Raccolta dei tre volumi originali dedicati al capostipite della famiglia Vaillant, in sostanza un prequel della serie portante (quella classica, viste le date).
Marc Bourgne ha affrontato l’incarico con scrupolo filologico e in gerenza vengono citati gli episodi da cui sono state tratte le informazioni di cui si è servito per imbastire questa breve saga. Che comincia quando il sedicenne Henri, orfano di guerra, lascia la natia Brest e l’épicerie di famiglia (insegne e titoli di giornale sono rigorosamente lasciati in francese) per cercar fortuna alla corte di Ettore Bugatti in Alsazia. La sua sfacciata intraprendenza e le sue qualità gli fruttano un buon impiego, l’amicizia di Jean Bugatti (figlio di Ettore) e persino l’amore. Il sogno di gareggiare nelle corse automobilistiche dovrà scontrarsi con la riconoscenza verso chi gli ha dato lavoro e con gli eventi che tormentano l’Europa negli anni ’30 e ’40. E anche una volta fondata la sua scuderia con l’aiuto della ricca moglie statunitense (o inglese?) le varie vicissitudini dell’economia e della guerra non gli permetteranno di gareggiare quanto avrebbe voluto.
Henri Vaillant è più di una cavalcata nell’universo della serie Michel Vaillant: la Storia della Francia viene evocata in molte sequenze, né mancano omaggi a personalità dello sport (l’incidente di Fangio e Levegh a Le Mans avrà un ruolo pesante nella storia) e abbondano le descrizioni delle corse più famose. Sicuramente sarà una gioia per gli appassionati del personaggio e non solo. Confesso che certi elementi importanti non me li ricordavo affatto (Gilles Mansart, chi era costui?) mentre avevo ancora vivida la falsa immagine di debosciato trombettista che voleva dare Michel nella sua primissima apparizione su rivista.
Claudio Stassi è un disegnatore di indole espressionista: non si perde troppo in dettagli e preferisce una pennellata grossa e sinuosa al tratteggio, né si preoccupa di prendere occasionali (comunque piccole) deroghe all’anatomia. Ben venga, visto che la chiarezza delle sue tavole è encomiabile e i personaggi recitano con efficacia, soprattutto quelli sullo sfondo o ai margini delle vignette che con le loro espressioni fanno da contrappunto o anticipazione per quello che succede in primo piano. Il suo stile trasmette inoltre una piacevole impressione vintage corroborata anche dalla “colorazione” a mezzatinta che, se è stata realizzata digitalmente, rende comunque bene l’idea degli acquerelli. Che Stassi abbia usato il computer è evidente da alcuni particolari tecnici o architettonici (e dal fatto che nella carrozzeria a pagina 76 si sia dimentico di togliere la pixellatura di alcuni tratti!) ma lo ha fatto con abilità senza che gli interventi digitali risultassero invasivi come nel caso di altri fumettisti.
Ottima l’idea di introdurre progressivamente il colore (a opera di Jerémy Lelorrain) nel terzo capitolo quando inevitabilmente la storia di Henri sfocia in quella di Michel. Mi ha ricordato un po’ lo stratagemma analogo che usò Ettore Scola per rappresentare il passaggio di testimone da un’epoca all’altra in C’Eravamo Tanto Amati.
