sabato 2 maggio 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Esclavo (1969)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Esclavo

Nel famigerato elenco di serie che Robin Wood sottopose a Fumo di China 26 figurava anche tale El Esclavo. In quel frangente Wood parlò proprio di serie e non di personaggi, quindi in teoria non si può giustificare la citazione di Hawk come deuteragonista di Mark o Dave y Booth»] distinto da Rio.

Ma torniamo a El Esclavo: un fumetto con questo titolo venne realizzato da Wood coi disegni di Lucho Olivera. Visto quello che dichiarò a Fumo di China evidentemente gli autori volevano ritentare il colpaccio e farne un nuovo successo sulla scia di Nippur, ma invece non ebbe seguito. Il fatto che nella prima tavola manchi l’indicazione «E-1» con cui la Columba segnalava i primi episodi di una serie non è indicativo: nei tardi anni ’60 non lo faceva ancora, e comunque come abbiamo visto e come vedremo ancora non era neppure una garanzia di programmata continuità.

La storia si svolge nella Micene di Agamennone e come intuibile ha per protagonista uno schiavo, un barbaro che proviene da un lontano paese caratterizzato da montagne innevate, grandi foreste e asce bipenni. È una di quelle storie in cui Wood si abbandona a un accorato lirismo con interpellazioni dirette al lettore, fortunatamente limitate all’inizio e alla fine. A differenza del padre anche lui schiavo che morirà «di vecchiaia e orgoglio», il giovane protagonista ha però una possibilità di riscatto, per quanto improbabile. La corte micenea ha organizzato infatti dei giochi per i giovani aristocratici a cui possono partecipare anche gli schiavi che hanno compiuto vent’anni, che saranno liberati in caso di vittoria: i partecipanti devono correre ad afferrare delle armi con cui sconfiggere gli altri. Solo che i nobili useranno bighe e cavalli mentre gli schiavi dovranno farcela a piedi. A questo spettacolo assistono protagonisti dell’epica omerica e non solo: Achille, Ulisse, Menelao, Nestore, Paride, Teseo, Patroclo, Aiace, Oreste, ecc. Una scelta bizzarra (teoricamente alcuni non avrebbero potuto incontrarsi nella stessa epoca) che trasporta la vicenda nell’ambito della mitologia piuttosto che della Storia.

Lo schiavo, dall’improbabile nome di Aifos (ma ricordiamoci dell’Aneleh di Nippur: un omaggio dello sceneggiatore a una certa Sofia?), userà il cervello e riuscirà a vincere conquistando la libertà. E per lui Ulisse e Nestore prevedono un glorioso futuro in cui sarà un temibile guerriero. Ma se questa fosse l’imbeccata per successivi episodi, come in effetti ha tutta l’aria di essere, la serie El Esclavo invece si conclude qui. Non esistono nemmeno evidenze di altre opere di Wood intitolate ad Aifos, immaginando che volesse usare il suo nome ora che tecnicamente non era più uno schiavo.

I disegni di Lucho Olivera, per quanto non del tutto maturi, sono decisamente riusciti. Se consideriamo come disegnava Nippur solo due anni prima o se ricordiamo alcuni suoi liberi anni ’60 visti anche su Lanciostory è innegabile che avesse intrapreso il cammino giusto che lo avrebbe poi portato all’eccellenza di metà anni ’70. C’è ancora qualche imprecisione ma fanno capolino anche quelle decalcomanie e quelle retinature creative presaghe dell’esplosione creativa a venire.

Nonostante El Esclavo dimostri tutti i suoi anni è comunque un fumetto affascinante, o forse è affascinante proprio perché dimostra tutti i suoi anni.

giovedì 30 aprile 2026

Batman e Robin Anno Uno vol. 1: La Nascita del Mito

Beh, lo ha scritto Mark Waid, diamogli una chance. Poi vedo che Chris Samnee ha collaborato alla trama, ma non sarà un problema, no?

Come intuibile dal titolo, questa serie (o miniserie o quello che è) si ambienta nei primi tempi di attività del Dinamico Duo. I Grayson Volanti sono stati assassinati da poco e Bruce Wayne ha preso sotto la sua ala protettrice Dick Grayson per farne la sua spalla, anche per timore che altrimenti si faccia giustizia da solo ancora inesperto. Tra i pazzerelli che scorrazzano a Gotham ne arriva uno nuovo: tal Generale Grimaldi che metterà le Cinque Famiglie di Gotham (cioè la mafia locale) una contro l’altra.

Le indagini di Batman sono ostacolate sia dall’irruenza e dall’indisciplina del suo giovane sidekick sia da un nuovo killer al soldo di Grimaldi che ha il potere di mutare forma assumendo l’aspetto di altre persone. E alla lotta contro i criminali si aggiunge quella contro i servizi sociali di Gotham che vogliono verificare l’idoneità del playboy farfallone Wayne ad adottare l’imberbe orfanello.

Batman e Robin Anno Uno si legge tutto d’un fiato. Ci sono sequenze epiche ed accattivanti ma anche un bel po’ di ironia. Elementi che in mano a un altro sceneggiatore avrebbero corso il rischio di sembrare ridicoli (gli stessi villain) risultano invece inquietanti come dovrebbero essere. Molto ben giocata poi la sottotrama dei documenti che Due Facce ha sottratto alla polizia di Gotham, che si riveleranno fondamentali nel finale. “Finale” che però è un micidiale cliffhanger che lascia a bocca asciutta il lettore.

