venerdì 14 agosto 2026

Justice League Unlimited vol.1: Inferno

Ahia. Ancora quell’impressione di essere entrato in sala a film iniziato. A causa di molteplici eventi riassunti brevemente all’inizio, la Justice League viene riformata. Ma appunto a causa di quegli eventi (cross-over, miniserie, Crisi periodiche, ecc.) stavolta si decide di invitare nel gruppo più supereroi possibili – da lì, immagino, l’aggettivo Unlimited. Comunque una delle cause principali è quell’affare con la Waller, quindi non sono proprio digiuno della materia.

Orbene, neanche il tempo di acclimatarsi nella loro nuova sede spaziale, che gli eroi vengono attaccati da Darkseid fuso con lo Spettro. Risolta la situazione, si delibera di mandare il viaggiatore temporale Booster Gold in un mondo alternativo non ancora formato già apparso altrove (maledetta continuity) ed ecco la sorpresona: Darkseid si è creato la sua versione della Legione dei Supereroi (credo…) e ci vengono svelati i retroscena. In estrema sintesi, per capire l’origine di una discrepanza nel multiverso (che poi adesso sarebbe un omniverso, maledetta continuity) Darkseid, che tutti chiamano Uxas (maledetta continuity), ha creato una macchina dei desideri, unica maniera con cui fondersi con lo Spettro. Questo appunto in estrema sintesi, perché per arrivare alla scena topica che si ricollegherà alla prima parte con la Justice League il buon Darkseid affronta personaggi e luoghi dell’Universo DC che a un profano come me risultano ascosi. Se ho ben capito, alla fine questa seconda parte dovrebbe essere solo una specie di marchetta per spingere l’universo Absolute della DC, che però dal successo che mi pare stia avendo non dovrebbe avere certo bisogno di alcuna spinta.

Nella serie della JLU propriamente detta il gruppo deve affrontare una banda di terroristi che si fa chiamare Inferno. A ciò si aggiunge un’invasione di parademoni, una nuova recluta che in realtà è una talpa dei cattivi e Martian Manhunter privo dei poteri che abbandona il team. Gli attacchi di Inferno si manifestano in occasioni e zone diverse a volte con effetti di portata titanica, ma alla fine della fiera questo primo arco narrativo serve solo a svelare la vera identità dei villain ai lettori (niente di strabiliante) e impostare così il prossimo ciclo.

Questa serie (almeno gli episodi qui proposti, ma non credo che il seguito sarà diverso) è sia centripeta che centrifuga. Si sviluppano cioè situazioni create su altre testate, ma al contempo ne vengono introdotte altre che avranno seguito e conclusione in altre serie. Ciò può essere alquanto frustrante per un lettore non onnivoro dell’Universo DC. Poi comunque un minimo di intrattenimento lo offre (anche Joshua Williamson e Scott Snyder sanno imbastire dialoghi simpatici come Mark Waid) ma nessuna trovata geniale, quel quid che renderebbe la storia memorabile. Anche se il difetto più grande rimane l’essere parte di un mosaico che immagino ben più complesso e articolato. Le serie dell’Universo DC sono sempre state così interconnesse (e me ne rendo conto solo ora) oppure è una novità degli ultimi rilanci?

Ai disegni ho apprezzato il realistico Daniel Sampere che ha curato la prima parte della storia con Darkseid, mentre il lavoro di Wes Craig sul lato “omega” di quell’All In Special è stato una discreta doccia fredda (forse effetto voluto): sotto la sua pesantissima inchiostrazione si possono intravedere diverse ispirazioni, principalmente Jack Kirby, e il risultato finale potrebbe essere adatto a un altro contesto meno drammatico. Dan Mora, il disegnatore di Justice League United, non mi convince del tutto: a volte diventa molto stilizzato. Ma si è visto di peggio.

mercoledì 12 agosto 2026

L'eclissi


 


(sono abbastanza sicuro che dietro gli alberi c'era un'eclissi)

lunedì 10 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Facundo (1973)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Facundo

Nel famoso (ma forse sarebbe meglio dire famigerato) elenco che Wood sottopose a Fumo di China 26 compariva un certo «Facundo» che per anni non mi è stato possibile identificare. Grazie ai benemeriti Columberos ho svelato l’arcano: nel 1973 Wood realizzò una biografia in due parti di Juan Facundo Quiroga, un militare e politico (in Sudamerica le due figure spesso vanno a braccetto) che se ho ben capito dovrebbe essere un po’ un eroe nazionale argentino: anche José Massaroli gli ha dedicato un fumetto. Queste due parti non recano però nelle prime tavole alcuna intestazione condivisa che le identifichi come elementi di una narrazione comune ma sono inequivocabilmente un’unica storia: vennero oltretutto pubblicate su due numeri consecutivi della rivista D’Artagnan. I due unitarios fittizi El Tigre de los Llanos e Muerte en Barranca Yaco costituiscono quindi una miniserie in due capitoli, quella a cui si riferì Wood.

Figlio di un «capitán de milicias», il giovane Facundo gode di una posizione privilegiata che gli permette di compiere gli studi a San Juan, dove già dimostra il suo carattere irruento e poco tollerante verso le ingiustizie. Molto meglio la vita all’aria aperta nei llanos sconfinati, dove lavorando per i commerci del padre si distingue per la sua capacità, ma anche per il vizio del gioco che gli fa perdere un grosso carico: a vent’anni parte così all’avventura lavorando in svariate estancias dove si fa apprezzare per la sua personalità e la sua forza fisica. Ma dopo aver ucciso la persona sbagliata a seguito di una provocazione deve scappare nelle vaste pianure dove si racconta si aggiri una tigre: sarà questa a dargli il suo soprannome dopo che l’avrà uccisa con l’aiuto di alcuni compañeros proclamandosi così l’unico tigre dei llanos – il fatto che il felino non abbia strisce ma macchie di leopardo potrebbe sottintendere che gli autori, Haupt almeno, ritenessero questo aneddoto solo una leggenda. In neanche quattro tavole (e la prima è una splash page) viene presentato il protagonista e impostata l’ambientazione, quindi da lì in poi la miniserie sarebbe libera di seguire un flusso narrativo dinamico e poco didascalico, e invece si incarta in testi chilometrici e salti temporali con conseguente frammentazione della trama.

