martedì 22 settembre 2026

Love & Rockets Collection 7 - Palomar 2: Diastrofismo Umano

Bene, mi sono divertito e adesso è arrivato il momento di fare penitenza. Una penitenza rimandata già varie volte.

Prima del piatto forte che dà il titolo al volume ci sono delle storie brevi con protagonisti i bambini di Palomar. Cioè, i protagonisti quando erano bambini. Credo.

Gilbert Hernandez ci fa la cortesia di introdurre Diastrofismo Umano con il cast dei personaggi e poi un riassunto delle loro relazioni all’inizio del ciclo di oltre 100 pagine. Come al solito, tante storie si intrecciano o si muovono autonomamente senza far capire in che direzione andrà la vicenda. Su cosa verterà questo lungo capitolo? Sulle preoccupazioni materne di Luba, soprattutto verso la figlia adolescente Maricela? Sulla pazzia che sembra aver invaso Tonantzin che prepara una caterva di lumache (quelle che vende fritte) per sfamare la gente in previsione di una prossima guerra? Su Humberto che si scopre essere un artista che ritrae di nascosto gli abitanti di Palomar e che viene introdotto ai Grandi Maestri dell’Arte? Su due vecchie fiamme di Ofelia e di Luba che sono nei paraggi per lavorare in un cantiere? Sulla figura di Tomaso che sin dall’inizio Hernandez ci dice di tenere d’occhio? Macché, alla ventesima tavola (ma pare di averne lette 300, di pagine) si delinea quello che potrebbe essere il vero perno: a Palomar c’è stato un omicidio, che sarà il primo di una lunga serie. Ma non è un whodunnit perché Beto ci ha rivelato subito chi era il colpevole (anche se…) e torna a occuparsi delle varie sottotrame inserendone di nuove, tra cui l’invasione di scimmie a Palomar che aveva già anticipato. Alla fine l’abulico cast dei personaggi subisce qualche defezione e qualche modifica e Luba diventa la sindaca di Palomar. E nel processo sforna altri marmocchi (tanto per complicare ancora di più l’albero genealogico) e ingrassa come la Maggie delle Locas.

Segue una raffica di racconti più o meno brevi che non superano mai le due dozzine di tavole e a volte si risolvono in una sola pagina. Ovviamente tutti si inseriscono nel mosaico complicatissimo della saga di Palomar e tra salti fra passato e presente c’è sempre il sospetto che qualcosa sfugga. Se non altro, lo stile sincopato della narrazione in cui si accavallano sequenze differenti e i personaggi rispondono a domande fatte “fuori scena” rende accattivante la lettura e non annoia. Anche perché quando Beto ci concede una parentesi riassuntiva in Pipo sforna una sequela valvolinica di vignetta+didascalia, vignetta+didascalia, vignetta+didascalia, vignetta+didascalia, insomma un supplizio da leggere.

Non finisce qui: a circa due terzi del volume arrivano nuovi personaggi, le sorelle di Luba col loro corredo di altri personaggi, ad arricchire un cast già straboccante. Se non avessi già conosciuto Petra, Fritz e le altre dalla mia prima lettura probabilmente avrei pensato a un mezzuccio di Beto per fare andare avanti una saga che non sapeva più come continuare – e non escludo che in effetti lo sia stato.

Finale shockante con Palomar sconvolta da un terremoto e i personaggi vecchi e nuovi (alcuni, almeno) che devono reagire al disastro. E alla fine Luba abbandona il villaggio e se ho capito bene c’è anche un’apparizione di una guest star delle Locas. Non manca una spruzzatina di ironica fantascienza, assolutamente minimale ma che comunque mi è sembrata fuori luogo.

Tra gli anni ’80 e i primi ’90 Gilbert Hernandez migliora sensibilmente il suo disegno, che comunque non raggiunge vette molto elevate. E poi perché non disegna le unghie?!

Pur presentando qualche rara pennellata umoristica che funziona, torno a chiedermi come questo fumetto possa aver avuto tanto successo.

sabato 19 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Pipa Sanchez (1980)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Pipa Sanchez

Ecco, questa è la seconda serie non creata da Wood cui accennavo parlando di Ted Marlow.

A quanto pare, a cavallo tra anni ’70 e ’80 la Columba era un po’ in ambasce, preoccupata che con l’ennesima partenza del suo sceneggiatore di punta verso mete lontane ci sarebbe stata una carenza di sue nuove storie. A Carlos Vogt toccò quindi l’incombenza di scrivere i soggetti per Pepe Sanchez oltre che disegnarlo. Questo almeno formalmente e comunque limitatamente ad alcuni episodi: Hector Bellagamba riporta infatti che molti di quegli episodi li scrisse lui; l’editore cominciò a segnalare anche il suo nome solo quando la collaborazione divenne ufficiale visto che inizialmente gli aspetti retributivi venivano regolati privatamente tra Vogt e lo sceneggiatore in incognito (noto in Italia per Sumatra che però stando alla testimonianza di Luis Garcia Duran fu molto rimaneggiata).

Bellagamba non si limitò a scrivere le avventure della spia argentina ma ne espanse l’universo con la storia La Hermana de Pepe Sánchez in cui introdusse la prima delle femmine degli otto fratelli Sanchez – Wood ne aggiunse poi altre due: Reina e Chuchi. Concettualmente si tratta di un unitario (il nome di Pipa manco compare nel titolo) perché nonostante il protagonista sia Pepe la Columba non inserì la storia nel corpus della sua serie, ovvero nella prima tavola non c’è nessuna pecetta con il codice “E” seguito dal numero d’archiviazione. Ma come una dozzina di anni prima accadde con Nippur, Dennis Martin, Jackaroe e compagnia, anche Pipa si vide dedicata una serie, per quanto assai effimera.

La trama vede Pepe, tornato nella sua casa argentina, partire al salvataggio della sorella rapita da un gruppo di femministe. In realtà è una trappola e Pipa è sana e salva, ma le femministe a loro volta sono state ingannate da un gruppo di spie rivali che vuole eliminare Pepe Sanchez tramite loro con la promessa che se lo abbatteranno potranno entrare nell’inesistente Associazione Femminista Mondiale. Pipa si accorge della situazione e quindi è lei ad andare a salvare il fratello, rivelandosi un’abile scalatrice e una spericolata pilota di motorini, aeroplani, alianti improvvisati e quant’altro.