Chris Samnee si è ancora più darwyncookeizzato rispetto a come lo ricordavo. Figure molto meno eleganti, pennellate molto più spesse. Sì, certo, lo scambio di sguardi tra Bruce e Dick durante una visita dell’assistente sociale sono esilaranti, ma le sue derive cartoonesche non fanno proprio per me. Per i colori Matheus Lopes ha scelto un’efficace mix di realismo ed espressionismo. Alle figure umane sono riservati sfumature e colpi di luce appropriati, mentre gli sfondi e gli elementi secondari hanno tinte più omogenee che al momento opportuno possono anche diventare colori irrealistici, o troppo accesi o troppo lividi, per rendere al meglio l’atmosfera. In un’occasione Lopes è stato sostituito da Giovanna Niro che ne ha rispettato l’approccio. Mi rendo conto che quello che ho descritto è quello che in fondo ogni bravo colorista dovrebbe fare, ma non sempre succede.

Un bel volume, insomma, peccato per la delusione di vedere che la storia è appena entrata nel vivo.

martedì 28 aprile 2026

Batman: Gotham by Gaslight - Una Lega per la Giustizia

Ricordavo di aver letto il volume precedente ma non ne ho trovato evidenza né in archivio né sul blog. Boh. In effetti sarebbe stato necessario perché questa storia comincia non dico in medias res ma è legata con ogni evidenza a quanto successo in precedenza.

Si tratta dell’ennesimo Elseworld, una linea temporale alternativa in cui l’infante del pianeta Krypton cadde sulla Terra nel 1860 dando la stura a un’antica profezia e all’emergere di esseri superumani dopo che, a quanto ho capito, frammenti di Krypton erano già giunti sul pianeta.

Come nel caso delle linee Ultimate e Absolute il fascino di questo fumetto sta principalmente nel vedere come i personaggi iconici della casa editrice vengono reinterpretati in tema con la nuova ambientazione. Qui ad esempio l’omologo di Lanterna Verde somiglia di più a Freccia Verde, che è assente. Tutto ruota attorno al recupero di un frammento del pianeta Krypton bramato anche dal Lex Luthor di questo universo, che lo sottrae alla costituenda Lega della Giustizia. Dal Far West di Smallville la scena si sposta in Arabia con John Constantine e Ra’s al Ghul. Il vero nemico non è tanto Luthor ma il Kryptoniano Zod, un precedente visitatore rimasto in stasi grazie alla Lega delle Ombre che adesso si è risvegliato fuggendo alla sua prigionia e desideroso di sottomettere la Terra.

Tra citazioni lovecraftiane (e non solo) e trovate steampunk ovviamente tutto si risolve con le mazzate tra i buoni e i cattivi e il technobabble che risolve tutto, che Andy Diggle e Rob Williams cercano di rendere più interessanti con dialoghi arguti – senza riuscirci. A proposito, i singoli capitoli di questa miniserie sono più corposi dei soliti comic book contando 32 pagine l’uno. In questa maniera ogni personaggio ha il suo spazio e non si avverte la frenesia di altri fumetti di supereroi, però al contrario il ritmo risulta più dilatato di quello che avrebbe potuto essere. E l’apparizione di Darkseid che si risolve con uno schiocco di dita sa di spazio sprecato, anche se ovviamente è l’imbeccata per la prossima miniserie.

Leandro Fernandez è un disegnatore coscienzioso ma insapore. Sarà per quello che non ho voluto leggere il volume precedente, ammesso che l’avesse disegnato lui. Conosce l’anatomia e i contrasti chiaroscurali, sì, ma il suo tratto monocorde e quasi per nulla modulato passa come acqua sul marmo. I colori di Matt Hollingsworth non aiutano ad apprezzare l’insieme.

Una miniserie riservata ai fanatici dell’universo DC, con l’avvertenza però che non è del tutto comprensibile a se stante.

domenica 26 aprile 2026

Avanti e indietro nella Storia

Questo nuovo volume della meritoria collana che Nicola Pesce Editore dedica a Gianni De Luca presenta un menu molto ricco, ben 15 fumetti (o che per tali vennero spacciati) e anche se alcuni durano poche pagine sono comunque dei recuperi molto interessanti.

Direi che i pezzi forti, per lunghezza o per l’eco che ebbero, sono La meravigliosa invenzione, Il mago Da Vinci, Le braccia di pietra e soprattutto Gli ultimi sulla Terra. Ma non ha molto senso fare classifiche o attribuire graduatorie di valore visto che l’antologia svolge soprattutto un’importante funzione di recupero storico e ristampa ad esempio anche un raro fumetto di De Luca visto quasi solo su Il Corrierino, rivista a me sconosciuta e da non confondersi con Il Corriere dei Piccoli.

