono solo un accumulo di gag senza soluzione di continuità. Anche il desolato Bobò confida ogni tanto al lettore che rinuncia a capirci qualcosa. Si ride ancora, ma purtroppo Vita da cani diventa ripetitiva tanto più che Sclavi ricicla le stesse battute e addirittura lo stesso titolo in episodi diversi. Come ricordavo sopra, la serie conobbe una pubblicazione che alternò momenti di presenza continuativa ad altri in cui quasi sparì dalle pagine de Il Giornalino. Ignoro se altri impegni di Gavioli possano aver influito sulla sua realizzazione o se come a volte succede certe tavole finirono sepolte nei cassetti della redazione per poi rispuntare fuori anni dopo (il caso del cane Vassili presentato ufficialmente solo molti episodi dopo la sua comparsa effettiva farebbe propendere per questa ipotesi) ma potrebbe anche darsi che al Giornalino non avessero gradito questa accelerazione verso il nonsense e solo grazie al prestigio dato dal successo di Dylan Dog avessero poi deciso di dare seguito a Vita da cani.

I disegni di Gino Gavioli sono molto schematici e per nulla modulati, rimandando un po’ all’estetica dei cartoni animati di Hannah e Barbera. Il risultato non è affatto male, però, anche in virtù delle soluzioni grafiche adottate per gli sfondi – vedi gli alberi, come ricordato da Aloi.

La qualità di stampa non è ottimale (come detto nell’introduzione di Guarino & Pollone, la riproduzione è stata fatta a partire da precedenti edizioni: Il Giornalino e uno speciale ricolorato) ma sicuramente più soddisfacente che in altri casi. Più che altro sono i colori a risultare un po’ sacrificati, anche se non mancano occasionali tratti pixellati, per fortuna non così diffusi.

sabato 24 dicembre 2022

Un capitano di quindici anni

Non il migliore dei fumetti realizzati da Franco Caprioli, ma la colpa è principalmente di Jules Verne. L’adolescente Dick Sand, secondo in comando, si ritrova capitano della baleniera Pilgrim dopo che il capitano Hull perisce a causa di una balena inferocita perché protegge il suo piccolo. La nave aveva appena preso a bordo cinque neri e un cane, unici superstiti di uno speronamento, cosa provvidenziale visto che dopo l’attacco della balena dell’equipaggio non rimane praticamente nessuno. Guarda caso, proprio sulla Pilgrim si trova chi ha contribuito alla loro disgrazia, il cuoco portoghese Negoro. Costui riesce a deviare la rotta della nave fino a farla approdare addirittura in Africa (la storia prende le mosse inizialmente tra America del Sud e del Nord) proprio dove può riprendere il suo commercio di schiavi insieme a un altro malvivente che inizialmente imbroglia l’equipaggio sulla loro destinazione.

Dick riesce a salvare i suoi compagni di sventura (tra cui la moglie dell’armatore, suo figlio e il cugino entomologo a cui sono demandate le gag comiche) ma in pratica se la cava solo grazie a interventi esterni e per pura fortuna, è un personaggio decisamente privo di sugo. Non mancano poi situazioni inverosimili come il cane Dingo che seleziona sempre le stesse lettere in un gioco del piccolo Jack per ricordare il suo padrone assassinato, o il ricorso all’olio di balena per far chetare il mare in tempesta (boh, magari funziona davvero). Lo stesso Dingo muore apparentemente un paio di volte, e mi viene il sospetto che Verne lo abbia “resuscitato” non tanto per creare colpi di scena ma perché si era dimenticato di averlo ucciso. Ovviamente Claudio Nizzi non poté fare molto per rendere più accattivante il materiale di partenza, anche se forse avrebbe potuto ridurre un po’ il gergo marinaresco nella prima parte, che assume ai miei occhi di profano quasi l’aspetto di technobabble. Decisamente meglio Michele Strogoff, un po’ perché l’esotismo non ha una grande presa su di me, ma soprattutto perché questo volume non presenta nessuna storia in appendice ma consta di sole 40 tavole di fumetto, da cui immagino la necessità di commissionare a Gianni Brunoro un’introduzione piuttosto lunga (e interessante, ma da leggersi rigorosamente dopo il fumetto) ricca di immagini anche a piena pagina per poter raggiungere una foliazione dignitosa.

Ma in fondo chi se ne frega: lo scopo di questa collana è godere dei disegni di Franco Caprioli e tanto basta. Anche i colori, poi, non sono affatto male. Unico appunto che mi sento di fare al disegnatore è che il capitano Hull e l’infido Harris si somigliano un po’ troppo e all’apparizione del secondo può insorgere un po’ di confusione. Forse Caprioli si era basato sullo stesso modello, ma nell’ottica di una pubblicazione a puntate può starci benissimo, visto che il lettore avrebbe potuto tranquillamente dimenticarsi le fattezze di un personaggio estemporaneo che era comparso qualche settimana prima.