Wood riprese il personaggio rispettandone in sostanza l’impostazione data da Bellagamba. Nelle sue storie c’è dell’avventura (Pipa se la vede con la tratta delle bianche e con dei falsari) ma anche della satira di costume, indirizzando i suoi strali non all’estremismo di certo femminismo militante quanto all’ossessione per l’aspetto fisico. Questa scelta è però un po’ fuori fuoco perché prevede che Pipa sia bruttina, cosa poco evidente dal tratto delicato di Vogt.

L’umorismo è quello slapstick un po’ sciocchino della serie-madre (o sarebbe meglio dire serial-fratello?), con qualche tormentone e scene da cartone animato della Warner. Vogt è quello espressivo e dinamico dei suoi anni migliori e si gusta con piacere. Io preferisco di gran lunga Lei e io a Pepe Sanchez ma gli amanti di quest’ultimo non saranno affatto delusi dalla lettura di questa sua estemporanea appendice.

mercoledì 16 settembre 2026

Relatos del Nuevo Mundo 16: Cabeza de Vaca - El Mago Blanco

Come dicevo, la lettura di Primera Fundacion de Buenos Aires mi ha invogliato a provare anche altri volumi della collana «Relatos del Nuevo Mundo». Parto quindi dal mio amato Paul Gillon, il meno franco-belga dei fumettisti franco-belgi.

La storia viene narrata dal protagonista in persona che da anziano padre priore nella Siviglia del 1559 la racconta a un giovane frate che lo accompagna a un processo della Santa Inquisizione. Lo stesso Alvaro Nuñez detto Cabeza de Vaca subì a suo tempo la condanna del tribunale per aver perorato la causa degli indios.

Molti anni prima aveva fatto naufragio con altri uomini su un’isola. Qui non trovarono come sperato tracce di altri spagnoli ma un villaggio di nativi. Temendo reazioni aggressive li convinsero a collaborare con le proverbiali perline colorate. Gli indios avrebbero persino organizzato un viaggio per i naufraghi per ricongiungerli con gli altri bianchi di Lope de Oviedo, ma Cabeza de Vaca preferì rimanere al villaggio a causa di una ferita per cui sarebbe stato d’intralcio agli altri. Gli indios si rivelarono però sempre meno amichevoli e Cabeza de Vaca fuggì appena ne ebbe l’occasione.

Aggirandosi in quelle zone poco ospitali per ben sei anni, capisce come funzionano i rapporti tra le varie tribù: perennemente in guerra tra di loro, non hanno stabilito alcuna forma di commercio perciò ne approfitta per farlo lui e (se ho ben capito) facendo anche un po’ da sensale tra una tribù e l’altra. Alla fine, dopo alcune traversie passate insieme a Lope de Oviedo, si ricongiunge coi suoi vecchi compagni di naufragio e insieme decidono di andarsene da quelle terre. Cosa tutt’altro che facile visto che pur essendo marinai non sanno nuotare e la zona è punteggiata da fiumi e calette. La svolta della loro vita avviene quando grazie a un’invocazione a Dio Cabeza de Vaca riesce a curare degli indigeni malati – non che si capisca quale sia la loro afflizione. Da lì l’origine del suo soprannome che dà il sottotitolo al volume e la sua nuova vita come “santone” che riusciva a curare gli ammalati senza avere la minima consapevolezza di come ci riusciva, attribuendo quasi tutte le guarigioni a miracoli divini (ovviamente l’estrazione della punta di una freccia è invece dovuta alle sue doti manuali). Persino un uomo già morto sarebbe tornato in vita dopo il suo intervento disperato. Ma le sue tribolazioni non sono ancora finite: con un metodo ingegnoso per ripararsi dal freddo della notte per poco non arde vivo!

Il finale non contempla come facilmente prevedibile la sua morte: dopo dieci anni complessivi di peregrinazioni in America e un lungo periodo di esilio a Orano inflittogli dall’Inquisizione, Alvaro Nuñez nel 1559 è ancora vivo benché un po’ rintronato dall’età e dalle vicissitudini patite.

A sfogliarlo questo volume non prometteva affatto bene. Il disegno di Gillon (che io comunque adoro) è già di suo sintetico e nonostante gli ottimi colori certe tavole con anche solo quattro vignette finivano inevitabilmente per sembrare un po’ vuote. Inoltre lo sceneggiatore Miguel Angel Nieto (il nome non mi è nuovo ma non ricordo nulla di suo) ha saggiamente preferito che a “parlare” fossero i disegni, lasciando molte sequenze mute. Quindi mi aspettavo una lettura molto veloce e con poca sostanza. Veloce in effetti lo è, eppure nello spazio delle canoniche 46 tavole c’è una grande densità di contenuti e non si avverte affatto la frammentarietà che poteva manifestarsi dovendo saltare fisiologicamente da un episodio saliente all’altro. Tutto è ben amalgamato e il flusso della storia scorre molto naturale e soprattutto molto appassionante. Inoltre Nieto ricorre anche a dei bei dialoghi (forse citazioni storiche?) e introduce discretamente il dubbio che le storie di Cabeza de Vaca siano solo fole grazie ai commenti di alcuni passanti che lo vedono raccontare per l’ennesima volta la sua vita avventurosa al giovane frate.

I disegni di Gillon non deludono affatto. Impermeabile alla Linea Chiara, alla scuola dei gros nez, alla tradizione inaugurata da Jijé e agli esempi di altri “cani sciolti” come Cuvelier o Hubinon o Peelaert o Poïvet si mantiene sempre fedele alla sua linea sinuosa ed elegante che dona eccezionale espressività e dinamismo ai suoi personaggi. E i colori sono ottimi.