La meravigliosa invenzione è il primo fumetto in assoluto (pubblicato direttamente in albo) di Gianni De Luca, contrariamente a quanto riportato su Fumo di China 22. Diciamo che lo si può definire “fumetto” per comodità, perché in realtà si tratta di una lunga sequenza di vignette numerate accompagnate da didascalie, quasi a voler scongiurare il futuro viziaccio di De Luca di mettere balloon e didascalie in calce alla tavola, dove si mimetizzavano col resto e finivano per essere lette dopo la scena che accompagnavano. Siamo nel 1463 e l’invenzione del titolo altro non è che la macchina da stampa di Gutenberg, che a quanto pare suscitò perplessità anche violente simili a quelle che oggi riguardano l’intelligenza artificiale. Due italiani, col beneplacito della Chiesa, vorrebbero portare a Roma nientemeno che il suo inventore il quale, ormai vecchio e malato, vi manda invece i suoi due più fidi assistenti. La trama poteva offrire il destro a situazioni avventurose (e in effetti prometteva di farlo) ma tutto fila troppo liscio per non categorizzare il “fumetto” nella cronaca piuttosto che nella narrativa. Paradossalmente, una storia sulla stampa è stampata male.

Il mago Da Vinci scritto da Piero Salvatico racconta alcuni episodi della vita di Leonardo, che a trent’anni sembra averne il triplo. Non ci fa una bella figura perché sembra torpido a non accorgersi mai dei maneggi del suo assistente Cesare Da Celso. Ma ovviamente la ripetitività di certe situazioni si percepisce con questa lettura organica mentre leggerlo a puntate su rivista doveva restituire sicuramente un altro effetto. De Luca curò anche i colori con esiti eccezionali, e le masse colorate rendono meno distinguibili le defaillance della stampa.

I naufraghi del MacPerson è una storia (scritta da Roudolph, cioè Raoul Traverso) piuttosto confusa. Già leggerla è un’impresa: molte tavole sono orientate orizzontalmente e si è preferito pubblicarle una sopra l’altra piuttosto che una per pagina ruotandola di 90° per conservare al lettore quelle diottrie che ancora possiede; ma in realtà non si sarebbe risolto granché a causa delle tavole finali verticali e della misteriosa tavola quadrata di cui nemmeno Pier Giuseppe Barbero sa dare una spiegazione. Quei lettori dalla vista perfetta o muniti di lente d’ingrandimento che si saranno dedicati alla lettura potrebbero comunque rimanerne perplessi: il nostromo ordisce l’ammutinamento della nave per impossessarsi della casse d’oro che trasporta in incognito. Fanno però naufragio e buoni e cattivi si ritrovano su un’isola. Alla combriccola si unisce il galeotto Darlavy anch’egli naufragato con la sua ciurma, che ruba la scena a tutti gli altri. Seguono vicissitudini varie e poi Darlavy si dà con maggior dedizione alla pirateria ma la cattura di una donna indomita, Zefir, lo mette sulla retta via. Alla fine tutti i protagonisti hanno una visione mistica della città che fonderanno, chiamata MacPerson come la nave. Boh. Sembra quasi che siano state unite a forza due o più storie, o che l’idea originaria sia stata cambiata in corsa e questo potrebbe forse spiegare la differenza tra la forma delle tavole destinate a pubblicazioni diverse. Se non altro, essendo stata scansionata (da Federico Monti) dagli originali in possesso di Laura De Luca questa storia è stampata un po’ meglio delle altre.

Segue un tris di storie brevi in bianco e nero pubblicate in origine su testate varie («Albo Ted» e «Gli albi del Vittorioso») e scritte tutte da Piero Salvatico occasionalmente celato sotto lo pseudonimo Salpierre. Il nemico nell’ombra è una disamina contro Fouché. Il re della montagna narra di una combine ciclistica forse ispirata a un episodio vero. Il fiore della morte è un’avventura abbastanza suggestiva per quanto ingenua: la figlia del professor Livi è resa cieca dopo aver rimestato nei suoi esperimenti con la pianta del titolo, quindi lo scienziato se la porta in Africa per recuperarne un altro esemplare da cui ricavare l’antidoto. Probabilmente le fonti originarie di questi tre fumetti erano di dimensioni ridotte, e questo ha portato a un esito di stampa catastrofico. I tratteggi si impastano in un nero acquitrinoso e parecchie dentellature tolgono incisività non solo ai disegni ma pure al lettering originario cancellandone alcune parti.

Si arriva quindi a Gli ultimi sulla Terra, gioiellino di cui avevo solo sentito parlare. Non mi spingo a dire che sia Lost prima di Lost ma un po’ ci somiglia. L’occasione della ristampa di questo fumetto che tanto fascino suscitò nei lettori dell’epoca (a ragione) è tale da meritarsi una presentazione scritta nientemeno che da Gianni Brunoro. Voglio illudermi che l’avviso sullo spoiler della redazione della NPE sia anche frutto delle mie esternazioni.

Ambientata tra due secoli, la storia scritta da Eros Belloni vede l’eterogenea fauna di passeggeri del volo “Pearl Harbor” da Los Angeles a Singapore assistere a un disastro atomico. Fanno parte di questa compagine il missionario Don Claudio Arrighi, la signora Giovanna Wolf moglie di un «agente consolare» che raggiungerà a Singapore insieme ai tre figlioletti, il banchiere Filippo Ferraù che nasconde un segreto, il russo Vassili Blinderman che secondo uno schema che tornerà nel primo episodio del Commissario Spada dimostra già col volto la sua malvagità, il tenente Joe Spring incaricato di sorvegliarlo. Come macchiette comiche sono inseriti il commendator Sacconi sedicente stella della lirica e Sam Brown, un pugile fanfarone che da buon «loquace negro» si mette a ballare quando è felice. Dopo l’incidente atomico l’aereo precipita su un’isola e qui i sopravvissuti, convinti di essere gli ultimi esemplari dell’umanità, dovranno fare di tutto per salvarsi. Il progredire della vicenda non risparmia tanta suspense e nemmeno situazioni tragiche e posso capire che i giovani lettori dell’epoca aspettassero con trepidazione i nuovi episodi. A parte gli eroici piloti Pietro, Tonio e Franco (e la hostess Rose-Marie) il protagonista assoluto è Don Claudio, nauseante da tanto è intelligente, devoto, dinamico, comprensivo, paterno.

