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domenica 8 gennaio 2023

Mattéo - Il Sesto Periodo (2 settembre 1939-3 giugno 1940)

E così siamo arrivati al capolinea. È decisamente valsa la pena di aspettare oltre una dozzina d’anni (quasi quindici) per vedere la conclusione di questa saga, mettendo in conto anche lo choc di scoprire che il quarto volume non sarebbe stato l’ultimo.

Su CaseMate Gibrat ha detto che questo capitolo conclusivo sarebbe stato diverso dagli altri, concentrandosi su altri temi, ma in effetti ci sono fortissimi elementi di continuità con il resto della storia.

Mattéo, provato nel corpo e nell’animo, sfugge dalla prigionia grazie e uno di quei personaggi che Gibrat ha saputo tratteggiare con grande maestria e umanità. Tornato nel paesello dove tutto era iniziato riallaccia i contatti con il vecchio amico Paulin, la madre e soprattutto l’amata Juliette e la storia potrebbe procedere placidamente, pur tra i fantasmi che tormentano il protagonista, se non fosse che scopre che il figlio Louis è prigioniero dei tedeschi a Sedan. E così comincia il suo viaggio per salvare quel figlio che ignora di essere tale. La sua prigione è un convento che è stato convertito in campo di prigionia, e grazie all’aiuto di un parroco Mattéo riesce a liberare Louis e un suo commilitone. Degno figlio di quello che crede essere suo padre, Louis vuole tornare al fronte a combattere e il sarcasmo del destino vorrà che anche Mattéo sia costretto a proseguire con lui.

Il loro viaggio in senso inverso rispetto a quello dei profughi non è solo uno sprofondare nella brutalità della guerra (con quel senso di incombente tragedia che già si avvertiva ne Il Rinvio) ma anche un’occasione, che Mattéo cerca di procrastinare il più possibile, per accennare al loro rapporto di sangue. L’ultima tappa del viaggio sarà Dunkerque, con la speranza di trovare un passaggio via mare verso la vicina Inghilterra. Mentre i tedeschi bombardano la spiaggia…

Le aspettative erano alte, e oltretutto la serie aveva anche la spada di Damocle dello splendido finale de Il Rinvio con cui confrontarsi, ma non sono state disattese. Se le anime semplici che cercano “emozioni” e “atmosfere” qui ne troveranno a quintali, è anche vero che Gibrat ha saputo inventarsi delle soluzioni intelligenti e originali per cavare dai guai i suoi personaggi, e che ha chiuso praticamente tutti i fili in sospeso in maniera elegante e raffinata. L’equilibrio della narrazione è perfetto, con i giusti tempi per ciascuna ambientazione e ogni colpo di scena al punto giusto. È quasi superfluo segnalare che gli inserti con Amélie non sono affatto slegati dal resto e che alla fine scopriremo la loro raison d’être. A questo magnifico affresco umano e narrativo in cui tout se tient Gibrat aggiunge i suoi splendidi dialoghi intrisi di un’ironia disperata. Oltre che una ricostruzione storica rigorosissima e scrupolosa (e forse una citazione da Brassens, se non me la sono immaginata io).

Sugli splendidi disegni e colori nemmeno mi soffermo, se non per segnalare che in un breve intervento finale Gibrat spiega perché non cancella le matite. In appendice al volume sono infatti presentati «Alcuni segreti di fabbricazione» che svelano il modus operandi di Gibrat e alcuni esempi di tavole ancora a matita.

Un capolavoro, insomma, che meriterà probabilmente di figurare nella Storia del Fumetto.

giovedì 26 agosto 2021

...Goudard et la Parisienne!

Certo che ne ha fatta di strada Jean-Pierre Gibrat. Questo integrale raccoglie una trilogia che si è sviluppata negli anni ’80, e la qualità del disegno è ancora quella dei suoi primi lavori. La lettura è un po’ spiazzante, per motivi che avrebbero potuto essere spiegati da qualche parte.

