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lunedì 14 ottobre 2019

Cemetery Beach

Doppia razione di Warren Ellis lo scorso sabato in fumetteria. Oltre al terzo libro di The Wild Storm è uscito anche questo Cemetery Beach originariamente pubblicato dalla Image. La storia è quella di un incursore terrestre, Mike Blackburn, che dopo essere stato catturato dalle autorità locali fugge da un centro di detenzione di una terra parallela. È probabile che Warren Ellis abbia ideato il progetto in contemporanea con Karnak e il suo secondo James Bond, perché i dialoghi sulla tortura sono molto simili.
Nella sua fuga verso il mezzo di trasporto con cui tornerà a casa Blackburn libera un’altra prigioniera e insieme scappano a gambe (e velivoli, camion, antenne di trasmissione, ecc.) levate per arrivare alla Cemetery Beach del titolo mentre attorno a loro si scatena un adrenalinico inseguimento. Warren Ellis riesce a nobilitare un soggetto di partenza per nulla originale e assolutamente lineare (il percorso dei due segue scrupolosamente la mappa alle pagine 66-67) grazie ai suoi dialoghi brillanti, al suo affascinante technobabble e a dei personaggi molto ben caratterizzati, soprattutto i “cattivi”. Il finale è stata una discreta sorpresa, visto che io avrei immaginato un beffardo fallimento della fuga o un tradimento, mentre invece Ellis ha optato per una soluzione sin troppo positiva, forse foriera di ulteriori sviluppi.
Se a livello di testi Cemetery Beach rappresenta una boccata d’ossigeno dopo alcune delle ultime performance non esaltanti di Ellis, i disegni di Jason Howard sono purtroppo pessimi. In precedenza lo avevo definito “sketchy”, qui è arrivato al capolinea di un’evoluzione grottesca ed imprecisa in cui il rispetto dell’anatomia è andato a farsi benedire. Non può nemmeno nascondersi dietro l’alibi dei disegnatori scarsi, ovvero lo storytelling: le sue tavole sono tutte indistintamente fitte di tratteggi a simulare linee cinetiche, tanto che i veri momenti di azione si perdono in un marasma di segni e pennellate, talvolta anche grasse. Le espressioni dei personaggi, sempre rigorosamente ritratti dalle stesse due o tre inquadrature (e che orrende le donne di Howard), si limitano quasi esclusivamente alle bocche spalancate o ai denti digrignati, come se in un effetto Kulešov di carta fosse il lettore ad attribuire loro un senso a seconda delle circostanze in cui si trovano. Quelle poche espressioni che sfuggono a questa regola aurea di Howard sono del tutto incongruenti con le sequenze in cui si trovano: occhi spalancati e sorrisini che fanno a pugni con il contesto. Se non altro si capisce a quali elementi delle tavole bisogna dare più importanza, ma vorrei ben vedere: facendo anche i colori Howard ha dovuto solo nascondere il contorno scurendolo e sottolineare le parti più rilevanti. Anche se non sempre c’è riuscito: al termine della lunga sequenza della lotta contro i mutanti della “famiglia esterna” ho dovuto ristudiarmi bene le vignette per capire cosa ha strappato Blackburn al mostro per batterlo.
In un altro contesto lo stile di Jason Howard potrebbe pure funzionare, ma qui è solo fastidioso e irritante, il che è assurdo per una storia che dovrebbe tenere incollato il lettore dall’inizio alla fine mentre invece mi ha imposto delle pause perché non riuscivo più a tollerare quel tratto sgraziato e impreciso. È come se la sceneggiatura andasse da una parte (un’incalzante storia on the road punteggiata da momenti di disperato sarcasmo e da rivelazioni orripilanti) mentre i disegni andassero da tutt’altra parte, cioè la parodia di quella storia buttata su alla buona. Di Howard salvo giusto le variant cover riportate in appendice, “citazioni” di altre copertine più o meno famose di comic book.
Peccato, perché come ho già scritto questo Warren Ellis è uno dei migliori che ho letto negli ultimi anni.