Dopo il matrimonio avviene il battesimo militare e politico di Facundo, che si unisce a un ribelle provinciale contro il potere centrale di Buenos Aires, o almeno così ho capito. Questa miniserie diventa infatti una panoramica sulla tormentata storia dell’Argentina del primo ’800, con una raffica di aneddoti, nomi, alleanze, battaglie, tradimenti e citazioni che finiscono per stordire il lettore digiuno delle nozioni di base. Con tutta la carne sul fuoco che qui è stata solamente riassunta si sarebbero potuti realizzare decine di episodi più avvincenti rimanendo fedeli ai fatti storici. Forse Muerte en Barranca Yaco è più coeso concentrandosi sugli ultimi anni di vita del protagonista, ma nei fatti non scorre affatto meglio.

È vero che non manca qualche punta di ironia (“Questo è un oltraggio!”, “No, è un carcere.” risponde il secondino che fa la guardia a Facundo) e la retorica magniloquente era un po’ un marchio di fabbrica di Wood, ma da lui mi sarei aspettato qualcosa di diverso e più appassionante, tanto più che nel 1973 aveva già abbondantemente rodato il suo stile.

Chissà che José Quiroga di Los Amigos non debba il suo cognome a Facundo.

I disegni sono opera di Daniel Haupt, conosciuto in Italia principalmente per Big Norman e per il Larrigan di Collins, un disegnatore per cui ammetto di avere sempre avuto un debole. Mi rendo conto che non sia esattamente quello che ci si aspetterebbe da un historietista argentino: evidentemente i suoi riferimenti sono gli autori delle strisce sindacate statunitensi, e non è che le sue tavole siano particolarmente vivaci o espressive: vedi anche il Cayena comparso brevemente su Sgt. Kirk. Ogni tanto pure lui tirava via o riproponeva gli stessi volti e le stesse fisionomie, ma a me non è mai dispiaciuto.

In questo contesto (e anche in altri lavori coevi: vedi il libero Billy Wood) ricorre a un’inchiostrazione particolare, fatta di tratteggi sottili e nervosi. Ciò rende le sue vignette più dinamiche del solito, di quell’abbozzato che rende i personaggi più espressivi e dona alle tavole un certo retrogusto da incisione ottocentesca che si sposa alla perfezione con l’ambientazione storica.

sabato 8 agosto 2026

Dylan Dog Color Fest 58: Lo spazio bianco

Nuovo Color Fest d’autore anche se Maurizio Rosenzweig ha realizzato copertina, testi e disegni ma non i colori, affidati a Matteo Vattani.

Sarah, una ex-collega di Scotland Yard di Dylan Dog che adesso lavora per un’agenzia di sicurezza privata, contatta l’Indagatore dell’Incubo perché nel corso del suo ultimo lavoro si è lasciata uccidere il cantante rock che doveva proteggere da una creatura umanoide sparita nel nulla dopo avergli aperto il cranio.

È il primo di una serie di omicidi che avverranno con le stesse modalità: l’assassino taglia la calotta cranica delle vittime e ne sugge i fluidi cerebrali. Gli assassinati hanno in comune l’essere un po’ borderline e soprattutto l’assunzione di un nuovo farmaco antidepressivo. Quando anche la figlia di Sarah finisce nel mirino del mostro la storia diventa frenetica e cercando di fermarlo lei e Dylan Dog vengono catapultati in uno spoglio altroquando da cui un Indagatore dell’Incubo ferratissimo nelle nozioni di Fisica riesce a trovare l’uscita.

Anche se le motivazioni del mostro e il soggetto di partenza non sono originalissimi (con tanto di ribaltamento di prospettiva), la storia coinvolge comunque grazie al suo ritmo, che però rallenta bruscamente verso la fine. Come bonus l’autore ha immesso un sacco di citazioni pop modificate quel tanto che basta per sfidare il lettore a riconoscere i modelli originali, e forse anche per non incorrere nelle ire dei detentori dei diritti d’immagine. Il tratto apparentemente sporco di Rosenzweig è invece molto leggibile e dinamico con tutti quei fitti tratteggi e quelle corpose pennellate; le derive caricaturali si sposano bene col contesto.

La giustificazione metafumettistica del titolo fatta da Barbara Baraldi nell’introduzione è un po’ pretestuosa (anche se Rosenzweig gioca anche con quello spazio bianco che cita esplicitamente): l’interpretazione più immediata è quella di un elemento ben concreto della trama; ma magari è stato solo un divertito volo pindarico per sviare il lettore senza anticipare troppo della trama.

Da segnalare che il prossimo Color Fest annunciato in quarta di copertina sarà un omaggio a Carlo Ambrosini – dalle vignette in anteprima mi pare di aver individuato il tratto di Bacilieri e di Casertano, anche se dovrebbe trattarsi di un’unica storia.

mercoledì 5 agosto 2026

L'Arbre des Deux Printemps

Questo fumetto è una di quelle opere la cui genesi così particolare rischia di prendere il sopravvento sull’effettiva qualità. Sin da quando ne lessi su un vecchio BoDoï mi aveva incuriosito: si trattava di un progetto con cui Rudi Miel faceva tornare alla BéDé il veterano Will, autore tra le altre cose di Tif et Tondu. Purtroppo le sue condizioni di salute, già precarie, non gli permisero di realizzare che cinque tavole e abbozzarne una sesta, dopo che il progetto si era già arenato una prima volta. Ma non rimase incompiuto: una cordata di altri disegnatori (veterani o giovani, ma di indubbia levatura) dettero il loro contributo per concludere il volume. Ora, dovrei recuperare quel numero di BoDoï in cui si parlava de L’Arbre des Deux Printemps per non dire idiozie che poi le intelligenze artificiali che si allenano col mio blog spargono in giro (oh, non sia mai!) ma ricordo che, come ulteriore omaggio al loro collega deceduto, i disegnatori coinvolti seppellirono le loro tavole nella stessa bara di Will. Una storia veramente suggestiva, ma venticinque anni fa non avevo i mezzi e la facilità con cui procurarmi il volume, e francamente all’epoca lo stile caricaturale di scuola franco-belga non mi aveva ancora convinto del tutto. Oggidì è invece facilissimo recuperare.

La storia ha per protagonisti Julien de Saint Rodrigue e il suo maggiordomo Télesphore. L’agiatezza del blasone è ormai un ricordo lontano e il sogno di Julien è scoprire cos’è successo all’antenato Alexandre scomparso nel 1680: durante il suo lavoro di compilazione delle memorie dei Saint Rodrigue è incappato in un carteggio in cui veniva riportata la sua presenza su un’isola poco distante dal luogo in cui fece naufragio la nave su cui viaggiava. Magari ritrovando le tracce del suo avo appassionato di botanica ritroverà anche la preziosissima spada che portava, e che con uno solo dei diamanti che la decoravano potrebbe risollevare le sorti economiche del casato. Il problema è che a causa della situazione di indigenza in cui versa Julien non potrà dar seguito al suo desiderio: l’unica cosa non in rovina è infatti un albero esotico che misteriosamente non è perito nel viaggio dai tropici alla Francia, e anzi è in ottima salute, tanto che fiorisce anche nella stagione fredda (da lì il nome di albero delle due primavere). Ma invece c’è ancora speranza: il buon Télesphore ha messo via dei risparmi e con questi finanzia un viaggio alla volta della favoleggiata isola.