Annalena è il recupero d’annata di cui parlavo in apertura. Neanche questo è un fumetto, o almeno è un “fumetto” come lo intendevano i Valvolinici: vignetta-didascalia, vignetta-didascalia, vignetta-didascalia. La storia verte attorno ai maneggi per il potere alla corte dei Medici dal 1440 in poi. O almeno credo: è uno di quei casi in cui la sovrabbondanza di testo (opera di tal Florian) rende confusi i fatti piuttosto che chiarirli. Con anche sole quattro vignette per tavola, oltretutto a colori, De Luca confeziona un lavoro spettacolare.

Le braccia di pietra sono i colonnati di Piazza San Pietro a Roma che con molta fantasia possono essere visti da un punto strategico come braccia che accolgono i fedeli. Il protagonista è il giovanissimo Paoletto Rocchi che vorrebbe abbandonare la scuola per intraprendere il mestiere del padre, un «sampietrino». Non ho ben capito cosa fosse ma le sue mansioni contemplavano anche l’arrampicarsi con le corde sulla cupola di San Pietro. Messo di fronte alla pericolosità di quel lavoro Paoletto lascia perdere le velleità professionali e si impegna a scuola, fulgido esempio per i lettori de Il Vittorioso. Mi chiedo con che coraggio la redazione facesse questo panegirico dell’istruzione per poi lasciare che nei testi dei fumetti si mettesse la virgola tra soggetto e verbo.

La lezione impartitagli dal padre non si limita comunque alla necessità dell’istruzione: Paoletto ha infatti modo di vedere la miseria dei molti che sostano nei colonnati sopravvivendo con le elemosine o tramite piccolissimi commerci e decide quindi di fondare coi suoi amici una sorta di ronda che si prenda cura dei derelitti di San Pietro. Dopo alcune storie che sono tali per modo di dire e che riguardano le buone azioni di questa Banda dell’Obelisco (non vengono risparmiate tragedie oggi impensabili in una pubblicazione per ragazzi) arriva finalmente una trama più avventurosa e articolata con un antiquario antipatriottico che vorrebbe vendere la statua antica che ha rinvenuto a un compratore straniero invece che affidarla alle competenze italiane. Proprio adesso che la serie, scritta anch’essa da Belloni, prende la giusta direzione viene interrotta.

La leggenda della montagna è il resoconto della conquista dell’Everest a opera di Roudolph/Traverso. Onore al merito, il vero protagonista è lo sherpa Tensing nelle varie fasi della sua vita e quindi delle spedizioni che si avvicendarono. Anche di questa storia la stampa è stata fatta in bianco e nero a partire dagli originali, scansionati da Paolo Altibrandi.

Le mie prigioni e Pietro Micca sono due riassunti fulminanti (rispettivamente due e una sola tavola) delle imprese di Ippolito Nievo e Pietro Micca. Se prima ho citato Valvoline qui il pensiero è corso a Tamburini col suo Snake Agent visto che in questo spazio esiguo vengono eliminati tutti i tempi morti che danno il ritmo a una narrazione e anni di prigionia si risolvono in quattro e quattr’otto. E con un profluvio di didascalie.

Assalto al K.2. è un’altra avventura alpinistica, in cui l’aspetto avventuroso che non manca è vanificato dall’ossessiva presenza della religione, ridondante ben oltre la necessità di giustificare delle morti tragiche. Anche queste storia scritta da Roudolph è stata scansionata dalle tavole originali.

I tre J viene trattata con eccessiva sufficienza da Pier Giuseppe Barbero nell’introduzione: la storia sarà pur banale ma non mi pare che la maggior parte delle altre brilli per originalità o inventiva. Inoltre anche se i disegni fossero stati inchiostrati da qualcun altro come ipotizzato non sono affatto pessimi: se non l’avessi letto non me ne sarei nemmeno accorto, anche se l’abbondanza di neri non era così praticata da De Luca. Immagino che vedere le tavole nella pubblicazione originale faccia un altro effetto, perché qui la riproduzione è quella che è. In sostanza, Danilo Forina scrive una storia edificante sui pescatori di spugne delle Bahamas. Neanche qui mancano morti drammatiche, a giudicare da questo volume ce n’erano di più nella stampa cattolica che nei successivi Guerra d’Eroi o Diabolik.

A tal proposito, Avanti e indietro nella Storia si chiude in maniera funebre con L’ultima speranza per Corradino di cui non è stato indicato lo sceneggiatore – sorte comune ad altri dei fumetti qui riproposti. In quattro pagine viene riassunta la vicenda dell’ultimo erede della casata sveva che appena quindicenne viene reclamato per liberare la Sicilia dagli angioini. Sconfitto in battaglia viene catturato e condannato all’impiccagione a Napoli, di cui l’anonimo sceneggiatore non ci risparmia i dettagli degli ultimi attimi. Ma i giovani lettori de Il Giornalino potevano consolarsi pensando che con gli ori del suo riscatto giunto troppo tardi venne edificata la Chiesa del Carmine.