Ne La Parisienne la giovane Valerie raggiunge la cugina in un paesino di campagna suscitando le attenzione degli adolescenti locali. È una vicenda prettamente descrittiva, che pur tra siparietti umoristici si concentra su pennellate localistiche relative alle usanze del paesello e ai suoi abitanti a volte un po’ particolari – taluni sono proprio delle macchiette. La trama si sviluppa lietamente senza alcun baricentro a cui dover dare conto, senza misteri da risolvere o conflitti da superare. C’è solo il “caso” di un crocifisso a cui sono state tolte le gambe, che però fornisce solo l’occasione per alcune gag e nessuna indagine, e poi l’attesa per la sagra del paese in cui la storia arriverà al culmine. Jackie Berroyer, che in pratica ha scritto solo questo fumetto, usa doppi sensi e giochi di parole e questo può renderne ostica la godibilità in alcuni punti per un lettore non francofono. Mi pare poi che abbia anche usato un po’ di argot provinciale o forse uno slang tipico degli anni ’80, con espressioni che non mi sembra siano sopravvissute nel francese di oggi. La storia termina con le due cugine che partono per il mare piantando in asso i loro “belli” e lasciando forse intendere che tra di loro c’è una relazione diversa dalla semplice parentela e amicizia (ma potrei essere io ad aver frainteso i dialoghi). Chi diavolo sia questo Goudard, però, non l’ho proprio capito e mi è parso che nel primo dei tre volumi raccolti non comparisse affatto. Sarà stato il cognome di uno dei personaggi maschili…

E invece no: nel secondo episodio l’azione si sposta effettivamente al mare, e dei ragazzi del paesello non rimarrà nemmeno il ricordo. Ma sulla scena comparirà una famigliola di campeggiatori che contempla anche il Goudard del titolo. Sembra insomma che La Parisienne non sia altro che un’introduzione alla vera storia, ma perché presentare uno dei protagonisti solo dal secondo dei tre episodi della serie? Da quanto ho ricostruito grazie a internet, il motivo è che in origine La Parisienne era uno one shot, che poi gli autori hanno voluto far confluire artatamente nella saga di Goudard, una serie che fino ad allora contemplava solo storie brevi apparse su varie riviste, e in cui Gibrat disegnava in un bianco e nero ancora meno presago delle sue piacevolezze future.

Dal punto di vista grafico si avverte un minimo miglioramento del lavoro, che però è ancora caricaturale e poco sciolto. Mi si potrà obiettare che i compagni di rivista di Gibrat a Fluide Glacial avevano praticamente tutti uno stile grottesco, e che quindi fosse un marchio di fabbrica della rivista o una richiesta dell’editore, ma François Boucq (per dire) possedeva già una grande scioltezza e piacevolezza.

Anche in questo secondo episodio Berroyer usa giochi di parole e un umorismo semplice, concentrandosi su piccole pennellate umoristiche di tranches de vie. Qui David Goudard e l’amico con cui è in vacanza tentano vari approcci con Valerie e la cugina, destreggiandosi tra i doveri imposti dalla famiglia oppressiva. Alla fine Valerie rimane incinta!

Col terzo episodio si comincia finalmente a ragionare e Gibrat, che già aveva dato sporadici ma promettenti segnali di maturazione verso la fine dell’episodio precedente, lascia da parte l’inchiostrazione grassa e le derive caricaturali. Il suo stile non è ancora ben definito, ma si nota la ricerca di un maggiore realismo e di una sintesi elegante. In alcuni punti mi ha ricordato Arno.

In questo episodio la storia (dopo la tragicomica rivelazione della gravidanza in casa Goudard) si ricollega al primo e la coppietta torna al paesello visto all’inizio insieme al neonato Robinson. David viene fatto lavorare come apprendista meccanico con la speranza che metta la testa a posto ma anche al paesello continuerà a combinarne delle sue, mentre Valerie subirà gli approcci del suo vecchio amore e non solo. Berroyer continua con il suo stile infarcito di doppi sensi, giochi di parole e umorismo a volte un po’ greve. La tragedia con cui si conclude questa serie/non-serie può essere vista come una cosa veramente drammatica anche per le conseguenze che avrà sulle vite degli altri personaggi oppure come una gustosa sterzata verso lo humour nero.