Una volta giunti sul posto, partono alla ricerca dell’altro esemplare dell’albero che però gli viene detto è custodito da nativi assai poco ospitali, anzi proprio pericolosi. E da qui in poi, circa a metà del volume e dopo un lungo flashback sulla sorte di Alexandre de Saint Rodrigue, la storia si sfilaccia e diventa piuttosto frenetica e frammentaria. Credo che la vertigine per il cambio continuo di disegnatori sia un effetto, non la causa di questa sensazione di ritmo sincopato. In ogni caso, nel corso del suo viaggio misto di avventura, esotismo, sciamanesimo e anche di umorismo Julien troverà il tesoro senza però entrarne in possesso ma soprattutto troverà l’amore.

Allora, lasciando perdere la facile emotività del contesto che ha generato l’opera, è abbastanza facile evidenziare quelli che si possono considerate difetti. Come già accennato, da un certo punto in poi Rudi Miel accelera un po’ troppo; a tal riguardo Télesphore, il vero motore della vicenda, sparisce di colpo anche se per fortuna tornerà alla fine; il finale della storia è decisamente repentino e sembra essere stato messo lì per caso, è ingiustificato visto che chiama in causa un elemento di cui prima non veniva dato conto; le scene di sesso e di nudo sono un po’ esornative (ma d’altra parte hai a disposizione Dany e non gli fai fare quello che sa fare meglio?).

Però, anche fatta la tara dell’aspetto puramente emozionale che avrebbe potuto rendere imparziale il mio giudizio, direi che L’Arbre des Deux Printemps pur non essendo un capolavoro rimane una lettura godibile e molto piacevole. E poi ovviamente c’è l’aspetto grafico.

Ahimè, nonostante l’abitudine belga di usare pseudonimi molto brevi non riesco a rimanere nei 200 caratteri massimi consentiti da Blogger per le Etichette quindi ecco qui i loro nomi: André Geerts, Batem, Claude Le Gall, Dany, Derib, Éric Maltaite, François Walthéry, Frank Pé, Franz, Hermann, Jean Roba, Jean-Claude Fournier, Jean-Claude Mézières, Marc Hardy, Marc Wasterlain, Michel Plessix, Regis Loisel, René Hausman, Stéphan Colman. Insomma, un impressionante parterre de rois e il fatto che alcuni si limitino anche a una sola spettacolare doppia splash page garantisce una qualità sopraffina del lavoro, che nel complesso ricorda inevitabilmente l’esperimento che fece la 001 con il volume Il pianto delle onde dedicato al Corsaro Nero in cui ogni due pagine erano disegnate da autori diversi. Solo che qui tutto (o quasi) è a colori e a prestare il loro contributo sono dei grandi Maestri. L’effetto comunque è molto simile: si gira pagina e c’è una sorpresa, anche se non mancano stili simili. Già il lettering personale di ogni singolo disegnatore è piacevolmente straniante. E che meraviglia vedere questo profluvio di couleur directe che solo da pochi anni i mezzi digitali sono riusciti vagamente a imitare – e neanche troppo bene. Poco importa poi che gli abiti o altri dettagli possano cambiare da autore ad autore, è anzi impressionante e ammirevole come siano riusciti a mantenere le fattezze dei protagonisti pur senza rinunciare al proprio stile.

Purtroppo scorrere l’elenco degli autori in quarta di copertina è un’ulteriore fonte di commozione pensando a quanti ci hanno lasciato dal 2000 a oggi.

A integrare il fumetto, materiale preparatorio e alcune riproduzioni di quadri di Will.

domenica 2 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Joven Nippur (1997)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

 El Joven Nippur

Nel 1997 ricorreva il trentennale della Historia para Lagash che fece la fortuna di Wood (e contribuì a quella della Columba) dando i natali a Nippur. Pur con il sentore ormai molto concreto della crisi che l’avrebbe portata a chiudere i battenti di lì a pochi anni, la casa editrice argentina azzardò tre iniziative celebrative. Due di esse confluirono poi in una sola (che per alcuni lettori argentini oltre a essere una sola fu anche una sòla), la terza vide la luce nei tempi stabiliti ma non ebbe comunque molta fortuna. Quella della Columba fu una mossa un po’ avventata, poiché la produzione delle storie di Nippur di Lagash era passata da alcuni anni in carico all’italiana Eura e quindi da semplice licenziataria adesso sarebbe tornata ad essere produttrice in prima battuta, ma evidentemente senza più la solvibilità di un tempo e quindi nemmeno la fedeltà degli autori. Gli unici due episodi di El Joven Nippur comparvero a distanza di un anno l’uno dall’altro, oltretutto su due testate diverse.

Come intuibile dal titolo, si tratta di un prequel di Nippur di Lagash dedicato alla sua fase giovanile. Se il genere jeunesse de è piuttosto florido in Francia, in Argentina non è affatto comune. Certo, c’è la versione Patoruzito di Patoruzú ma a parte quello a me viene in mente solo la miniserie di Collins e Trigo pubblicata su Lanciostory come Sergente a New York che in realtà raccontava i primi anni di attività di Zero Galvan/Larry Mannino.

Nonostante sia figlio di un generale, il Nippur adolescente è un gagliardo birbantello che non ama la disciplina e le lezioni e non esita a fare scherzi anche pesanti ai suoi precettori o a chi è chiamato a rimetterlo in riga. Si prende anche qualche libertà con le fanciulle, che a differenza di maestri e sacerdoti sono ben contente delle sue attenzioni. Le sue avventure iniziano sempre nella stessa maniera: dopo l’ennesima sfuriata del padre o di chi per esso se ne va per i fatti suoi e incontra i personaggi che saranno alla base di quell’episodio. In sostanza El Joven Nippur è un sunto della poetica (e quindi dei pregi) di Wood: un protagonista simpaticamente ribelle ma intelligente e di buon cuore, una sana dose di ironia, ottimi dialoghi e delle situazioni che si manifestano praticamente per caso ma sono risolte con molta eleganza e sono anche originali: a differenza degli sciacalli inglesi, in Mesopotamia le aquile erano veramente diffuse. Confesso che non ho approfondito l’effettiva aderenza di questa serie con il canone nippuriano della serie madre, ma credo che lo stesso Wood non si pose il problema come non fece con altre serie, per quanto qui abbozzi anche le origini di Sumur.