Introduzione e approfondimento storico del volume sono opera di Felipe del Pino.

lunedì 14 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Hjalmar-Sagrant-Harald (1969)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Hjalmar-Sagrant-Harald

È un fatto acquisito che Robin Wood oltre (o piuttosto) che sceneggiatore volesse diventare disegnatore di fumetti, tanto da studiare in diverse scuole d’arte tra cui parrebbe anche la mitica Escuela Panamericana de Arte: forse fu proprio lì che conobbe Luis “Lucho” Olivera. L’aneddotica woodiana contempla di conseguenza anche l’episodio secondo cui avrebbe presentato alla Columba un unitario di cui realizzò sia i testi che i disegni, ma il risultato della parte grafica fu ritenuto di livello insufficiente per la pubblicazione. Da qui in poi la storia presenta due sviluppi divergenti ma non mutualmente esclusivi: un redattore importante della Columba potrebbe essersi tenute le tavole come rarità da collezione, oppure potrebbe (lui o chi per lui) averle trattenute per usarle come monito per Wood: occhio che se sgarri le pubblichiamo e le facciamo vedere a tutti. Da quello che si sa, quel fumetto avrebbe dovuto vertere su un vichingo, lo Hjalmar che tornerà con una certa frequenza nell’universo di Wood (e che noi abbiamo visto ufficialmente solo in un ciclo di Dago). Ma alla Columba non si buttava via nulla e i testi vennero riciclati e fatti disegnare da Sergio Mulko. Ora, se Mulko venne considerato migliore di quanto prodotto dal Wood disegnatore, tremo al pensiero di come fossero le tavole della Leyenda.

La cosa più gentile che si può dire di Mulko è che perlomeno non è Scozzari. Magra consolazione: i suoi personaggi e i suoi sfondi sono abbozzati, storti, sproporzionati. Eppure nel “libero” Kempet en el Desfiladero, sempre scritto da Wood e pubblicato anch’esso nel 1969, aveva dimostrato una maggiore abilità. È vero che i mostri di bravura come Alberto Salinas ed Ernesto Garcia Seijas erano merce rara in quegli anni alla Columba ma Lito Fernandez e Lucho Olivera, per limitarmi a due casi, stavano già evolvendo verso l’eccellenza futura. Ma vediamo com’è questo Hjalmar.

Nonostante sia una figura piuttosto ricorrente nei fumetti di Wood, magari con caratteristiche adattate al contesto, l’eroe eponimo dalla mano di ferro (che Mulko si dimentica puntualmente di disegnare come tale) non è propriamente il protagonista quanto una figura incombente e un po’ il deus ex machina. Il motore della storia è Juan de Montfornier che trova un sistema efficace per farsi nominare tesoriere dal suo signore il barone di Arlac: individuati dei vichinghi già spossati da un precedente combattimento, ha facile gioco nel farli sterminare dalle sue truppe al grido «Dio lo vuole!» mentre i norreni invocano Wothan (sic). Al massacro sopravvive il piccolo Harald che viene mandato alla corte di Arlac come trofeo di guerra. Il guaio per i Franchi è che il bambino è figlio nientemeno che di Hjalmar, uno dei capi dei vichinghi. La sua furia si scatena quindi contro la terra dei Franchi (non che Harald venisse trattato male, tutt’altro) che nel frattempo con la morte del barone è passata informalmente nelle mani di Montfornier che ha già predisposto l’uccisione della figlia del barone dopo che gli ha negato di sposarlo per ufficializzare il suo subentro al potere. Ma Hjalmar la salva e sebbene si innamorino l’uno dell’altra dovranno vivere ognuno nel proprio mondo d’appartenenza.

Non è proprio un romanzo Harmony ma non è nemmeno quello che mi aspettavo da una storia di vichinghi. E come anticipato Hjalmar è una figura quasi sussidiaria rispetto agli altri personaggi che sono i veri protagonisti. È anche vero che le caratteristiche del genere sarebbero state codificate qualche anno dopo, col boom delle serie di vikingos sia alla Columba che alla Record. Al di là di queste considerazioni, Wood non è comunque al suo top: le didascalie non hanno il tono aulico ed epico che mi aspettavo (e che qui sarebbe stato perfetto), inoltre la storia si muove con eccessiva frenesia e i personaggi capiscono al volo quello che succede anche se non si sono mai visti prima.

La vicenda può dirsi conclusa con questa nota finale sentimentalmente malinconica, ma dopo la sua pubblicazione sul numero 212 di D’Artagnan ebbe un seguito poche settimane dopo sul numero 215: in Sagrant uno Hjalmar invecchiato e stabilmente stanziato in Irlanda si rende conto che le ribellioni locali finiranno per avere ragione degli invasori vichinghi. Il provvidenziale arrivo del suo vecchio amico Olav con la figlia Verien che stuzzica Harald gli fornisce il destro per l’ultima eroica impresa, in cui resiste agli assalti dei ribelli trovando eroicamente la morte in battaglia dopo aver ucciso il loro re Brian Boru – Sagrant è il nome della spada di Hjalmar, cantata da bardi e che come ultimo gesto Hjalmar lancerà ad Harald che si allontana. Sembra un finale aperto, foriero di ulteriori sviluppi, e in effetti questa breve saga continuerà ancora, anche se il seguito si farà attendere un bel po’ (ma in altri casi un seguito non si concretizzò mai): comparirà appena nel marzo del 1970 mentre Sagrant fu pubblicato a novembre del 1969.

Harald, il terzo e ultimo capitolo della saga, comincia dove finiva Sagrant: il figlio di Hjalmar giunge a Läag Griensen, in qualche parte del Nord Europa che non sono riuscito a localizzare. Il letterista dovette essere un po’ confuso da questi nomi nordici visto che rispetto a Sagrant la dieresi si sposta sulla seconda A di «Laag», la spada diventa «Sargant» e Olav «Olaf». Quest’ultimo è adesso il suocero di Harald che a quanto pare nel breve lasso di tempo da un episodio all’altro ha sposato Verien. La ciurma viene accolta con tutti gli onori dal vecchio Einar immaginando che si tratti di Hjalmar, ma nonostante la tristezza nell’apprendere della sua morte rimane tutt’altro che deluso dalla visita e spiega ad Harald la situazione nel Laäg Griensen: i barbari finlandesi si sono alleati col re dello Jutland Erik Thor e sono sul sentiero di guerra. Harald si propone quindi come capo di guerra e la cosa suscita malumori alla corte di Einar, visto che altri giovani rampanti vorrebbero avere quel posto. Altri vichinghi locali invece vedrebbero di buon occhio l’idea di essere guidati da Harald, sebbene di logica lo abbiano appena conosciuto – fino a quel momento era sempre vissuto in Irlanda, giusto? In ogni caso Harald mostra il suo valore ma è con l’astuzia e la diplomazia che riesce a farsi alleato Erik Thor e a ribaltare la situazione, invadendo la Finlandia e conquistando il Nord in un processo che dura un anno e che Wood riassume in maniera sbrigativa e senza particolare mordente. Alla morte di Einar sarà Harald a essere nominato il nuovo re dei vichinghi locali. Ma non darà seguito alla vita di invasioni e pirateria e getterà Sagrant (stavolta scritto correttamente) in un braciere, o qualsiasi cosa sia quello che ha disegnato Mulko. Col suo gesto pone fine simbolicamente all’era di saccheggio e violenza dei vichinghi, una sequenza che avrebbe potuto essere molto suggestiva e che invece a me è sembrata un anticlimax.