Purtroppo a differenza di altri volumi dedicati a De Luca la qualità di stampa non è buona, cosa che si nota principalmente nei fumetti in bianco e nero visto che per sua natura il colore rende un po’ meno evidenti le pixellature della stampa digitale.

Con la scansione diretta dagli originali la situazione migliora, ma purtroppo i tratteggi più sottili perdono comunque definizione. Me l’immagino un fotolitista che vedesse queste pagine: «Avete voluto sostituirci col computer, eh? E adesso beccatevi questo!» e poi scoppierebbe a ridere isterico prima di allontanarsi verso l’orizzonte.

Parliamo comunque di un volume che per soli 25 euro offre ben 216 pagine e fumetti di grande valore storico, per chi sa apprezzarli. E i redazionali curati da Barbero e Brunoro sono sicuramente interessanti e approfonditi. Peccato che l’arte del grandissimo De Luca non abbia potuto brillare come altrove, ma tutto sommato parliamo anche di storie tra le primissime che ha mai disegnato e quindi non certo ai livelli dei lavori successivi.

sabato 25 aprile 2026

La Nuova Storia dell'Universo DC

Miniserie analoga a quella uscita qualche anno fa per la Marvel, solo che la DC Comics può vantare una primazia nel concept come ci ricorda Marv Wolfman nell’introduzione avendo pubblicato un’appendice a Crisis on Infinite Earths che appunto riassumeva la cosmologia, gli eventi e i personaggi della DC dell’epoca. Avrei potuto fare un semplice copia/incolla di quella recensione ma ho desistito, troppe modifiche da apportare e quindi faccio prima a scrivere qualcosa di nuovo. Anche perché non c’è quasi nulla da scrivere.

L’aggancio per la navigazione tra milioni (miliardi?) di anni di Storia intrecciata ai fatti dell’editore viene dato da Barry Allen che trascrive tutti gli eventi più importanti e li collega per cercare di raccapezzarcisi. Non viene quindi narrata una storia in senso narrativo ma ne esce un compendio con toni autocelebrativi verso la fine. Nel primo episodio/capitolo si va dall’alba dei tempi fino all’arrivo sulla Terra di Superman, il secondo va dalla Silver Age a Crisis on Infinite Earths, il terzo è una carrellata di crossover ed eventi dagli anni ’80 fino ai New 52 (se ho capito bene), il quarto parte dai New 52 e Flashpoint (se ho capito bene) per glorificare alla fine la vastità e la mutevolezza dell’Universo DC.

Chiaramente nel suo ruolo di semplice compilatore e non di narratore vero e proprio il pur bravo Mark Waid non può fare più di tanto. Forse si vede la sua zampata ironica nel sottolineare come il caso paradossale di Hawk/Monarch non è l’unico nella storia dei supereroi targati DC, o in alcune imbeccate sulle molteplici morti dello stesso Allen, ma anche ammesso che questi elementi abbiano un sottofondo sarcastico sono comunque ammiccamenti per intenditori. Non che manchino particolari divertenti perché ridicoli già di per sé; è esilarante vedere le capriole con cui si sono giustificate certe cose ex post: tra tutta la pletora di crisi ed eventi cosmici alla fine pare che il Dottor Manhattan sia stato la causa principale delle incongruenze e dei rilanci dell’universo. E alcuni personaggi patetici creati negli anni ’40 e ’50 diventano ancora più risibili a ogni tentativo di dare loro logica o dignità.

C’è poi un aspetto di cinico divertimento nel constatare come le prime apparizioni di alcuni personaggi seguano il momento dell’acquisizione da parte della DC ignorandone la storia precedente: ad esempio Billy Batson/Shazam esordisce nel post-Crisis (mentre pure io so che era un personaggio degli anni ’40) e i tamarri della Wildstorm compaiono nell’ultimo capitolo quando invece nacquero per la Image nei primi anni ’90.

Non mancano alcune (pochissime) curiosità interessanti: il primo supereroe della DC sarebbe stato il dottor Richard Occult e non Superman, perché in un’occasione (non mostrata, però) indossò un costume con tanto di mantello.

Ovviamente essendo così strutturato un lavoro del genere punta molto sulla parte grafica. A raffigurare le varie sequenze rievocate da Waid si alternano Todd Nauck (per fortuna meno caricaturale di come lo ricordavo), Jerry Ordway (sempre piacevole), Brad Walker, Michael Allred (che non mi pare tanto efficace come illustratore puro), Dan Jurgens inchiostrato da Norm Rapmund, Doug Mahnke (sempre più bravo), Howard Porter e Hayden Sherman (stilizzato oltre il lecito). Non ho sotto mano il volume doppio celebrativo con cui la mai abbastanza rimpianta Planeta DeAgostini pubblicò Crisis e derivati, ma oltre ad avere maggiore compattezza stilistica l’omologo dell’epoca disegnato da George Perez me lo ricordo più spettacolare, le immagini a piena pagina erano più curate e dettagliate oltre ovviamente a non avere il filtro del digitale che qui non viene utilizzato in maniera diversa da quello che si sarebbe fatto su un normale comic book. Anche la copertina di Chris Samnee sarà pure à la page ma è alquanto dimessa per un volume di questa portata.