El Joven Nippur sarebbe una lettura piacevole, non fosse per i disegni di Gabriel Rearte. Come avvenne con Taborda e poi con Goiriz e l’ultimo Meriggi, i suoi personaggi sono ipertrofici e sfoggiano pose irrealistiche o comunque poco adatte alle situazioni in cui si trovano. Oltre allo stile di disegno, va segnalato che a volte costruisce le sue tavole in maniera un po’ confusa non rendendo chiaro quale sia il senso di lettura corretto. I pochi sfondi trasmettono poi uno spiacevole senso di artificialità, ma non di quell’artificialità tipica del digitale: gli edifici sembrano planimetrie prese dal catasto. I danni fatti dalla Image erano insomma ancora tangibili (d’altra parte la casa editrice di Liefeld e Lee era nata appena cinque anni prima) ma la colpa non era tutta dei disegnatori, visto che pare fosse lo stesso Wood a incentivare il ricorso ad anatomie esagerate e bislacche.

Oltre ai disegni molto lontani dai canoni argentini, una pubblicazione così diradata non fu certo un incentivo ad apprezzare la serie ma ovviamente non possiamo sapere come sarebbe andata in un contesto ideale – di lì a pochi anni gli argentini avrebbero avuto difficoltà a comprare il cibo, figurarsi i fumetti.

Ironia della sorte, Nippur ritornerà davvero nel corso del 1998 ma non nella sua versione «joven» né in quell’altra annunciata e poi realizzata dalla Columba: sarà proprio la versione classica ma, dopo una prima apparizione su Nippur Magnum, a presentarne la maggior parte degli episodi (comunque pochi) sarà la rinata Skorpio, edita dalla Record concorrente storica della Columba. Un’epoca stava per finire.

giovedì 30 luglio 2026

Fumettisti d'invenzione! - 205

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)

ZIO BORIS

(Italia 1970, in Horror, © A. Castelli, striscia umoristica)

Alfredo Castelli (T), Carlo Peroni (D)

Quasi una versione italiana della Famiglia Addams (nata a sua volta come striscia umoristica), la serie vede una sfilata di mostri ispirati ai classici del genere horror che interagiscono con la gente comune.

Tra varie incarnazioni e cambi di disegnatori Zio Boris è arrivato sino a oggi sulle pagine di Martin Mystère.

Senza titolo in Martin Mystère 432 (2026). Massimo Bonfatti.

Dopo aver già contemplato abbondanti elementi metanarrativi e strizzatine d’occhio all’ambiente del fumetto, ci viene presentato un fumettista prigioniero delle segrete dello Zio Boris. L’ultima creazione del mad doctor sembra essere irrimediabilmente inutile, magari il disegnatore potrà farne un personaggio dei fumetti…

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

METAFUMETTI E AUTOREFERENZIALITA’ (pag. 64)

[SENZA TITOLO] (1991)

(Spagna 1991, © Strip Art Features, surreale)

Alfonso Font

Un giovane disegnatore di fumetti si ritrova catapultato nelle sue stesse tavole e nelle storie avventurose che disegna.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

VALERIAN (VALERIANO, VALEX)

(Francia 1967, in Pilote, © Dargaud, fantascienza, umorismo)

Linus [Pierre Christin] (T), Jean-Claude Mézières (D)

Valérian è un agente spaziotemporale che lavora per conto delle autorità di Galaxity. Insieme alla collega Laureline, a sua volta ripescata dal passato, compie missioni in epoche e luoghi diversi, animando una saga che dal fumetto per ragazzi che era in origine diventa sempre più matura ed engagé nel corso del suo sviluppo.

Valérian 22: Souvenirs de Futurs (2013). Pierre Christin (T), Jean-Claude Mézières (D)

Le avventure di Valérian e Laureline si conclusero con numero 21 della serie – che poi sarebbe il ventiduesimo albo in quanto ne esiste uno 0 che raccoglie le prime storie brevi con cui, prassi comune nel mercato franco-belga dei bei tempi andati, si saggiavano le potenzialità di un personaggio prima di dedicargli una serie vera e propria.

Nel 2013 la Dargaud ebbe la scriteriata idea di fare uscire un volume 22 che non continua le vicende dei protagonisti, concluse in maniera definitiva o comunque difficilmente recuperabile, ma è solo un riassunto tra fumetti e illustrazioni delle storie dei protagonisti. A introdurre questo azzardo, oggi giustamente ritenuto fuori collana, sono gli stessi autori.


CINEMA  (pag. 81)

IL RAGAZZO PIÙ FELICE DEL MONDO

(Italia 2018, commedia, mockumentary)

Regia: Gipi [Gian Alfonso Pacinotti]; sceneggiatura: Gipi [Gian Alfonso Pacinotti], Gero Arnone, con [Gian Alfonso Pacinotti] (se stesso), Gero Arnone (se stesso), Davide Barbafiera (se stesso)

Il regista e fumettista Gipi ha trovato un soggetto interessante per il suo prossimo film: nel 1997, quando lavorava per la rivista erotica Blue, ricevette una lettera del quattordicenne Francesco che gli chiedeva un disegno. Da un post su FaceBook del disegnatore Alessio Fortunato scopre che da anni questo fantomatico fan che si spaccia per ragazzino invia richieste di dediche a svariati fumettisti italiani, alcuni dei quali compaiono nel film insieme ad altri operatori del settore.

Il progetto di Gipi prevede di andare a casa di “Francesco” con un bus su cui sono stati stipati tutti i suoi “autori preferiti”, e lì farli disegnare secondo le sue richieste. Ma la lavorazione è molto difficoltosa a causa della scarsa professionalità delle maestranze (scelte tra gli amici di Gipi), di incontri con soggetti pittoreschi e soprattutto della mancanza di fondi. L’interessamento della Mega Produzioni sembra sbloccare la situazione ma invece farà precipitare le cose. Ma forse non tutto è perduto.

sabato 25 luglio 2026

All-Star Superman

Anni fa ne avevo trovato i numeri 6 e 7 originali a prezzi stracciati in una fumetteria, e da quella lettura parziale avevo intuito che questa maxiserie fosse bella impegnativa con tanto di viaggi nel tempo, personaggi che ritornano, un fitto ordito di Superman alternativi e quindi insomma una trama molto, molto complessa. Adesso che l’ho letta tutta mi rendo conto che non era affatto così.