Questo fumetto costituisce anche una testimonianza sulla diversa sensibilità dell’epoca, con la caccia alla balena raffigurata senza alcuna remora morale, anzi come se fosse la cosa più naturale del mondo, e con l’uso disinvolto e ripetuto del termine «negro».

mercoledì 28 marzo 2018

Larry Yuma: L'Ultima Sfida

Mai letto Larry Yuma in vita mia, se non forse su qualche Giornalino prestato alle elementari di cui comunque non serbo il ricordo. Ma questo episodio speciale conclusivo mi intrigava e quindi eccoci qua. Ufficialmente quattro mesi dopo la pubblicazione effettiva, risalente a novembre 2017 – ma a Lucca mica l’ho visto, sennò l’avrei preso là. Siccome viene ribadito in più occasioni che Gualandris vorrebbe disegnare Tex e alla conferenza di presentazione a Lucca venne confermato che lo stava facendo, in effetti è probabile che sia uscito ancora prima di quell’occasione.
Delle 48 pagine del brossurato con bandelle solo 22 sono dedicate al fumetto, le altre presentano varie introduzioni e una lunga intervista al disegnatore Gualandris. Ad aprire le danze c’è un intervento nientemeno che di Mauro Boselli, a sancire idealmente il passaggio del disegnatore alla Bonelli.
La storia, organizzata sulle tre strisce bonelliane, è classica nei contenuti ma molto moderna nella realizzazione, affidandosi principalmente ai disegni e alla inquadrature per raccontare la vicenda senza appesantire la lettura con dialoghi e didascalie – queste ultime sono assenti del tutto.
Non conoscendo Larry Yuma probabilmente mi sono perso più di un rimando alla serie classica: L’Ultima Sfida in sé è un tipico canovaccio western che, contrariamente a quanto potrebbe far intendere il titolo e senza voler spoilerare nulla, non pone necessariamente fine alle vicende del protagonista. Non c’è quindi molto da dire sui testi, sia per la strettissima adesione ai dettami del western sia per non anticipare nulla a chi deve ancora leggere la storia.
È il caso invece di soffermarsi sui bei disegni di Giorgio Gualandris, di cui Allagalla pubblicò già anni fa un compendio di lavori intuendone le grandi potenzialità. Il suo stile è solido e robusto, rispettoso dell’anatomia e dei panneggi delle vesti ma anche dinamico ed espressivo. Solo il protagonista (forse ispirato al volto di Nizzi?) è una maschera d’indifferenza, ma immagino sia una cosa voluta e coerente col suo carattere. Gli interni delle abitazioni, gli sfondi e i panorami sono curatissimi, anche se talvolta fisiologicamente sintetici, e in più di una postura ho ravvisato la passione dichiarata di Gualandris per Claudio Villa. La scelta delle inquadrature è poi, come accennato, molto oculata ed espressiva – essendo anche il frutto di uno scrupoloso lavoro di supervisione da parte di Nizzi, come ricordato nel’intervista.
Curiosamente, la qualità di stampa è pessima. Considerando l’ottimo livello degli altri prodotti Allagalla è probabile che la causa vada ricercata nelle scansioni non ottimali che lo stesso Gualandris ha eseguito, e che rendono tutti i tratteggi frastagliati fino a far sparire i più piccoli o amalgamare malamente quelli più vicini tra loro. Ma poiché questo stesso episodio compare anche nell’ultimo integrale di Larry Yuma, dove sperabilmente è stampato meglio, chissà che non si tratti di una strategia per “invitare” a comprarlo e godere così dei disegni di Gualandris come meritano.

