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giovedì 13 luglio 2023

Lo Squadrone Supremo

Con il suo inserimento nel purgatorio del Tutto a 3 euro finalmente ho avuto la possibilità di leggere questa serie in 12 capitoli che da qualche parte ho letto essere considerata un po’ il Watchmen della Marvel.

La storia comincia in medias res, ignoro se il pregresso che viene rievocato sia solo un ricordo dei protagonisti o sia stato effettivamente narrato altrove. In sostanza, la Terra è ben oltre la soglia del collasso dopo che un alieno si è impossessato dei membri dello Squadrone Supremo (versione made in Marvel della Justice League of America della DC) portando alla guerra globale e a una dittatura planetaria con Nottolone, cioè Batman, al comando. L’unico a essere riuscito a salvarsi e a salvare il resto del gruppo è Hyperion, cioè Superman. Per riparare ai danni che hanno involontariamente causato, i supereroi decidono di estendere a tutto il mondo gli ideali di Utopia, l’isola da cui proviene Zarda cioè Wonder Woman. Che il mondo lo voglia o no. La decisione non è però plebiscitaria e alcuni membri dello Squadrone Supremo hanno il sospetto che così si tornerà a instaurare una tirannia, per quanto mossa da buone intenzioni: a uscire dal quadro, però, al momento è il solo Nottolone, che nella sua identità pubblica era anche stato Presidente degli Stati Uniti e su cui grava quindi la maggiore responsabilità delle azioni compiute quand’era sotto il controllo mentale dell’alieno.

Il programma prevede inizialmente la distribuzione di cibo e il ripristino delle infrastrutture, cui farà seguito il disarmo totale della popolazione per poi eliminare del tutto la criminalità grazie a un marchingegno in grado di modificare la personalità dei soggetti (verrebbe da dire che quel paraculo di Mark Millar non aveva inventato nulla col suo Red Son, ma in fondo è un’idea vecchissima). Ultimo passo, l’eliminazione della morte stessa tramite un sistema di ibernazione.

Lo Squadrone Supremo è tutto fuorché moderno: ci sono molte didascalie e balloon di pensiero con cui vengono chiariti e riassunti gli eventi e le azioni. La struttura delle storie prevede che a ogni episodio ci sia una sorta di riassunto degli eventi salienti o del passato del personaggio sotto i riflettori in quel numero. Però pian pianino qualcosa di diverso, più originale o maturo, si fa strada nella storia: si comincia a parlare di cancro, c’è qualche vago riferimento sessuale, si trattano problematiche concrete (senza più criminali né malati come si manterranno quelli che lavoravano nelle carceri e negli ospedali?) e soprattutto i supereroi vengono mostrati con le loro debolezze assai umane: c’è quello che si sente inferiore agli altri per la sua statura e il suo aspetto fisico, quello che fa pensieri su una collega anche se è sposato, quello infantile che va fuori di testa per la morte dei genitori, quell’altro che fa scherzi idioti. E ovviamente trattandosi di una miniserie con personaggi minori non è necessario che tutti i protagonisti sopravvivano.

Siccome la vita quotidiana di questi personaggi potrebbe diventare leziosetta, Mark Gruenwald innesta nel corpo centrale della trama qualche avvenimento che porta a sottotrame più interessanti e anche alcuni scontri con supercattivi uno più ridicolo dell’altro, chissà se creati appositamente o preesistenti (forse sono delle parodie di nemici della Justice League of America?). In effetti il rimescolamento tra personaggi “buoni” e “cattivi” è un elemento molto interessante della trama, e sarà anche quello che ne determinerà la svolta conclusiva.

L’ultimo episodio mi è sembrato un bel virtuosismo da parte di Gruenwald, un gioco col lettore che sa già che ci dovrà essere una battaglia finale, ma che lo sceneggiatore rimanda sapientemente per far montare la tensione. E alcune morti sono veramente eccellenti e inaspettate, come solo con dei personaggi “usa e getta” si può fare.

La serie portante è integrata da un crossover con Capitan America a metà della saga che mi sembra più che altro una marchetta pubblicitaria per sostenere la serie principale, anche se le ripercussioni a breve termine ci saranno (ma non avevano bisogno di essere introdotte su un’altra testata). Inoltre il volume ha una “coda” con l’episodio lungo Morte di un Universo di qualche anno dopo, in cui la storia riprende una settimana dopo gli eventi della miniserie. A quanto pare l’universo verrà distrutto entro 12 ore e lo Squadrone Supremo deve ricorrere anche all’aiuto dei suoi due peggiori arcinemici per salvare il mondo. La storia è anche simpatica, ma forse è stata tirata troppo per le lunghe, anche se il finale un po’ ironico è piacevole. Il team creativo è quello consolidato ma alle chine, noblesse oblige, c’è nientemeno che Al Williamson.