Mi pare di capire che l’ultimo volume fosse stato serializzato in origine a blocchi di quattro tavole (in totale ne conta 44): questo porta a una certa frammentarietà dovuta alla necessità di creare una gag portante per ogni puntata, e anche a una forzata mancanza di coerenza con temi e personaggi che entrano ed escono di scena a causa della limitatezza dello spazio a disposizione, senza nessun ordito sottostante a cui attenersi. Ma potrei benissimo sbagliarmi. È però vero che Gibrat verso la fine evolve ancora di più, probabilmente proprio grazie a questa serializzazione molto diluita che gli permise di elaborare il suo stile, in cui farà appunto capolino finalmente anche un barlume della sua particolare tecnica di colorazione.

Pur se non manca di una certa godibilità, …Goudard et la Parisienne! è interessante più che altro per ragioni di archeologia gibrattiana, e più in generale fumettistica: non si contano le didascalie con «più tardi», «il giorno dopo», ecc. Un fumetto d’altri tempi.

martedì 6 luglio 2021

Se il buon giorno si fosse visto dal mattino...

È incredibile che queste tavole tratte dal primo numero di Totem (che volendo proprio cercarlo, qualche pregio ce l'hanno - ma bisogna mettersi d'impegno) siano state realizzate dalla stessa persona che ha disegnato quel capolavoro di Mattéo.

martedì 6 ottobre 2020

Mattéo - Il quinto periodo (settembre 1936-gennaio1939)

Ormai ripresomi dallo choc dello scorso volume, quando ho scoperto che Mattéo non era (più) una quadrilogia, ho potuto valutare più serenamente questo quinto episodio e apprezzarlo per quello che è: un capolavoro. Certo, se sarà veramente un capolavoro lo scopriremo solo quando arriverà la fatidica conclusione, ma per il momento mi pare che sia seriamente avviato su quella strada.

Mattéo, nell’improbabile ruolo di comandate di una brigata di anarchici, è asserragliato nel villaggio dove lo avevamo lasciato lo scorso numero. Qui approfondisce la conoscenza con il riccastro di cui si è impossessato della villa, scoprendo una verità incredibile sul proprio passato e sull’identità di suo padre. Questo volume non è insomma un semplice episodio di raccordo ma vengono rivelate molte cose e si gettano anche le basi per un originale (io almeno non me l’aspettavo) sviluppo futuro.

Ma le vicende personali del protagonista sono solo un elemento microscopico nel gioco della Storia che marcia a tappe forzate verso il 1939. Molto spazio è infatti dedicato alla vita dei combattenti e alle notizie sempre più inquietanti che arrivano dai paesi e dalle città circostanti. Comprimere quasi 30 mesi in 57 pagine può sembrare un’idea peregrina, però Gibrat è riuscito con naturalezza a far percepire lo scorrere del tempo e a evocare le atmosfere giuste a seconda delle stagioni che si susseguivano. Merito sicuramente del suo attento lavoro di documentazione.

Amélie torna in scena, così come inaspettatamente torna pure Robert. A un personaggio bisognerà però dire addio; non solo a uno, in effetti. Come al solito (ma è una cosa che ho percepito di più negli ultimi volumi) la narrazione è condotta con una vigorosa vena ironica che coinvolge ancora di più il lettore. E il sistema con cui Mattéo la farà franca alla fine è geniale nella sua semplicità, forse tratto da uno degli aneddoti a cui Gibrat ammette di aver attinto nei ringraziamenti, anche se fa riferimento a un dettaglio del primo volume ambientato nel 1914.