Si sarà già capito che per me questa trilogia si è rivelata inferiore alle aspettative, che erano piuttosto alte: se Wood volle disegnare in prima persona una sua storia di logica doveva ritenerla di qualità superiore, no? Invece manca l’epico afflato lirico che davo per scontato ci fosse nel Wood di quell’epoca, i personaggi sono un po’ fuori fuoco (è stato fuorviante intitolare a Hjalmar il primo episodio) e c’è qualche melensaggine di troppo. Mulko, poi, è schematico, sbrigativo e confuso.

Hjalmar-Sagrant-Harald offriranno però l’occasione per un interessante dietro le quinte sul lavoro di Wood e dei disegnatori della Columba, o meglio una riflessione su quanto la “regia” di un fumetto possa incidere sulla sua qualità e la sua comprensione: la storia dei due capi vichinghi è perfettamente conclusa, ma conoscerà una seconda vita editoriale dodici anni dopo[link da inserire].

domenica 13 settembre 2026

Sospesi nel tempo

 

Da qualche giorno Blogger non aggiorna il blogroll che è fermo a quattro giorni fa. Da quanto ho potuto vedere è una cosa generalizzata, non riguarda solo il mio profilo o i device da cui accedo. Poco male, riscopro il gusto della ricerca per vedere se ci sono novità.

venerdì 11 settembre 2026

1776: Uniti per l'Indipendenza

Avventura celebrativa per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza Americana. La strega arturiana Morgana Le Fay è tornata indietro nel tempo per far vincere gli Inglesi, cosa che metterebbe a repentaglio la nascita degli Stati Uniti e quindi la sicurezza del mondo intero. Eh, già: questo è il tono. Con l’aiuto mistico di Cagliostro (immagino una sua versione Marvel già vista altrove) Benjamin Franklin viaggia nel tempo per avvertire il Dottor Strange della minaccia e così lo Stregone Supremo raggruppa il proverbiale manipolo di eroi. Bruce Banner e Tony Stark avanzano i dubbi sui viaggi nel tempo che ogni lettore si sarà già posto, ovvero l’impossibilità di modificare veramente il passato, ma Strange spiega che Morgana è immortale e ciò comporta che bla bla bla. Giustamente Banner avanza anche l’ipotesi che forse una Guerra d’Indipendenza vinta dagli Inglesi possa non essere una cosa negativa ma il piano della villain prevede la frammentazione dei potenziali Stati Uniti in una dozzina di nazioni come quelle europee: quindi gente in perenne competizione che ogni tanto si fa la guerra. Sembra che Straczynski si diverta a rendersi ridicolo.

Capitan America, l’Uomo Ragno, Hulk, Iron Man e la maga Clea vanno quindi nel passato ma almeno non si limitano a tirare mazzate a destra e a manca, infatti 1776 è più che altro una lunga lezione di Storia che racconta anche fatti poco conosciuti come l’ambizione del generale Gates che voleva fare le scarpe a Washington. Ma forse sarebbe stato meglio abbondare con le mazzate, perché tra citazioni letterali e altre dichiarazioni roboanti la narrazione si inceppa e si frammenta. Per fortuna Straczynski non lesina sull’umorismo, che all’inizio pare fuori luogo ma alla lunga è una panacea – o almeno fornisce un minimo di sollievo.

I disegni sono assai schizofrenici. Le matite sono di Sean Damien Hill e Ron Lim: il primo dovrebbe essere quello realistico mentre l’altro è più cartoonesco e i loro stili non si integrano bene. A peggiorare le cose c’è la caterva di inchiostratori che ha lavorato sulle tavole: Jay Leisten, Roberto Poggi, Oren Junior e Scott Hanna. Il disegnatore realistico, che sia o meno Hill, a volte viene inchiostrato con grande cura e raffinatezza e i molti tratteggi non appesantiscono affatto i disegni, ma più spesso il ripasso è impreciso, quasi goffo, fino ad arrivare a delle vere distorsioni anatomiche. E queste differenze nella resa si vedono addirittura in una stessa tavola.

L’impressione è che la Marvel abbia voluto fare non tanto una miniserie celebrativa quanto una lezione di Storia indirizzata ai lettori più giovani con il viatico dei supereroi come esca, e infatti nonostante alcune sequenze vagamente realistiche e drammatiche (l’Uomo Ragno si becca una pallottola, ma è per spirito patriottico e quindi va bene) i combattimenti rimangono sullo sfondo e coinvolgono più che altro le fantasiose orde di mostri evocate da Morgana. In ogni caso l’uso di tutte quelle persone nel comparto grafico mi fa pensare a una certa improvvisazione o a una corsa disperata per arrivare in tempo alla data d’uscita. L’impressione che sia una miniserie raffazzonata mi viene in parte confermata dal fatto che Pete Woods abbia ritratto nelle prime copertine dei cinque comic book originali dei supereroi che poi nella storia non ci sono!

lunedì 7 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Gordo y el Flaco (1971)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Gordo y el Flaco

Praticamente nessuna delle prime serie di Wood era pensata per essere tale ma Nippur, Dennis Martin, Billy Grant, Big Norman, Jackaroe e anche Tino e Poppy di Lei e Io erano semplicemente i protagonisti di “liberi”. Anche il Pepe Sanchez cui sarà dedicata una serie nel 1975 esordì già nel 1969. Curiosamente, personaggi che invece erano pensati per essere ricorrenti venivano spacciati per protagonisti di unitarios oppure non fecero in tempo che a fare un’unica rapida apparizione.