Per quanto ne capisco io di comic book, la qualità dei disegni mi sembra quantomeno dignitosa e anche buona in alcuni frangenti. A disegnare Lo Squadrone Supremo si sono avvicendati Bob Hall e Paul Ryan, inchiostrati da Sam De La Rosa (inizialmente le chine le fece John Beatty). Le cafonate della Image erano ancora di là da venire quindi lo stile è quello classico statuario dei supereroi, senza essere troppo ipertrofico. Il lavoro è però discontinuo e accanto ad anatomie pressoché perfette ed espressive ci sono dei dettagli un po’ tirati via, a testimonianza della probabile realizzazione travagliata della miniserie: ma d’altra parte l’impegno mensile sulla serie deve essere stato assai gravoso, tanto più che il primo e l’ultimo episodio durano ben quarantuno tavole invece delle canoniche 24, che solo in un paio di numeri si riducono a 23. In un’occasione la mano è passata addirittura al grande John Buscema, il cui intervento non si fa però apprezzare molto, forse dovette lavorare di fretta in quanto tappabuchi (di lusso ma pur sempre tappabuchi) o forse il suo collaboratore Jackson Guice non era all’altezza. Comunque per apprezzare il lavoro di Hall e Ryan basta confrontarlo con quello dell’accoppiata Paul Neary-Dennis Janke nell’episodio di Capitan America.

In conclusione mi sembra che Lo Squadrone Supremo sia un buon fumetto di supereroi con una certa originalità e anche dei buoni spunti di riflessione, sebbene ancorato a uno stile forse ritenuto vecchio già all’epoca. Mi chiedo perché non abbia avuto gli onori che forse meritava. Può darsi che l’attenzione dei lettori Marvel dell’epoca fosse catalizzata dal mega-evento Secret Wars e ovviamente i ragazzini preferivano vedere un infinito match di wrestling tra supereroi e loro nemesi piuttosto che leggere di supereroi che parlano di politica. Forse l’uscita dei praticamente contemporanei Crisis on Infinite Earths, Dark Knight Returns e Watchmen può averlo messo in ombra (ma magari, in versione deluxe…), forse i protagonisti non avevano lo stesso appeal di supereroi più famosi, oltre a essere un palese pastiche di una proprietà intellettuale della concorrenza che avrebbe potuto adire a vie legali o, peggio ancora, ottenere una pubblicità indiretta dalla serie se troppo pubblicizzata. O magari Lo Squadrone Supremo è famosissimo e apprezzato e ha già avuto centinaia di ristampe di cui io non mi sono mai accorto!

Il volume Panini è di grandi dimensioni, ma la qualità di stampa è quella che è e qualche redazionale di approfondimento sarebbe stato gradito.

domenica 26 luglio 2015

Destino 2099 2: Il Regno di Destino

Secondo e, immagino, ultimo volume del Destino 2099 di Warren Ellis. Il primo era decisamente buono e andava in crescendo, questo è ancora meglio.
Le multinazionali cannibali che Destino ha messo in ginocchio nello scorso volume sono in realtà la manifestazione di un ulteriore potere segretissimo che opera dietro le quinte e che per far fronte all’azione del despota illuminato ordisce un piano che prevede nientemeno che lo sterminio di buona parte di ciò che resta dell’umanità, tanto i privilegiati se la svigneranno su Marte.
Nel mentre riappare Steve Rogers/Capitan America, perfetto uomo-immagine cui affidare la carica di Presidente dopo aver esautorato Destino e averlo apparentemente sconfitto con l’utilizzo di tecnologie aliene segrete e ritrovati militari proibiti.
Ho notato come in questi comic book di vent’anni fa aleggiasse quasi già lo spettro della decompressione che di lì a pochi anni lo stesso Ellis avrebbe imposto al mercato statunitense: le sottotrame del numero scorso non ci sono più e tutto sommato la storia è lineare e tesa verso la risoluzione finale. Manca la frenesia di oggi visto che nel 1995 andava di moda uno stile verboso che in questo caso ha portato anche all’elaborazione di pagine singole con un sacco di bla-bla-bla, scene talvolta avulse dalla storia portante.
I marchi di fabbrica di Warren Ellis ci sono comunque tutti e al massimo grado: idee innovative e originali (a metà anni ’90 quanti sapevano delle nanotecnologie?) e dialoghi spettacolari. Le prime dichiarazioni del redivivo Capitan America e la scenetta familiare tra Destino, Renfield e Static Annie mi hanno fatto ridere di gusto alla faccia dell’otite che mi sta perforando un timpano da sabato. Il tutto perfettamente integrato nelle logiche di un fumetto che doveva ancora seguire il Comics Code e inserito in una struttura editoriale smaccatamente commerciale in cui lo sceneggiatore ha dovuto destreggiarsi tra crossover e coordinamento editoriale con le altre testate del 2099.
Ai disegni c’è stato un nettissimo miglioramento rispetto a quanto visto in precedenza. Steve Pugh, disegnatore di quasi tutto questo ciclo, ha fatto un gran bel lavoro e John Royle (disegnatore del primo capitolo) ha confezionato delle tavole dal tratto sufficientemente realistico e rigoroso per farsi apprezzare. L’intervento dell’artsy Ashley Wood è stato fortunatamente limitato alle copertine e a un solo episodio, nemmeno disprezzabile peraltro. Notevolissimo il lavoro del veterano John Buscema nell’ultimo capitolo, realizzato quando immagino il “Big John” fosse piuttosto in là con gli anni. Può darsi che l’inchiostratore Scott Koblish abbia avuto un ruolo determinante nel dare uniformità stilistica al lavoro di ben quattro disegnatori diversi e a rendere digeribili le deformità di Wood.
Nonostante una vaga sensazione di chiusura affrettata (ma probabilmente sono io che vorrei leggere Ellis all’infinito) e qualche trascurabile refuso (merita la citazione un Pugh diventato «Push» nei crediti di un capitolo) il volume è consigliatissimo.