domenica 24 aprile 2016

Trees Volume 1B: In Ombra

qui dovrebbe esserci l'immagine della copertina ma io non la vedo.
Adesso la vedo ma non so perché è venuta schiacciata.
Si conclude col secondo volume (o meglio la seconda parte del primo volume originale) il primo ciclo di Trees. Mah. Di Warren Ellis sicuramente ci sono l’originalità di molte trovate, la raffinatezza dei dialoghi, le basi scientifiche, l’attenzione ai dettagli. Quello che manca è il ritmo.
Sarà che forse era pensato in origine per essere letto tutto d’un fiato dal primo all’ottavo capitolo, mentre in Italia la lettura è stata spezzata, ma Trees stenta a decollare. La vicenda si concentra sulla base artica, il villaggio sperimentale cinese e Cefalù, mentre la situazione ai confini del Puntland, per quanto fondamentale per gli sviluppi della serie, viene relegata sullo sfondo e la cornice del candidato statunitense rimane appunto una cornice che serve solo a passare il testimone al prossimo ciclo.
Ci sono delle morti eccellenti e delle sequenze coinvolgenti (piccola noticina snob: nella splash page del post-orgia ovviamente tutti i personaggi che non hanno lenzuola a coprirne le pudenda indossano le mutande, sempre di fumetto statunitense si tratta) ma forse i vari rivoli in cui si è diluita la trama l’hanno un po’ rallentata, se non proprio appesantita. E su questi benedetti alberi aleggia ancora il mistero più fitto nonostante qualche vaga teoria.
Non è che abbia tutta questa voglia di continuare a seguire Trees, tanto più che i disegni sketchy di Jason Howard (il quale disegna tutte le donne uguali con lo stesso mento affilato e le stesse inquadrature) non invogliano alla lettura, proprio come l’idea di pagare complessivamente di più per due volumi invece che per uno fedele alla versione originale. In caso li recupererò con calma se dovessi scoprire che il finale merita.

lunedì 21 marzo 2016

Trees volume 1A: In Ombra

Originale e spiazzante come sempre, Warren Ellis è partito per questa serie targata Image dall’idea che gli alieni abbiano raggiunto la Terra ma che questi alieni siano semplicemente colossali strutture cilindriche simili ad alberi con cui è impossibile qualsivoglia interazione. Nel corso dei dieci anni in cui hanno colonizzato il nostro pianeta hanno giusto riversato qualche secrezione letale nel luogo in cui si trovavano, mentre la loro presenza prolungata in alcuni siti ha determinato delle variazioni nell’ecologia locale. Tutto qui.
Trees segue le vite di vari personaggi che in una maniera o nell’altra sono coinvolti a livelli diversi dagli “alberi”. In Antartide (o dove diavolo si trova Spitzbergen) un ricercatore scopre dei misteriosi papaveri che potrebbero essere prodotti dagli alieni; nella Regione Culturale Speciale di Shu in Cina un giovane artista provinciale scopre la frenetica vita sociale del posto mentre lavora ispirato dall’albero del luogo; in Somalia il “presidente mendicante” Caleb Rahim sembra deciso a intraprendere una campagna militare a partire dall’albero presente in loco, il più basso tra quelli conosciuti, colpevole di aver favorito con la sua presenza il confinante stato pirata del Puntland; a Cefalù un vecchio professore comincia ad addestrare una giovane ragazza esasperata dal suo fidanzato mezzo mafioso e mezzo militante di un gruppo neo-fascista; a New York il candidato democratico alla poltrona di sindaco decide che per farsi eleggere deve imbastire una campagna elettorale che contempli anche l’albero che sovrasta la Grande Mela.
L’antipasto è bello gustoso e fa venire voglia di leggere subito il seguito, quindi fa decisamente incazzare il fatto che la saldaPress abbia diviso in due parti il primo volume originale della serie (da ciò 1 “A”). Questa paraculata era già stata fatta da Panini coi volumi di Kick-Ass e The Boys, e almeno la saldaPress non la nasconde (e il suo volume costa di meno di quegli altri), però in questo caso fermarsi al quarto capitolo è proprio un brusco coito interrotto. Credo che rimarrò a bordo perché Ellis ha saputo imbastire un bel mistero avvincente e originale, anche se l’idea di spendere 25 euro contro i 18 o giù di lì che sarebbe costato un volume con tutti i capitoli previsti non mi entusiasma. E con buona pace dei disegni di Jason Howard, artista sketchy con troppe derive caricaturali che proprio non mi piace.