Qualora il lettore volesse approfondire ulteriormente la storia dell’Universo DC o leggerla in maniera scrupolosamente cronologia, Dave Wielgosz ha compilato un’appendice di 58 pagine con il supporto di John Wells e dello stesso Waid.

Immancabile poi la consueta carrellata di variant cover. Tra le tante mi è piaciuta quella di Ryan Sook, ma le più spettacolari sono quelle doppie del meno dotato Scott Koblish, che ha disegnato mediamente 300 personaggi (in un’occasione quasi 400!) in ognuna, tanto che ne vengono fornite delle opportune legende.

giovedì 23 aprile 2026

Cosa saranno mai 40 anni

Questo è l’annuncio di un prossimo volume della Sergio Bonelli Editore in uscita a giugno 2026:

Questo è l’elenco delle novità previste dall’editore per il 1988, tratto da Fumo di China 3/30 datato ottobre 1987 (ma uscito chissà quando):


mercoledì 22 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Harry White (1974)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Harry White

A vent’anni Harry White presta servizio a bordo dell’Enola Gay e assiste così da una posizione privilegiata agli effetti dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima. Devastato dal rimorso, vaga per mesi ubriacandosi per il Giappone finché non viene introdotto a un monastero dove apprende il karate (o meglio il karate-do) e ritrova la pace.

I primi cinque episodi alternano due linee temporali: gli anni in cui Harry si allena nel monastero dove affina le arti marziali e il periodo del suo peregrinare dal 1945 fino a quando venne (r)accolto dal vecchio Mifune che lo introdusse al karate. La vita di Harry White è in continuo movimento, e così la sua serie: dopo dieci anni abbondanti di meditazione e allenamento, uno dei monaci intuisce che è ora per Harry di tornare nel mondo secolare e lo incarica di prestare soccorso all’amico scrittore Yin-Ho a Hong Kong: si tratta di una scusa per spingerlo oltre le mura protette del monastero. E il suo impatto col mondo esterno non è niente male visto che si trova a dover affrontare il Tong, la secolare mafia cinese, e la caotica situazione della città dopo la guerra di Corea, evocata efficacemente da Wood. Harry apre una scuola di karate e diventa conosciuto come “il Monaco”, cosa che effettivamente è.

A Hong Kong passano altri quattro anni, e non siamo arrivati nemmeno al quindicesimo episodio che lo scenario cambia ancora: un torneo di arti marziali dall’eco internazionale diventa l’occasione per il fratello minore di Harry di scoprire che è ancora vivo e quindi andare a prenderselo a Hong Kong. Dopo una sosta in Giamaica dove Charles White cerca di far dimenticare un lutto a Harry (sgominare una cellula di vecchi nazisti può essere un buon sistema per farlo) la scena si sposta negli Stati Uniti. Il ritorno alle consuetudini della vita oltreoceano non sarà facile visto che i dodici anni nel monastero e i tre come insegnante di karate (ma non erano rispettivamente 10 e 4? Oh, beh, la coerenza interna non è mai stato il primo pensiero di Wood) hanno creato un baratro incolmabile tra le abitudini di vita di Harry e quelle di suo padre Arthur. “Il Monaco” decide quindi di partire in moto, frutto di una delle sue buone azioni, verso il sud del continente dove si scontra con le situazioni tipiche di quella parte della nazione e di quell’epoca: Hell’s Angels, redneck, Ku Klux Klan, reduci del Vietnam… queste storie sono episodiche, ognuna racchiusa in sé, ma vi si percepisce il senso del viaggio e un percorso preciso verso una meta, per quanto indistinta. Quindi un minimo filo conduttore c’è, o almeno io ho voluto vedercelo. Poi subentra il Messico e la serie si sfilaccia: in un episodio Harry perde la memoria senza conseguenze a lungo termine, in un altro lo ritroviamo come lavoratore nelle selve messicane (anche qua, solo per quell’unica occasione), in un altro ancora è tuttofare in un albergo, ecc. C’è un tentativo di ricreare una struttura più coesa con l’introduzione della gitana Maria, ma la cosa si esaurisce tragicamente in un paio di episodi. Ogni tanto lo stesso protagonista finisce in secondo piano rispetto ad altri personaggi che incarnano le problematiche tipiche del Sudamerica: condizione dei nativi, sfruttamento delle risorse, brigantaggio, guerriglia, violenza della polizia, vecchi pazzi vestiti da vampiri, ecc.

Harry White termina nel 1978 inanellando 35 episodi. Verso la fine la serie rarefece le sue apparizioni su Fantasía e gli ultimi due episodi vennero pubblicati nove mesi dopo quello precedente. Il finale è quello tipico di molte, troppe, serie di Wood: è un episodio assolutamente normale, che non conclude nulla e potrebbe benissimo essere stato messo due o dieci o venti episodi prima. Certo, venti no perché non era ancora cominciata la fase messicana ma credo di aver reso l’idea. È probabile che in redazione avessero invertito l’ordine di pubblicazione degli episodi perché nel penultimo Harry sarebbe dovuto partire per il Nord Europa e non aveva più la moto, mentre in quello che venne pubblicato per ultimo è ancora in Sudamerica motorizzato. Ma non cambia poi molto: anche così la serie sarebbe rimasta sospesa e inconclusa.