Tra gli ultimi anni ’60 e i primissimi ’70 le riviste della Columba erano dei calderoni germinativi rigurgitanti di personaggi che evidentemente si speravano abbastanza graditi ai lettori da imbastirci una serie di successo. Ovviamente le storie scritte da Wood che terminavano con la morte del protagonista (come El Filibustero disegnato da Garcia Lopez nel 1968) o con il suo ravvedimento forzato (lo spassoso Billy Wood disegnato da Haupt nel 1972) non erano adatte alla bisogna, ma con ogni probabilità El Gordo y el Flaco rientra nella categoria delle serie “potenziali”, per quanto Wood non lo citi nel famoso elenco presentato su Fumo di China 26 – ma d’altra parte non citava nemmeno il trittico Hjalmar-Sagrant-Harald Jack Robin, che una serie lo era veramente.

In questo fumetto Wood riprende la formula del buddy movie che frequenterà con maestria in futuro e che aveva già dato dimostrazione di gestire bene, prendendo però ispirazione anche da una celeberrima coppia comica cinematografica: in un commissariato argentino lavorano infatti Hurt e Martinez, il primo soprannominato “Gordo”, cioè grasso, mentre il secondo è magro come Boedo. Probabilmente è opportuno specificare che «gordo» e «flaco» sono due dei soprannomi di base argentini, ma sono anche i nomignoli con cui sono conosciuti nei Paesi ispanofoni Stan Laurel e Oliver Hardy.

Alla coppia viene affidata una missione importante: è stato scoperto che un importatore giapponese di orologi in realtà traffica in eroina e così i due dovranno scortarlo fino a Tokio con l’ordine di proteggerlo come fosse loro figlio, visto che sicuramente ha informazioni importantissime sull’organizzazione di cui fa parte che potrebbe volerlo liberare come eliminarlo fisicamente. E infatti già in California cominciano gli attentati.

El Gordo y el Flaco è un misto di umorismo e poliziesco: ci sono personaggi pittoreschi, battute, tormentoni (al “Grasso” non piace ovviamente essere chiamato così) ma Wood non lesina sui morti ammazzati, tra cui uno che si becca un proiettile in fronte in bella vista. La storia si sviluppa in maniera sin troppo rapida e benché sia perfettamente conclusa si avverte il rimpianto per aver sprecato due protagonisti che, sebbene meno originali di un guerriero sumero filosofeggiante o di un agente segreto ridanciano che lancia coltelli, avrebbero potuto dar vita a un bel filone di storie. Ma evidentemente il gusto del pubblico o altri motivi editoriali non fecero concretizzare questa opzione.

Dignitoso il lavoro di Vogt, anche se più schematico di quanto fosse solitamente all’epoca.

Da notare che la riedizione a colori del 1985 venne rimontata (cosa non inedita ma comunque rara in Columba) con qualche dialogo aggiornato e una presentazione differente dei personaggi, come se fossero appunto protagonisti di una serie: venne persino introdotta come sottotitolo una citazione da Stanlio e Ollio, quasi fosse il titolo di quel presunto primo episodio. Ma ovviamente (a maggior ragione a distanza di quasi quindici anni) non ci fu alcun seguito.

venerdì 4 settembre 2026

Ancora gatti, ancora Giappone, ancora intelligenza artificiale

https://www.youtube.com/@GingerDailyMeow

https://www.youtube.com/@GingerKittenStory-NBmedia

https://www.youtube.com/@CatBros3D

https://www.youtube.com/@mccatcooking1

https://www.youtube.com/@AICatLife888

https://www.youtube.com/@Catslifestyle98

https://www.youtube.com/@aiaidoga

È incredibile la quantità e la qualità di questi video. Qui sopra ho messo solo una minima parte di quanto si trova su YouTube. L’intelligenza artificiale non solo permette di creare video molto buoni, ma anche di produrli a una rapidità incredibile. Ruberà il “lavoro” agli youtuber “veri”? Almeno i gatti non supplicano di iscriversi-mettereunbellike-attivarelacampanellina.

mercoledì 2 settembre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Primera Fundacion de Buenos Aires (1992)

Niente tiritera sulla Columba e la reperibilità dei suoi fumetti online, stavolta: qui si parla di un volume di altra provenienza e di facile reperibilità materiale.

Nel 1992 ricorreva il cinquecentenario della Scoperta dell’America e la meritevole casa editrice spagnola Planeta-De Agostini pubblicò una collana per celebrare la ricorrenza. Ricordate quando la Planeta-De Agostini pubblicava fumetti anche in Italia? Bei tempi, quelli. Di questi «Relatos del Nuevo Mundo» fino a pochissimi anni fa nel Belpaese si è visto solo il Caboto di Zentner e Mattotti ma recentemente Nicola Pesce Editore ha annunciato anche il volume di Breccia padre dopo aver pubblicato quello di Micheluzzi. I volumi della collana vertevano ovviamente su personalità legate alla scoperta, all’esplorazione e alla conquista delle Americhe ed erano costituiti (oltre che da un’introduzione) da un fumetto dalla classica durata di 46 tavole e da un ricchissimo apparato redazionale. Per raccontare un episodio inerente quella che diventerà l’Argentina l’editore pensò bene di ingaggiare degli autori che lavoravano per quel mercato.

Per insaporire la storia Wood ricorre a un po’ di realismo magico, scelta non inedita ma poco comune nei suoi fumetti: a introdurre la storia sono degli scheletri in armatura, i fantasmi di quanti parteciparono all’avventura che compaiono in sogno a Domingo Irala, teoricamente il protagonista del fumetto. “Teoricamente” perché Primera Fundacion de Buenos Aires è una storia corale e Domingo è uno dei tanti personaggi attirati da una nuova spedizione verso le “Indie” organizzata con faraonica profusione di mezzi da Pedro de Mendoza, già gravemente malato. Il sottotitolo del volume non a caso è La Spedición Maldita: una volta giunti a terra gli avventurieri speranzosi fondano la città (ma credo sia meglio dire l’avamposto) di Nuestra Señora de los Buenos Aires però la situazione non è delle migliori. La zona è inospitale e scarseggiano sia animali che piante commestibili, cosa drammatica per loro che dalla Spagna non hanno portato né bestiame né sementi. Per fortuna trovano degli indigeni che, per quanto in ristrettezze pure loro, possono fornire un minimo di carne e pesce in cambio delle proverbiali perline colorate. Ma la situazione precipita e alcuni guasti diplomatici con gli indios portano a una battaglia sanguinosissima e poi a un assedio ancora più falcidiante. Sarebbe la fine se non fosse che la donna india unitasi a Domingo spiega ai potenziali conquistadores (tra cui molti tedeschi) come trovare e mangiare radici e suggerisce di andare a cercare cibo e aiuto presso altre tribù.