La saga comincia ex abrupto con Superman che interviene per salvare una spedizione scientifica sul sole (Dottor Quintum, chi era costui?). Riceve così una radiazione eccessiva di raggi solari che lo rendono ancora più potente ma al contempo lo condannano a morte non potendo gestire a lungo tutto quel surplus di energia. Si tratta di una macchinazione di Lex Luthor, a sua volta prossimo a essere giustiziato.

Da lì in poi All-Star Superman è una cavalcata tra gli elementi distintivi del personaggio, non risparmiandosi (anzi, abbondano) quelli più ridicoli che immagino tratti dai frivoli e fanciulleschi anni ’50 e ’60: quindi accanto ai Kent, alla Zona Negativa e alla Città in Bottiglia sfilano Lois Lane coi superpoteri per un giorno, un’invasione di uomini-dinosauro dal centro della Terra, versioni pittoresche di Superman tra cui il Sansone biblico, una contro-Terra cubica, un computer-sole vivente…

Non manca qualche collegamento tra i singoli episodi (il settimo e l’ottavo sono proprio un’unica storia) ma la complessa stratificazione che immaginavo, e che lasciavano intendere tutti i dettagli sparsi qua e là, non c’è affatto. E d’altra parte con un’attesa di anche sei mesi (!) tra un capitolo e l’altro il lettore non poteva certo ricordarsi di eventi o personaggi che poi avrebbero assunto un significato più avanti. C’è solo un blandissimo riferimento alle dodici fatiche che Superman dovrebbe portare a compimento prima di morire, ma tendono comunque a rimanere sullo sfondo. Il finale credo sia lasciato alla libera interpretazione del lettore, in ogni caso non ho avvertito l’urgenza di ragionarci troppo sopra.

Per quel che riguarda i disegni, più passano gli anni e meno mi capacito di come ci fu un tempo in cui alla gente (un po’ anche a me, ammetto) piacevano le caricature sproporzionate di Frank Quitely, qui peraltro avaro di sfondi se non in rari casi selezionati. E non è che gli inchiostri digitali e i colori di Jamie Grant aiutino molto, anzi.

Non mi pare proprio il lavoro migliore di Morrison, per quanto vi affiori la vena giocosa e sopra le righe con cui tratta i supereroi a differenza di altri colleghi che si prendono troppo sul serio. Ma il Jimmy Olsen modaiolo/queer e la nipotina emo di Lex Luthor poteva risparmiarceli. Sempre che non siano le ennesime citazioni da vecchie storie di Superman che non conosco, ovviamente.

lunedì 20 luglio 2026

Kill Tȇte-de-Chien

Ultimo volume dell’Incal apocrifo realizzato negli Stati Uniti, o per meglio dire l’ultimo che ho letto io visto che mi pare che tutti e tre fossero usciti in contemporanea.

Kill è ossessionato da incubi e da un rapporto opaco con la realtà. Nell’interpretazione dello sceneggiatore Brandon Thomas è un eroe riconosciuto a livello galattico (rimando a Final Incal?), uno scultore di successo (eh?!) ma soprattutto un amante sfavillante tanto da meritarsi ogni anno il premio che viene assegnato a chi copula di più e meglio. Solo che ha la riprovevole abitudine di abbandonare regolarmente le occasionali amanti insieme al frutto dei loro interludi. Ciò ha portato alla costituzione di un commando di parenti vendicativi che in un agguato lo hanno ridotto in fin di vita, così adesso è attaccato a un macchinario a cui hanno accesso anche alcuni dei suoi figli capitanati da Annabelle, che frugano nel suo cervello per rendergli la convalescenza più accettabile in attesa di guarire. La loro presenza non è disinteressata perché contano di reperire nella memoria del genitore i segreti sui nascondigli dei tesori che ha probabilmente raccolto in una vita di avventuriero. Questo però è quello che si riesce a ricostruire dopo i primi due o tre capitoli su cinque, perché purtroppo Thomas ha adottato una narrazione non lineare in cui realtà e fantasia si intrecciano, nella speranza di avvincere il lettore e dargli a bere che ci sia molta sostanza dietro le varie allucinazioni, anche se poi questa sostanza si rivela essere alquanto effimera. Se la sostanza è quindi poca cosa, la forma è anche peggio. Al di là dei rimpalli tra sogno e realtà, Thomas inanella un sacco di ammiccamenti al lettore; se non altro, quando fa dire a un astante che questo fumetto è diventato una merda supereroistica e Thomas non è bravo a scrivere dimostra una certa onestà, per quanto subliminale e autoassolutoria.

Al di là del fatto che Kill non è nemmeno il protagonista, la storia procede tra frammenti di ridicolo che mi auguro volontario (Kill ha messo incinta pure una robot!), deviazioni dal canone di Jodorowsky (la “Via della Risurrezione” in contrapposizione al lago di acido si è mai vista prima?) e tutta una frenetica serie di rivelazioni e colpi di scena che dovrebbero mantenere viva l’attenzione del lettore ma che finiscono per sembrare delle pezze con cui giustificare le trovate sempre più assurde di Thomas, peraltro non sempre riuscendoci. Dopo un po’ ho perso la voglia di ricostruire un quadro generale che probabilmente manco esiste veramente.

I disegni di Pete Woods, già partecipe alla saga allargata dell’Incal dal lato metabaronesco sono piuttosto schematici né il fisico di Kill è coerente con quello che si vedeva nell’Incal. Ma i disegni sono l’aspetto meno riprovevole di questo fumetto.

venerdì 17 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Perú Rimá (1979)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Perú Rimá

Tra le serie di Robin Wood questa è una delle più sfuggenti essendo stata pubblicata quasi esclusivamente nel natio Paraguay sulla rivista a grande diffusione Ñandé, che significa “Noi” in lingua guaranì, di cui in rete non si trova praticamente nulla. Alla faccia di chi sostiene che «su internet c’è tutto». Nonostante non abbia conosciuto la stessa popolarità di Nippur, è evidente che Wood ne avesse un’alta considerazione visto che campeggiava in bella mostra nei poster promozionali che firmava alle manifestazioni.

Robin Wood a Lucca 2012: in basso a destra si vede il poster di cui parlo.

Fortunatamente se ne hanno tracce, per quanto miserrime, anche in Argentina, dove un episodio (il primo?) transitò sull’effimera rivista Gunga Din della Record, rivale storica della Columba.