Pur con la nota negativa di questo anticlimax, si tratta di una bella serie: ha un assunto di partenza originale, o che tale mi sembra (Wood riprese l’idea del pilota dell’Enola Gay nella storia di Un Giorno Un Secolo disegnata da Solano Lopez, non so se si era ispirato a qualche film o romanzo); ha un ottimo cast di comprimari; finché ce l’ha dispone di una continuity piuttosto stringente ma per nulla invasiva, che si apprezza con una lettura organica – poco importa che la Kate Joyce titolare di un episodio non sia evidentemente quella già citata in precedenza. Non mancano poi sequenze toccanti come l’episodio con il vecchio bandito Aurelio o quello del lottatore cieco che cerca Harry per ucciderlo in combattimento e vendicare così Hiroshima. Wood era inoltre cintura nera di karate e sapeva bene di cosa parlava. Ecco, forse un difetto potrebbe essere una certa pesantezza nelle didascalie in cui Wood sale in cattedra e si dilunga in particolari tecnici o storici, anche considerando che dato il tono della serie le didascalie di Harry White erano già pervase da una ieratica retorica. A differenza di altre serie di Wood, inoltre, non c’è molta ironia anche se quella poca presente è molto efficace, vedi il fraseggio fra la karateka cinese Mei-Ling e l’ereditiera Lisbeth Van Arden. Un fumetto, però, è anche costituito da disegni. Una volta, almeno, era così.

Oltre che scarni e approssimativi i disegni di David Mangiarotti sono decisamente anonimi, cosa rara per un autore argentino. È una specie di disegnatore di strip americane più rudimentale, diciamo un John Prentice meno curato. Inoltre fa anche ricorso a splash page e a vignette molto grandi dove rivela disinteresse per i dettagli e anche una conoscenza deficitaria dell’anatomia. Scelte quindi poco comprensibili ma ho una mia teoria al riguardo: gli sceneggiatori argentini (Wood, almeno) non scrivevano visualizzando le tavole ma descrivendo solo le singole vignette lasciando poi al disegnatore l’incombenza di organizzarle come meglio credeva: probabile che qualcuno volesse allungare un po’ il brodo producendo qualche tavola in più del necessario da farsi pagare dall’editore. Al di là di questo, in una serie sulle arti marziali le mani, i piedi e in generale tutto il corpo hanno un ruolo rilevante; Mangiarotti  non era proprio il disegnatore adatto. Penso a quello che avrebbero potuto fare il Lucho Olivera degli anni ’70 o Horacio Altuna, che qualche anno prima aveva disegnato vari unitarios di Wood a tema karate.

Oltretutto Mangiarotti avrebbe anche avuto le giustificazioni perfette per disegnare in maniera non calligrafica, visto che Wood ricorda spesso come la pratica del karate renda le nocche enormi e le dita della stessa lunghezza e quasi prive di unghie, ma il disegnatore non ne approfitta per prendersi qualche licenza che sarebbe stata giustificata. Disegna mani e piedi normali, solo che li disegna male. A volte manca addirittura la corrispondenza tra la descrizione dei personaggi e la loro raffigurazione: comprimari o antagonisti che dovrebbero essere brutti, giovani, grassi o bassi non vengono disegnati così, o perlomeno non con la stessa enfasi che dovrebbero avere basandosi sulle didascalie. Chi se ne frega poi se di una ragazza viene sottolineato il bell’abito provocante: Mangiarotti la disegna dal collo in su! In più di un’intervista Wood lamentò il fatto che non sempre (quasi mai) i disegnatori avevano reso giustizia ai suoi testi, arrivando a dire che gli avevano rovinato più di un fumetto. Credevo fosse un’esagerazione, ma poi ho visto Harry White. Non che Mangiarotti fosse sconosciuto in Italia, visto che aveva sostituito Garcia Lopez su Roland il Corsaro.

Robin Wood dà una dimostrazione di karate:
"Il karate è un'arte. Da quando l'ho imparato, combatto raramente con qualcuno."

La serie viene ripresa nel 1984, scritta inizialmente da Gustavo Amezaga (cioè Manuel Morini) per poi passare stabilmente nelle mani di Ricardo Ferrari che già era stato accreditato come collaboratore alla stesura di tre degli episodi di Wood. L’ipotetica imbeccata fornita da Wood in merito a una trasferta nordeuropea non venne minimamente considerata. Anche questa seconda fase dura circa 4 anni. Onore al merito, Mangiarotti migliorerà parecchio, ma non lo metterei comunque nell’Olimpo dei disegnatori argentini.

lunedì 20 aprile 2026

Satira 1: Altan

Pensavo che una serie di antologie sulla satira regalata da un quotidiano sarebbe stata una cosa abbastanza dimessa: dopotutto viene allegata di default, no? Spillatini di poche pagine in bianco e nero e l’omaggio è servito. Invece no: Satira si presenta bene, un brossurato formato quadrotto (più o meno) con un bel po’ di pagine a colori. Se anche Altan non fosse nelle corde dell’acquirente l’entusiasta introduzione di Filippo Ceccarelli (un po’ caotica proprio perché entusiasta) quanto meno lo incuriosirà.