Passano gli anni e da Buenos Aires il contingente si spinge all’interno alla ricerca delle favoleggiate città d’oro, ovviamente senza risultati. E nel 1556 anche Domingo Irala troverà la morte, ma sarà una morte serena a differenza di quella degli altri, dopo vent’anni da governatore di Nuestra Señora de la Asunción e guardando disincantato la marea di illusi che continua a riversarsi nelle Americhe alla ricerca dell’El Dorado, della Città del Re Bianco, della Città del Sole.

Pur essendo un lavoro su commissione Wood non rinuncia alla sua personalità e non mancano i suoi marchi di fabbrica come le didascalie auliche e (per quanto limitata dalle circostanze) un po’ di ironia. Il gusto per l’aneddotica non rallenta la narrazione ma la arricchisce: si veda in particolare l’episodio della ragazza imbarcatasi in incognito per seguire l’amato la cui scandalosa unione fuori dal matrimonio viene risolta dalla provvidenziale presenza di un prete nella ciurma. Come già diede prova di saper fare in altri contesti, Wood riesce a inserire moltissime informazioni in uno spazio tutto sommato limitato, senza però dare l’impressione di fare dell’infodumping forzato.

Lo stile adottato da Lito Fernandez (cioè dal suo studio dell’epoca, ovviamente) non è tra quelli che preferisco. I contorni delle figure non sono molto marcati e i tratteggi caotici contribuiscono a rendere poco incisivi i soggetti raffigurati: sono adatti per rappresentare le venature del legno, decisamente meno per le barbe o i vestiti. Va detto che anche la disposizione delle vignette non è sempre efficace e a volte il senso di lettura viene meno. Una colorazione molto vivace facilita la leggibilità e, appunto, vivacizza tutto l’insieme.

La «referencia historica» in appendice è affidata a Manuel Lucena.

lunedì 31 agosto 2026

Fumettisti d'invenzione! - 206

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – ONE SHOTS IN PUBBLICAZIONI ANTOLOGICHE (pag. 56)

BLUBBER

(Stati Uniti 2016, © Beto Hernandez, umorismo, pornografia)

Beto [Gilberto] Hernandez

Nel 2016 Gilbert “Beto” Hernandez, forte della fama conquistata con Love & Rockets, diede alle stampe tramite Fantagraphics una serie di comic book altrimenti difficilmente pubblicabili. Blubber era infatti un’antologia di storie brevi impostate con l’unico scopo di épater la bourgeoisie: praticamente tutte queste “storie” vertevano su sesso e violenza, in maniera ostentatamente provocatoria e nonsense.

Blubberoo. In Blubber 3 (2016). Beto [Gilberto] Hernandez.

Un fumettista si compiace dei piaceri a cui sottopone la creatura che disegna, ma finirà per “goderseli” anche lui che in realtà è il protagonista di una trasmissione televisiva che viene vista dalla creatura stessa e da un altro mostro.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)

BOB 84: L’INSOSTENIBILE

(Italia 2026, © Vincenzo Filosa, Paolo Bacilieri, noir)

Vincenzo Filosa (T), Paolo Bacilieri, Andrea Mastreoni, Pietro Ghinelli (D)

Secondo episodio della serie. Il redivivo killer stavolta deve uccidere il mangaka Mochizuki Makoto che contribuì sulle pagine di Big Comics a rivoluzionare il linguaggio del fumetto giapponese e che a 12 anni ricevette i complimenti di Osamu Tezuka per un suo yonkoma. Non sarà un incarico facile perché dovrà vedersela con una flessuosa concorrente.

Pseudofumetti: Mochizuki è l’autore di Tarzachan, dichiaratamente copiato dal Tarzanetto di Antonio Terenghi. Attualmente sta lavorando a un manga sui pericoli delle centrali nucleari. Viene citato anche Kanikuro di cui però non viene chiarito se è lui l’autore. Nel mezzo della narrazione è inserito un manga scritto in giapponese che potrebbe essere solo una reinterpretazione della vita di Mochizuki o una sua allucinazione.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – ONE SHOTS IN PUBBLICAZIONI ANTOLOGICHE (pag. 56)

CAFÉ OBLIVION

(Stati Uniti 1987, © Eclipse Enterprises, Inc. Film by SM Graphics, fantastico)

Michael T. [Terry] Gibert (T), Michael T. [Terry] Gilbert, Mark Pacella (D)

La casa editrice statunitense Eclipse Comics venne fondata alla fine degli anni ’70 per offrire un’alternativa agli autori insoddisfatti delle condizioni lavorative e contrattuali di Marvel e DC. Consolidata la sua posizione negli anni ’80, si dedicò a diverse tipologie di pubblicazioni. Una storia dettagliata dell’editore è leggibile qui. Tra gli altri progetti, nel 1986 riprese un personaggio di successo degli anni ’40 libero da vincoli di copyright: Airboy, che già aveva fatto capolino in questa rubrica. La testata conobbe una buona accoglienza e generò vari spin-off e albi speciali.

I suoi comic book vennero pubblicati inizialmente a ritmo quindicinale e presentavano un’unica storia del protagonista più breve della consueta ventina abbondante di tavole di una testata normale. Ben presto cambiò formato ospitando riempitivi variabili a rotazione, tra cui The Heap, mostro paludoso anticipatore di Man-Thing e Swamp Thing, che a sua volta faceva parte della scuderia dei personaggi della casa editrice Hillman che diede i natali all’Airboy originale. Formalmente questa storia sarebbe intestata a The Heap, ma il vero protagonista è un altro.

In un luogo «ai confini stessi del mondo» si trova il locale del titolo, il cui unico ospite è il fumettista Everett Coleman, per anni ghost degli autori ufficiali della Hillman. Pian pianino tutti i personaggi che ha disegnato in incognito lo hanno raggiunto nel bar, l’ultimo è proprio The Heap.

Assunto forse più per necessità che per merito (all’epoca molti autori erano stati mandati al fronte della Seconda Guerra Mondiale) si dedicò anima e corpo al lavoro, nella speranza di pubblicare il suo personaggio The Beacon. Sacrificò al suo lavoro la vita e il matrimonio e devastato dall’alcolismo perse l’impiego alla Hillman e si ridusse a disegnare fumetti horror imitando lo stile di disegnatori che disprezzava – e comunque perse anche quei lavori malpagati, ritrovandosi così nel “bar Oblio” dove ormai non gli resta che il suicidio, che però viene impedito da The Heap. A bilanciare le cose interviene Black Axis, un vampiro nazista di cui odiava disegnare i fumetti che lo incita a premere il grilletto. Ma un altro personaggio entra in scena…

Pseudofumetti: Vampire Crime è la testata che ospitò Black Axis.