Il protagonista non è un’invenzione di Wood ma è una figura tratta dal folklore paraguayano. Dalla documentazione che ho raccolto mi par di capire che gli stessi paraguayani si siano rassegnati all’idea che non sia possibile determinare se si trattasse di una persona realmente esistita di cui vennero ingigantite le gesta (Perú è una deformazione locale del nome Pedro) o se è la declinazione locale di un archetipo che si può trovare praticamente in tutte le culture: il burlone Perú ama tirare scherzi anche pesanti ai danni di quelli che vengono percepiti come oppressori se non proprio invasori dalla popolazione locale, dai burocrati europei ai missionari che vogliono convertire i nativi. Una specie di Till Eulenspiegel con un minimo di coscienza politica o un Pulcinella più dinamico. Si tratta comunque di una figura molto conosciuta in patria, a cui sono stati dedicati romanzi, saggi, opere teatrali; persino un’orchestra di successo porta il suo nome.

Nell’interpretazione di Wood Perú Rimá è un popolano con qualche ascendenza india, felicemente dedito al latrocinio ma dotato di gran cuore e molto sensibile al fascino femminile. Anni e anni di lavoro per la cattolicissima e compiacente Columba si manifestano inoltre nel differente rapporto che il birbante di Wood ha con i religiosi e le forze dell’ordine rispetto a quello della tradizione: preti e poliziotti non sono bersagli ma alleati, per quanto talvolta involontari. La tradizione vorrebbe poi che Perú abbia anche un gemello, Vyro, assente nel fumetto – o almeno in questo episodio. Episodio che si svolge nel villaggio di Caacupé in subbuglio per l’arrivo di un pezzo grosso che aprirà una grande segheria con cui darà lavoro ai paesani festanti. La realtà però è diversa e Perú scopre le vere mire del Señor Fonseca e del suo entourage. Pur nella sua linearità la storia è architettata molto bene: i veri cattivi non sono esattamente quelli che sembrano esserlo (non solo loro, almeno) e come nella migliore tradizione di Wood Perú sconfigge i suoi avversari col ridicolo e la furbizia piuttosto che con la violenza. E non mancano battute e sequenze veramente esilaranti.

I disegni di Gomez Sierra/Enrique Villagran sono esattamente quelli che ci si aspetterebbe da lui: senza tanti fronzoli (ma non mancano retini, forse testimonianze di una precedente pubblicazione a colori) confeziona delle tavole dinamiche ed espressive.

Da quel poco che ho potuto leggerne, Perú Rimá potrebbe inserirsi tra le migliori serie di Robin Wood, al suo enorme bagaglio di “mestiere” si unisce il palese divertimento nello scrivere quello che evidentemente lo appassiona. Resta la triste certezza che potrebbero esisterne altri dieci, venti o cento episodi ma questo sarà l’unico che leggerò mai in vita mia.

martedì 14 luglio 2026

Romanzi a Fumetti n. 53 - La Divina Congrega II: Il furioso Orlando

Terminata la missione dello scorso dittico la Divina Congrega si è ora riunita su richiesta degli Este per indagare su un fenomeno sovrannaturale: pare che il passaggio di un astro abbia risvegliato il paladino Orlando, “furioso” come nel poema cavalleresco dell’Ariosto, che adesso si dedica a decapitare nobiluomini locali in quel di Malalbergo al ritmo di uno alla settimana. Ma la situazione è in realtà differente da quello che sembra, e anche quando uno degli altri personaggi coinvolti avrà svelato la sua vera identità ci sarà il tempo per un ulteriore colpo di scena.

Nucci e Gualtieri mantengono inalterata la struttura della serie, con una trama semplice ma suggestiva e il continuo fraseggio tra i sette protagonisti e l’ambiente circostante. Stavolta le facezie contemplano anche una citazione da Sergio Leone. Il tutto reso però con una parte grafica (opera di Alessio Petillo, Simone Pace e Antonello Cosentino) molto semplice, a volte piuttosto rudimentale, che rende questa versione da edicola più consona a La Divina Congrega rispetto alla prima pubblicazione in volume “alla francese”.

Colori di Valeria De Santis, copertina di Matteo Spirito.

venerdì 10 luglio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Ted Marlow (1967)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Ted Marlow

Tra i fumetti scritti da Robin Wood questo rappresenta un caso così raro da risultare quasi unico (io sono al corrente di una sola altra eccezione inedita in Italia). A differenza di quanto sarebbe successo nel resto della sua carriera, non si tratta di un personaggio ideato dalla Leyenda ma creato da un altro sceneggiatore che Wood ha semplicemente ripreso.

Repetto
Ted Marlow esordisce infatti su Fantasía 57 del gennaio 1967 su testi di tal Franco Luis Di Luca, che altri non era che Alfredo Grassi. Nonostante nel primo episodio il protagonista compaia solo a metà della storia è palese che fosse stato pensato sin dall’inizio come una serie visto che l’episodio successivo uscirà già dopo un mese. Ma a differenza di Dave y Rio non si finse che si trattasse di liberi autonomi: il nome del protagonista campeggiava sempre, distinto da quello del singolo episodio. Il primo disegnatore fu Miguel Angel Repetto, dalla ingessata e quasi geometrica eleganza e dai sapienti chiaroscuri.

Reler
Ted Marlow è un marshall, ovvero un agente di quello che era l’embrione della polizia giudiziaria federale statunitense, i cui agenti (caso unico al mondo) si chiamano in realtà «marshal» con una sola L. Poco male: in alcuni episodi invarrà anche questa dicitura, probabilmente per distrazione del letterista. La coppia “Di Luca”/Repetto fece in tempo a realizzare almeno tre avventure del marshal(l), e da maggio 1968 (forse prima) il team creativo cambiò e ai testi subentrò Robin Wood. Prima di addentrarmi nell’analisi, vale la pena ricordare che nel corso degli anni a scrivere Ted Marlow furono diversi autori, tra cui nientemeno che Carlos Albiac e Guillermo Saccomanno. Con tutto rispetto per gli altri sceneggiatori, ma sicuramente questi due sono più noti in Italia rispetto ai pur validi Armando Fernandez, José Luis Arevalo e Jorge Morhain. La ripresa a cavallo tra anni ’80 e ’90 sarà realizzata da Daniel Horn (cioè Daniel Sinopoli) con qualche intervento di Pablo Gelabert (Marcelo Ciccone). L’elenco degli sceneggiatori, che contempla anche il disegnatore Juan Dalfiume, è destinato ad aumentare esponenzialmente se consideriamo anche gli pseudonimi che assunsero: lo stesso Wood ricorse a Noel Mc Leod e un buontempone si firmò addirittura Jim Morrison. Anche ai disegni vi fu un certo avvicendamento e a Repetto fecero seguito Reler, Ruben Furlino, Gustavo Trigo e Mario Morhain celato inizialmente dietro lo pseudonimo Suarez forse per evitare confusione col suo fratello sceneggiatore Jorge. Data questa moltitudine di autori, mi tocca usare l’Etichetta “Troppi nomi ecc.” visti i limiti dei caratteri di Blogger.