lunedì 6 novembre 2017

Kendall 6: L'Ostaggio, Capitan Erik 2: Diamanti, L'Isola misteriosa

Il sesto volumone di Kendall l’ho preso per inerzia e per completare la collezione, ben sapendo che non sarebbe stato tra le mie letture prioritarie. Anche il 5 d’altra parte è ancora in attesa di essere letto, non ricordo nemmeno se l’ho cominciato o meno.
Con questo non voglio denigrare i solidi testi western e ancor meno il lavoro del grande Arturo Del Castillo, ma queste storie classicissime con pochi margini di originalità non mi invogliano molto alla lettura (tanto meno con altro materiale a disposizione) e anche il rimontaggio made in Milone, per quanto indolore, non è che mi incentivi alla lettura.
Restano comunque gli interessanti, anche se qui sparuti, redazionali e il bel colpo d’occhio che danno i volumi messi uno accanto all’altro sulla mensola. E se un giorno avrò voglia di leggermi un western so dove andare a cercarlo.
Il secondo volume di Capitan Erik segna il debutto di Attilio Micheluzzi. A costo di sembrare blasfemo, confesso che Giovannini mi aveva convinto di più; d’altra parte lo stesso Nizzi nell’intervista introduttiva dichiara che preferiva Micheluzzi ma che per il pubblico de Il Giornalino sarebbe stato più adatto il Giovannini che aveva abbandonato il tavolo da disegno per diventare direttore artistico di Lanciostory.
Nella sua lunga ed esaustiva introduzione Giulio Cesare Cuccolini enumera i riferimenti grafici di Micheluzzi e i pregi del suo stile, ma il risultato più marcato del suo lavoro è a mio avviso una certa cupezza che mal si adatta ai testi di Nizzi, indirizzati a un pubblico giovane. Sicuramente, come segnala Cuccolini, l’uso delle onomatopee è molto originale e diventa parte costitutiva delle tavole, così come sono raffinati i rimandi alla Pop Art, ma il risultato complessivo secondo me è piuttosto inadatto a un fumetto destinato ai ragazzi, in cui oltretutto i comprimari e lo stesso protagonista non rispettano del tutto le fattezze originariamente definite da Giovannini.
Mi pare che gli interventi redazionali ideati da Nizzi qui siano meno presenti che nel precedente volume, ma vista la netta discrepanza tra testo e disegno credo che la mia esperienza con Capitan Erik si concluderà qui (ne sono stati annunciati ancora due volumi).
Su L’Isola misteriosa c’è poco da dire: i disegni di Franco Caprioli, da soli, giustificherebbero l’acquisto. Il caso ha voluto che J D La Rue mi abbia portato a vedere, oltre ai pupazzetti che servirono a Gary Gygax come base per alcuni mostri di Dungeons & Dragons, anche una precedente versione in volume del fumetto a opera delle Edizioni San Paolo, ma non ho avuto la prontezza di confrontarla con questo volume Allagalla: avrei dovuto, perché nell’introduzione/intervista Nizzi dice che questa nuova versione Allagalla è stata epurata delle didascalie artefatte che Caprioli inseriva a suo gusto (aneddoto accennato anche in Tex secondo Nizzi e qui sviluppato in maniera circostanziata). In effetti devo dire che la “restaurazione” non ha lasciato tracce visibili di “buchi” nelle vignette o di tratteggi che sembrino estranei alla mano di Caprioli, se non nella tavola 75 e forse nella 71, tutt’al più ci sono delle didascalie e qualche balloon in cui il lettering originale è stato palesemente sostituito da quello digitale: forse gli aggiustamenti dei testi si sono limitati principalmente solo alla loro riscrittura più sintetica.
Come nel caso di Capitan Erik, il recupero del bianco e nero rende pienamente giustizia all’arte di Caprioli, così come l’utilizzo abbondante del lettering originale restituisce la freschezza e l’immediatezza che avevano quei fumetti all’epoca. Sulla qualità di stampa di Allagalla non c’è poi molto da aggiungere, lodevole tanto più che con ogni probabilità il lavoro sarà partito dalle pagine stampate e non dalle tavole originali che chissà se esistono ancora. D’altra parte Allagalla è stato tra i pochi editori a rendere alla perfezione i tratteggi di Sergio Toppi, ma pare che Magda & Moroni sia bloccato a tempo indeterminato.
Il gusto di leggere o rileggere questi fumetti risiede anche nel constatare quanto siano cambiati i costumi e la mentalità nel corso di quarant’anni: nel volume di Caprioli, per dire, i protagonisti ammazzano senza problemi (se non un commento ironico) delle foche e uno di loro è un tabagista che, confezionatosi una pipa rudimentale, rimpiange ripetutamente di non avere tabacco.
Più in generale, mi pare che Allagalla si confermi casa editrice vivace e dal catalogo raffinato e interessante, anche se ormai indirizzato più verso recuperi eccellenti italiani che non alla pubblicazione e alla ristampa di materiale argentino e spagnolo che aveva caratterizzato la prima fase della sua vita editoriale. Di certo la vicinanza con Claudio Nizzi ha consentito la concretizzazione di certe chicche come le splendide variant cover dei volumi di Larry Yuma (incredibile ma vero, allo stand dell’editore c’erano Ticci e Villa in dedica, quando nel loro ruolo bonelliano istituzionale si limitano, da quello che so, a firmare delle stampe!).
A proposito di Larry Yuma, il decimo e ultimo volume della ristampa (il seguito firmato Mantelli-Ongaro non sarà ristampato) conterrà addirittura una storia a fumetti conclusiva realizzata appositamente e affidata alla matita di Giorgio Gualandris. Il nome non dirà niente ai più ma, da conoscitore di Allagalla della prima ora, io ricordo il suo fascicoletto Artworks del 2012 (che raccoglieva materiale di qualche anno prima) disegnato molto bene anche se con degli stili che mal si adatterebbero al western. Gualandris deve essere molto maturato dall’epoca e soprattutto deve aver corretto la mira, visto che è stato già cooptato per Dampyr e che dovrebbe essere impiegato in futuro nientemeno che su Tex!
In definitiva Allagalla si conferma editore dal catalogo molto interessante e con un’ottima cura per i suoi prodotti, sia dal punto di vista cartotecnico che redazionale. Il tutto a prezzi che mi sembrano onesti. Essendo uno dei pochi editori rimasti che ancora usa questo bel formato grande e cartonato mi risulta però molto difficile mantenere integri i volumi che fanno sempre capolino dalle borse accanto a quelli più piccoli. Per quanto cerchi di starci attento almeno una bottarella o un’ammaccatura se la beccano sempre, maledizione.