CARTOONIST COME PROTAGONISTA – GRAPHIC NOVELS E ONE SHOTS (pag. 24)

AIRBOY AND DOC STEARN… MR. MONSTER #1

(Stati Uniti 1987, © Eclipse Enterprises, Inc. Film by SM Graphics, parodia, supereroi)

Michael T. [Terry] Gibert (T), Michael T. [Terry] Gilbert, Mark Pacella (D)

A differenza di Airboy Mr. Monster (il titolo corretto della testata è Doc Stearn… Mr. Monster) non è un personaggio vintage di pubblico dominio, o almeno non del tutto: il suo autore Michael T. Gilbert dichiarò di essersi ispirato per la sua creazione a un misconosciuto personaggio apparso solo per un paio di numeri in una testata canadese e di averne fatto una sua versione. Mr. Monster (o meglio Doc Stearn… Mr. Monster) è un cacciatore di mostri vestito con una calzamaglia forse vagamente memore di quella di Phantom/L’Uomo Mascherato. Le sue avventure sono principalmente parodie delle storie di supereroi e dei fumetti horror, con una certa attenzione all’estetica dei disegnatori più grotteschi della gloriosa EC Comics.

Partendo direttamente dalla conclusione del succitato Cafè Oblivion, anche Airboy e Mr. Monster raggiungono Coleman nel locale per contrastare Black Axis. A salvare il disegnatore sarà però la sua creazione finalmente concretizzata, The Beacon, insieme ad altri personaggi positivi che aveva disegnato divertendosi. Una storia edificante con la sua brava moralina, resa però piacevole dalla follia metanarrativa del tutto.

Vale la pena segnalare una curiosità in merito al pubblico di Mr. Monster (cioè Doc Stearn… Mr. Monster) riportata sia da Scott McCloud nel suo saggio Raping Comics che da Frank Miller nella sua autobiografia I am a genius and everybody else is just shit: pare che il lettore tipico di Mr. Monster (ovvero Doc Stearn… Mr. Monster) non sia caratterizzato da una grande statura. Non che sia proprio un tappo, ma non potrà mai fare il pivot in una squadra di basket. Pertanto si può dire che il suo fan ideale non è affatto altino, bensì bassetto.

Pseudofumetti: Vampire Crime è la testata che ospitò Black Axis. Zombie Love è un’altra testata horror in cui apparve Lady Medusa, personaggio che pietrifica Mr. Monster.

venerdì 28 agosto 2026

JLA di Joe Kelly vol. 2: Incubo Americano

Seconda raccolta piuttosto variegata e frammentaria, questa della JLA di Joe Kelly, tanto che si comincia con un fill-in nemmeno suo. È infatti Rick Veitch a scrivere una storia in cui i membri della combriccola devono vedersela con un artefatto senziente che ruba selettivamente la memoria. Uno spunto originale, direi. I disegni di Darryl Banks inchiostrato da Wayne Faucher sono un gradino al di sopra delle porcherie post-Image dell’epoca (primi anni 2000) ma nulla di memorabile.

Via alle danze, quindi: si comincia con un brevissimo ciclo in cui la JLA mette il naso in un conflitto galattico in un settore lontanissimo dell’universo visto che la volontà di pacificare quella porzione dell’universo da parte di un collettivo di pianeti si manifesta con la violenza.

Segue un ciclo invece molto terrestre: marito e moglie metaumani hanno tirato su un rifugio per giovani ma vengono visti come un pericolo dall’esercito e la JLA dovrà intromettersi, producendo involontariamente un disastro che a pensarci oggi sembra aver “ispirato” Mark Millar per la Civil War Marvel. Il soggetto sarebbe anche intrigante (chiaramente il massacro causato dalla JLA era una montatura) ma alla fine tutto si riduce alle mazzate con un nuovo gruppo di supercattivi suprematisti e l’introduzione di un altro gruppo di villain. Duncan Rouleau inchiostrato da Aaron Sowd disegna pupazzetti veramente ignobili.

Altro fill-in, che nonostante la brevità dà il titolo al volume: la simulazione di una ipotesi in cui il Presidente degli Stati Uniti, ovvero Lex Luthor (!), vuole mandare la JLA ad assassinare il dittatore del Qurac come attacco preventivo offre il destro per l’ennesima disquisizione sugli ideali di Superman. Nemmeno Chris Cross sfugge al pupazzettismo, ma non è il peggio che si sia visto in questa sede.

Si torna a un ciclo stavolta più corposo e decisamente originale: qualcosa o qualcuno sta facendo pentire a morte tutti i criminali del mondo delle loro colpe e anche nazioni belligeranti stanno stendendo trattati di pace. Solo che il succitato Presidente Luthor, che la coscienza deve avercela bella sporca, è finito in coma a causa di questo che sembra un attacco telepatico. La soluzione del mistero è legata al passato remoto dell’universo DC (creato per l’occasione, immagino) e l’identità dell’attaccante mi pare originale e conclude una delle sottotrame che si stavano sviluppando dall’inizio.

Terminata la portata principale (ben sei capitoli) Kelly si concede un fill-in che vede il ritorno alle matite di Chris Cross: un episodio di tutto riposo in cui semplicemente inanella una sequenza di possibili esiti della relazione tra Wonder Woman e Batman.

In chiusura un trittico scritto dal redivivo Dennis O’Neil e disegnato da Tan Eng Huat. La differenza si nota nell’uso più classico delle didascalie e di dialoghi sin troppo esplicativi ma non nella frenesia dell’azione. La trama e lo sviluppo sono decisamente buoni (un alieno che vigilava sull’evoluzione delle specie vuole aiutare gli umani a estinguersi visto che l’umanità si sta già muovendo in quel senso), ma i disegni sono alquanto strambi.

A creare un minimo di collegamento tra episodi dai toni e dalle ambientazioni anche molto diversi ci sono alcuni elementi ricorrenti, non solo le sottotrame citate prima ma anche Faith che deve vedersela con l’organizzazione di cui faceva parte e i tentativi di Corvo di Manitù e sua moglie di adattarsi al mondo moderno.