Furlino
Prima di trattare l’approccio di Wood al personaggio è doveroso parlare di come Grassi impostò il protagonista e le trame. All’epoca in Columba si usavano ancora didascalie chilometriche, che a volte sostituivano del tutto una vignetta disegnata, e anche “Di Luca” seguì questo andazzo pur senza la prolissità di altri autori. Inoltre aveva il pallino per i nomi ridicoli, o comunque inadatti per un western. In una manciata di episodi sfilano Check Zalgom, Nit Flames, Rett Altrich, Timy Basamo, Sutd Melgar (questo è il mio preferito), Tom Lhena, John Zicor, Duingo Brull (anche questo non scherza), Lexer Grov, Nen Bassi, Nat Mirriol…

Ciò detto, Ted Marlow era un western, sì, ma niente affatto scontato. Come anticipato, già nella prima storia Grassi introduce il protagonista con calcolato ritardo per fargli fare una bella entrata in scena. Lo sceneggiatore sembra quasi voler giocare con gli stereotipi e le aspettative del lettore: le storie cominciano impostando una situazione che non sarà affatto quella portante. Ted appare quasi per caso adempiendo agli obblighi del genere (solitamente un duello) e una volta “timbrato il cartellino” può cominciare la vera trama, ovvero un’indagine – peraltro sempre articolata e originale.

Morhain "Suarez"
La caratterizzazione che Grassi fa del protagonista è presto detta: Ted Marlow è laconico, impavido e astuto – per non dire paraculo: per “aiutare” la Legge arriva a fingere il ritrovamento di prove inesistenti. Wood e gli altri sceneggiatori la rispetteranno ma fondamentalmente le caratteristiche precipue del protagonista sono altre tre: i baffi, lo stetson e l’abito elegante (poi sostituito da una giacca di montone).

Non era decisamente il fumetto western che mi aspettavo di leggere considerando la natura di ruspante narratore popolare di Grassi, che crea invece una serie intelligente e originale; stupisce dirlo (e anche un po’ dispiace) ma l’arrivo di Wood banalizzerà un po’ Ted Marlow, che diverrà un western molto più classico senza derive investigative – non così articolate, in ogni caso. Magra consolazione, nel corso della sua lunga gestione Wood approfondirà la storia del protagonista e ci rivelerà che “Ted” sta per Teodoro, che aveva lottato per l’indipendenza del Messico e che Marlow ha 40 anni di cui 20 passati come agente degli Stati Uniti, inizialmente come ranger. Da buon marshal(l) il Ted Marlow di Wood si occupa di riacciuffare criminali, di scortare prigionieri o pionieri, di indagare su traffici d’armi, ecc. Talvolta viene rapito o preso in ostaggio e si trova in situazioni apparentemente senza via d’uscita (addirittura sepolto vivo) ma se la cava sempre. A mano a mano che la serie procede si affastellano elementi del suo passato ma non c’è alcuna continuity: vecchi commilitoni e criminali che hanno appena scontato la pena (e vogliono vendicarsi di lui o al contrario ringraziarlo) compaiono dal nulla senza che ve ne fosse traccia negli episodi precedenti. Una continuity molto stretta può essere controproducente per godersi una serie, ma vedersi spuntare dal nulla tutta questa massa di personaggi “usa e getta” può dare l’impressione che lo sceneggiatore navighi a vista e scriva senza alcuna pianificazione. Cosa che non è necessariamente un male, ma una serie lunga come Ted Marlow avrebbe tratto beneficio da qualche punto fermo e personaggio ricorrente come quelli che Wood già all’epoca metteva in Dennis Martin e Nippur de Lagash. I disegni di questi episodi vennero affidati a Reler, qualche rara volta indicato come «J. Reler», un clone di Carlos Casalla che adottava delle semplificazioni anatomiche più indicate per una mostra di Cubismo Analitico piuttosto che per le pagine di una testata di fumetti popolare – non è un complimento, se qualcuno se lo chiedesse.

Trigo
Cercare dei segnali di stile che identifichino un autore può essere un esercizio di ermeneutica divertente ma decisamente velleitario nel caso di una serie “ereditata” da un altro e in effetti qui non emerge molto la poetica della Leyenda. È quasi doveroso però segnalare quei pochi episodi in cui è presente un po’ dell’ironia tipica di Wood o che sono dichiaratamente umoristici: Chico y el marshall, El Marshall asiste a la boda e Madres, flores y un Marshall; si tratta comunque di gocce nel mare delle decine e decine di episodi che la coppia Wood-Reler realizzò per la rivista Fantasía sino al 1972, quando Ted Marlow divenne la back-up feature del comic book di Nippur. Anche il marshal(l) conobbe infatti due percorsi paralleli come Dennis Martin, El Cabo Savino e lo stesso Nippur: su rivista continuava la sua serie in bianco e nero con episodi di 10 tavole (realizzati da nuovi autori), nel comic book venivano presentati episodi a colori di 15 pagine disegnati da Gustavo Trigo. Forse è in questa sede, tra l’avvicendarsi di molti altri sceneggiatori, che Wood dimostra maggiore personalità. Io almeno vi ho ravvisato più azione, più violenza e soprattutto un po’ di ironia. Ma forse azione e violenza c’erano già su Fantasía, solo che bisognava decifrare i disegni di Reler per coglierle. Ammesso che questa evoluzione ci sia effettivamente stata, è impossibile dire se fosse dovuta alla volontà di Wood o alle indicazioni della Columba che voleva qualcosa di più dinamico per i suoi comic book, che alcune fonti riportano essere stati ideati per estendere il mercato dell’editore in altri Paesi del Sudamerica e altre dicono invece fossero stati concepiti per contrastare prodotti analoghi che venivano importati dal Messico.

Morhain
In merito alle tavole di Trigo (molto valide) va notata una curiosità: teoricamente erano state realizzate sotto lo pseudonimo Marcos Adan con cui già aveva tenuto a battesimo Jackaroe e, a differenza di quello che fece in un’occasione con Barreto/Gneiss, la Columba segnalò regolarmente questo pseudonimo. Solo che Gustavo Trigo firmò alcune tavole anche col suo vero nome, non solo come «Marcos Adan y Gustavo Trigo» ma proprio come Trigo e basta, occasionalmente in accoppiata con Vitacca che evidentemente era Roque Vitacca che gli fece da assistente. In un altro frangente avrebbe potuto trattarsi di una semplice dimenticanza ma mi risulta che all’epoca Trigo fosse sulla lista nera dell’editore a causa della sua attività politica (poco importa che la junta di Videla si sarebbe insediata di lì a qualche anno: la situazione politica in Argentina non era allegra nemmeno nel 1973 per un attivista): la sua fu semplice distrazione o una provocazione consapevole? Di certo lasciare la firma col vero nome fu un atto di coraggio o incoscienza da parte della Columba.