Graficamente c’è poco da dire: le tavole di Gibrat sono stupende. Certo, gli acquerelli sono meravigliosi e la cura per i dettagli è maniacale, ma una menzione particolare meritano le mani dei suoi personaggi, che “recitano” quanto e più dei volti. Da notare che proprio la mano sinistra di Robert nell’ultima vignetta di pagina 29 è fuggita allo sguardo di Gibrat, che l’ha colorata come se fosse parte del muretto a cui si appoggia.

Sono passati meno di due anni dall’uscita del capitolo precedente, se Gibrat mantiene questo ritmo per me può continuare la saga fino a farla arrivare al 2000 e oltre.

domenica 19 luglio 2020

"Penultimo"...

Dall'ultima Anteprima:
Se la prende comoda. Già per il quarto volume ero rimasto malissimo nel vedere che la storia non si concludeva, adesso tocca aspettare ancora di più.

martedì 22 gennaio 2019

Mattéo - Il Quarto Periodo (Agosto-Settembre 1936)

E finalmente la saga raggiunge il suo culmine, la meta a cui era destinata sin dall’inizio, ovvero la Guerra Civile Spagnola. Il protagonista, pavido di professione, si trova involontariamente nel ruolo di comandante di un gruppo di anarchici che devono prendere un villaggio. Robert viene eliminato dal quadro senza tanti complimenti (forse non era troppo simpatico a Gibrat, ma è probabile che ritorni più avanti) mentre una nuova splendida figura femminile si aggiunge ad Amèlie, che dal canto suo si lascia affascinare dall’aviatore Mermoza – omaggio a Mermoz o è proprio lui? L’implacabile assenza di omofonia tipica dell’italiano ci impedisce di apprezzare fino in fondo il gioco di parole per cui inizialmente il pilota viene scambiato per una “Suor Mermoza”.
La vicenda si sviluppa come negli scorsi volumi tra ricostruzione documentatissima e cinico disincanto, mettendo sulla scena personaggi ben tratteggiati e molto affascinanti. Si sorride e ci si lascia coinvolgere, anche perché lo scrupolosissimo e maestoso disegno di Gibrat fa veramente percepire al lettore il caldo indolente dell’attesa e la frescura della notte. Ma stavolta la delusione, almeno per me, è dietro l’angolo.
Non so perché (forse era stato annunciato così al momento della sua prima uscita dieci anni or sono) io ero convinto che Mattéo fosse una quadrilogia, e che quindi questo quarto episodio fosse quello conclusivo. Nelle ultime pagine già subodoravo un finale come quello de Il Rinvio, e invece l’episodio finisce in maniera sospesa con un cliffhanger! Non ci sono dubbi: il finale della saga NON PUÒ essere questo. E di fronte a questo smacco anche qualche piccolissima defaillance vista qualche pagina prima mi è sembrata un difetto. In questo episodio i balloon sono scontornati, ostentando così la loro matrice digitale che mal si sposa con gli splendidi acquerelli di Gibrat. Il quale, nei campi lunghi, si dimentica di colorare la tracolla dei fucili, che risulta trasparente. A pagina 8 è poi evidente che si è dimenticato di disegnare i fazzoletti rossi al collo dei passanti della seconda vignetta, e il tentativo di riparare realizzandoli direttamente col colore non ha sortito un bell’effetto. Anche Alessandro ci mette un pochino del suo, scentrando il lettering di un balloon (può capitare) e soprattutto confondendo in un dialogo il 1914 con il 1944. Sciocchezzuole, ma alla luce del finale incompleto risultano anche queste un po’ fastidiose.
Restano gli splendidi acquerelli di Gibrat, la sua prosa tragicamente divertente (qualcosa potrebbe essersi fisiologicamente perso nella traduzione, come alcuni giochi di parole) e molte sequenze memorabili. Ma purtroppo anche la certezza che probabilmente mancano ancora un bel po’ di anni alla conclusione della saga.

martedì 21 ottobre 2014

E finalmente...

Ufficialmente uscito il 18 giugno: certo che è proprio una gran rottura di scatole doverlo ordinare da internet. Ho letto solo due pagine al momento, già si candida a essere il top del Meglio del 2014.