Joe Kelly ha il gusto per il drammatico, per le entrate in scena spettacolari e i cliffhanger, poco importa che poi incidano quasi nulla sulla trama. I suoi tentativi di intavolare qualche riflessione politica o sociale rimangono appunto solo tentativi, giusto il tempo di far vedere che almeno un minimo è engagé, ma è anche vero che offrono spunti per le trame quindi non sono sprecati.

Il precedente volumone mi sembrava più coeso, qua si salta di palo in frasca e, a parte rari casi, si ha l’impressione che i supereroi siano sotto amfetamine e risolvano le cose a velocità supersonica. Che comunque non è una brutta sensazione (probabilmente una lettura serializzata come in origine avrebbe trasmesso un’altra sensazione).

Mahnke è migliorato rispetto alle prove precedenti, anche se non ha ancora preso bene le misure dei personaggi femminili. Comunque credo che certe morbidezze pupazzettose dei disegni siano da attribuire all’inchiostratore Tom Nguyen che ha dato le chine anche ai disegni di Chris Cross.

domenica 23 agosto 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Andrea Ney (1989)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Andrea Ney

In questo excursus si sono avvicendate situazioni di tutti i tipi: personaggi che sono diventati titolari di serie praticamente per caso, serie vere e proprie che venivano fatte passare per unitarios, potenziali saghe che si sono fermate dopo pochi episodi o addirittura uno solo, serie surrettizie ideate a tavolino per smaltire materiale altrimenti non pubblicabile. Stavolta la situazione è ancora differente e probabilmente determinata solo da un errore redazionale. Nella prima tavola di questo fumetto campeggia la sigla «E-1» con cui la Columba indicava il primo episodio di una serie, ma la storia in sé sembra perfettamente conclusa senza necessità di ulteriori sviluppi.

Nello specifico, Andrea Ney è una storia edificante con elementi un po’ bizzarri. La protagonista non è tanto la scrittrice cui è dedicato il titolo quanto la giornalista Danielle cui viene affidato l’incarico di intervistarla. Un onore mica da poco: la Ney vive infatti da reclusa da quando un incidente stradale la privò di una gamba distruggendo la sua carriera di sciatrice olimpica e persino la sua vita sentimentale, che però fu lei stessa a sabotare. Anche dopo una lunga ed estenuante riabilitazione per imparare a usare una protesi Andrea Ney rifiuta di farsi vedere in pubblico.

Dettaglio un po’ surreale, a travolgerla fu un criminale (Reno Dargaud, tanto per omaggiare un attore e un editore francesi) che perse così il bottino e finì in carcere e da allora ritiene che la Ney lo abbia maledetto visto che è pure malato terminale. Decide così di vendicarsi e seguendo Danielle va ad ammazzare la scrittrice menagrama, illudendosi che la sua morte possa guarirlo – al pari dei lettori perplessi anche i suoi complici lo ritengono matto e lo abbandonano.

Storia edificante sull’accettazione di sé, dicevo. Il cattivo muore ma almeno lascia una lezione: inutile incolpare gli altri di quello che si è diventati e chiudersi in se stessi rifiutando il mondo e il rischio di essere feriti ancora. Oh, che profondità.

Ora, è vero che alla fine Andrea Ney dichiara di voler cominciare una nuova vita ma mi sembra più che altro la constatazione di aver superato il blocco che la tratteneva e non una dichiarazione di intenti sul fatto che avrebbe vissuto nuovi episodi, nonostante l’«E-1» in prima pagina. E se anche il progetto fosse stato davvero di farne una serie, comunque non si è concretizzato.

L’atroce Ascanio disegna come lo ricordavo in Clochard, cioè male. Quelle poche inquadrature e anatomie che imbrocca sono vanificate dall’imprecisione e la faciloneria con cui disegna tutto il resto.

giovedì 20 agosto 2026

Batman/Scooby-Doo! vol. 5: Gargoyle e Pipistrelli

Nuovo trittico di team-up tra i due brand di proprietà DC/Warner.

La prima storia, sceneggiata dall’habitué Sholly Fisch è decisamente originale: a Gotham gente a caso si trasforma in gargoyle! O meglio, come specifica Velma, in grottesche. La soluzione del mistero vede un nemico classico di Batman (che qui agisce insieme a Robin e con l’aiuto di Oracolo) ed è veramente ben congegnata con dei dettagli raffinati e le giuste motivazioni per il villain. Il tutto arricchito da inside joke sulle mitologie di Batman e della Misteri & Affini. Il problema è che i disegni di Megan Huang sono atroci. Capisco ovviamente che si possa scegliere uno stile semplice e stilizzato, ma qui siamo proprio a livello dilettantesco, e il grande formato scelto da Panini sottolinea le carenze anatomiche, prospettiche e compositive della Huang.

Matthew Cody scrive la seconda storia che si riallaccia a un episodio della serie televisiva: Batman ha chiamato i ragazzi a raccolta per rinvenire l’antidoto del siero di Mister Hyde, che potrebbe costituire la liberazione del Dottor Kirk Langstrom dal fenomeno che lo trasforma in Man-Bat. L’esplorazione del castello di Hyde è ricca di situazioni slapstick che probabilmente avrebbero reso di più in versione animata. Comunque non mancano battute simpatiche e la trovata originale di smascherare il “cattivo” fuori scena contravvenendo ai cliché della serie. I disegni di Puste non sono al livello di quelli degli altri disegnatori della serie, ma sempre meglio della Huang.

La terza storia è opera di Amanda Deibert e Dario Brizuela e vede la Misteri & Affini prendere parte a una gara di detective, ignorando che si tratta di una trappola e che Batman in persona li arresterà per furto! La trama procede tra situazioni e dialoghi divertenti ed è anche nobilitata dal recupero filologico di un villain misconosciuto – io almeno non ricordo di averlo mai visto. Ovviamente il veterano Brizuela, pur coi limiti che gli avevo riscontrato, fa un lavoro molto migliore rispetto a quello di Puste e Megan Huang.

Pur indirizzata a un pubblico infantile (o forse proprio per questo) la serie si conferma ben architettata e divertente. Peccato che questo volume in particolare sia stato penalizzato da disegnatori scarsi.

mercoledì 19 agosto 2026

Ricevo e diffondo