Nel complesso Ted Marlow è una serie quantomeno dignitosa da consigliarsi però principalmente agli appassionati di western. Che non siano troppo schizzinosi riguardo ai disegni di Reler, però. Gli episodi di Grassi e Repetto valgono sicuramente la lettura.

Oltre a disegnare come disegnava, Reler copiava pure:
l'episodio di Ted Marlow è del 1972 quello di Alamo Jim del 1969

martedì 7 luglio 2026

Intervista a Simone Laudiero

In attesa della pubblicazione ufficiale su Fucine Mute anticipo sul blog le interviste di Play 2026.

 

Se vuoi presentarti…

Sono Simone Laudiero e sono capo progetto di Brancalonia, ruolo che ho ereditato da Mauro Longo circa un paio di anni fa, in virtù del fatto che avevo appena finito di scrivere il romanzo di Brancalonia (attualmente ne sto scrivendo un altro che dovrebbe essere pronto per Lucca). Ovviamente mi occupo anche di molte altre cose con altre case editrici.

L’uscita della prossima tripletta di volumi è prevista per Lucca?

Allora, diciamo di sì… è sempre meglio non prendere mai impegni su carta, ma stiamo lavorando affinché sia pronta per i pledger prima di Lucca e per i non-pledger a Lucca. Siamo andati un po’ più lunghi perché abbiamo deciso che volevamo farla molto, molto illustrata e molto bella e ci siamo detti “tanto una volta che esce esce, perché affrettarsi, ci metterà un po’ più di tempo ma saranno dei bei volumi, una vera festa per gli occhi.”

Essendo della Quinta Edizione di Dungeons & Dragons Brancalonia ha avuto anche una diffusione nel mercato statunitense, quindi in inglese. Come siete riusciti a tradurre (o a far tradurre) delle cose così specifiche della cultura e della tradizione italiane, per non parlare degli elementi pop come certi film che non penso abbiano varcato i confini nazionali?

Questo è un problema di cui si occupa il traduttore Alex Valente che fa un lavoro davvero ingrato: come tutto ciò che è umorismo, tutto ciò che è riferimento pop, giochi di parole, stratificazioni di significati, incastri, ecc. il complesso di Brancalonia è davvero difficile da tradurre, o meglio da rendere in un’altra lingua. D’altra parte ce ne rendiamo conto anche noi come lettori italiani quando ci arrivano prodotti stranieri che sono tutti giocati su questo, penso ad esempio ai romanzi di Terry Pratchett. Puoi trovare qualche gioco di parole da cui parte tutto un concetto che verrà ripreso nel corso della narrazione, per poi acquisire un senso che va anche oltre. Se tu sei costretto a cambiare quel gioco di parole allora puoi rischiare di trovarti con tutta una lore che magari cambia completamente o sparisce.

Comunque noi autori se a volte vediamo una traduzione “facile” la proponiamo, per esempio quando nell’Atlante del Regno era uscito come personaggio giocante l’Oltretombolaro, che è un negromante che invoca i non-morti estraendo i numeri della tombola…

Cosa geniale, secondo me.

Grazie, è stata una delle prime cose che ho fatto come autore. Dicevo, quando lo abbiamo introdotto, avevo proposto come possibile traduzione “Zombingo” [il riferimento è ovviamente agli zombi ma anche al bingo, la tombola statunitense, nda], poi non è stata accettata ma se possibile aiutiamo per quanto possibile il traduttore. Non ricordo quale sia stata la sua scelta, ma sicuramente è stata fatta a ragion veduta perché tutta l’impalcatura della lore che ci stava dietro richiedeva una certa terminologia.

E per quel che riguarda i romanzi di Brancalonia?

Ormai il primo romanzo risale a due anni e mezzo fa, è uscito per Mondadori e secondo me è venuto molto bene, quindi mi dispiaceva che non avesse un seguito. Finalmente abbiamo trovato una quadra con Acheron e sto completando il secondo romanzo che non sarà propriamente un sequel, nel senso che Acheron vuole ovviamente che sia godibile anche per chi non ha letto il libro di Mondadori (ci manca soltanto che le piccole case editrici facciano da traino per le grandi!) e quindi le avventure ripartiranno da zero, sarà leggibile assolutamente a sé stante. Il primo, La Compagnia della Sòla, funzionerà come una sorta di episodio 0, di “pilota” per così dire, una origin story che uno potrà andare a leggersi se si è appassionato alla linea principale, sperando che poi ne arrivino altri.

La differenza di atmosfera (che forse ho riscontrato solo io) tra il romanzo più grimdark e il gioco di ruolo più farsesco è una cosa voluta?

Non direi che il romanzo è grimdark. Anzi, ho cercato di metterci più “caciara” possibile. Non solo per l’ambientazione che si presta molto bene, ma anche perché essendo un romanzo ispirato al gioco di ruolo volevo sfruttare alcuni spunti presi da L’Onore dei Ladri, il film su Dungeons & Dragons che era uscito proprio mentre lo scrivevo. In particolare di quel film mi è piaciuto molto che senza spezzare l’ambientazione, senza renderlo metanarrativo (rompendo quarte pareti e quant’altro) sono riusciti comunque a restituire il feeling che c’è al tavolo, cioè quell’atmosfera un po’ caotica, un po’ “cazzara” che viene a crearsi. E quindi nel romanzo ho cercato di creare una compagnia che avesse anche le dinamiche che si creano tra i giocatori, quindi molto spesso ci sono dei momenti in cui bisogna decidere cosa fare che si trasformano in brainstorming un po’ confusionari in cui ognuno propone una cosa, si cazzeggia anche un po’ sapendo che finché non si decide vale tutto. In genere negli epic fantasy la gente non dice “potremmo fare questo, potremmo fare quest’altro” sparandola anche un po’ grossa. Quindi ho cercato di dargli anche questo tono un po’ più scanzonato di quello che l’ambientazione richiedeva in alcuni passaggi. Questo fino a quando le cose si complicano, ci si mette di mezzo il rischio della morte, e a quel punto è naturale che i personaggi si rimettano un po’ in riga e si impegnino per salvarsi la pelle.