Si parte dal 1982: le vignette non vengono accompagnate da note contestualizzanti ma certi nomi e certi riferimenti saranno sicuramente familiari anche a chi come me all’epoca era un bambino. Dopodiché dal 1986 si passa al 2000 e da lì in poi ovviamente i riferimenti saranno molto più chiari fino ad arrivare praticamente all’attualità. Che poi trattandosi di Altan il commento politico o il rimando alla notizia del giorno passa in secondo piano rispetto al cinico pessimismo sulla condizione umana che aleggia su tutte queste vignette. In totale sono 44 visto che alle 42 proposte all’interno se ne aggiungono le due in quarta di copertina che non sono espunte dal volumetto, a meno che non me ne sia sfuggita qualcuna. Curiosamente non ho avvertito il fenomeno che spesso accompagna questi “best of”, cioè l’impulso di andare ad approfondire altrove l’opera dell’autore. Potere dell’estemporaneità delle vignette, immagino, che esaurendosi in se stesse non lasciano a bocca asciutta.

giovedì 16 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: El Flaco Boedo (1998)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

El Flaco Boedo

Oltre al Signor Lopez con le sue Puertitas in Argentina c’è un altro emulo di Fantozzi, solo che Boedo è tutt’altro che grasso: “flaco”, appunto, uno dei soprannomi di base argentini, quello che indica una persona magra (il chitarrista di Francesco Guccini è appunto Juan Carlos “Flaco” Biondini). Boedo detesta il suo lavoro e la sua vita: l’unica persona che non lo maltratta è una laida collega che gli dedica delle sgradite attenzioni. Una sera, dopo essersi attardato in ufficio per sbrigare le pratiche del figlio del capo, salva una fatina da un cane e la nasconde allo sguardo di quello che sembra essere un vampiro. Davinia, questo il nome della fata, gli propone di esprimere dei desideri e il giorno dopo questi si avverano!

La creaturina è in missione per salvare la sua sovrana Lavina dai vampiri che l’hanno rapita e, per quanto titubante, adesso che ha recuperato i capelli e la fiducia in sé stesso Boedo potrà aiutarla a trovare il magico Smeraldo della Vita con cui riscattare la regina delle fate. Inizia così questa originale storia umoristica con un po’ di satira di costume e tanto fantasy. E qui finisce, perché ne venne prodotto un solo episodio nonostante gli entusiasti proclami della Columba sul fatto che il secondo era già in lavorazione. D’altro canto si era nel 1998: di lì a poco l’editore avrebbe cessato le pubblicazioni e forse questo influì sulle aspettative di vita della serie o miniserie che fosse. Ma ho notato che Vogt sfoggiava una cura maggiore per i dettagli rispetto ai suoi altri lavori di qualche anno prima come Se busca una Secretaria e La Muchacha Sueca: forse El Flaco Boedo era un progetto abbandonato anni prima rimasto a lungo nel cassetto prima di essere pubblicato in mancanza di altro materiale. Un mistero destinato a rimanere irrisolto come la trama; ed è un peccato, perché questo soggetto prometteva di fare faville nelle mani della collaudatissima coppia Wood-Vogt.

lunedì 13 aprile 2026

Fumettisti d'invenzione! - 202

Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.

In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

CARTOONIST COME PROTAGONISTA – SERIE (pag. 19)

ALEX

(Stati Uniti 1994, nel comic book omonimo, © Kalesniko, drammatico)

Mark Kalesniko

Alex Kalienka, disegnato col volto di un cane, sembrava aver raggiunto lo scopo della sua vita: lavorare per i Mickey Walt Studios. E invece adesso è un fumettista rabbioso in crisi d’ispirazione che si isola dal resto del mondo respingendo le altre persone e sprofondando nell’alcolismo. Il ricordo di un suo professore d’arte parrebbe ridargli un po’ di vitalità, ma nei fatti gli trasmetterà solo i suoi gatti/paranoie.

Ma forse alla fine ci sarà un po’ di speranza anche per lui.

CARTOONIST COME COPROTAGONISTA OCCASIONALE – FUMETTI SERIALI (pag. 28)

EX MACHINA (IDEM)

(Stati Uniti 2004, nel comic book omonimo, © Vaughan/Harris, supereroi)

Brian K. Vaughan (T), Tony Harris (D)

Dopo un passato di supereroe col nome di Grande Macchina (unico superuomo in questo universo narrativo) Mitchell Hundred deve affrontare la sua sfida più impegnativa: fare il sindaco di New York dopo l’attacco alle Torri Gemelle.

Ruthless in Ex Machina 40 (2009). Brian K. Vaughan e Garth Ennis (T), Tony Harris, Jim Lee e Richard Friend (D)

Gli stessi Vaughan e Harris hanno un colloquio con Hundred per realizzare un fumetto su di lui. In realtà non sono le prime scelte del sindaco e comunque non saranno loro a realizzare l’opera.

Pseudofumetto: il Ruthless del titolo, di cui vediamo un breve estratto, che non viene realizzato da Vaughan e Harris ma dal duo Ennis-Lee (con gli inchiostri di Friend).

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

THE AVENGERS IN THE VERACITY TRAP! (GLI AVENGERS NELLA TRAPPOLA DELLA VERACITÀ!)

(Stati Uniti 2025, © Marvel Comics, supereroi)

Chip Kidd e Michael Cho (T), Michael Cho (D)

Gli Avengers finiscono nel mondo reale quando Loki fa scattare la trappola del titolo. E qui incontrano i loro stessi autori.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie

PARODIE (pag. 67)

ECHOLANDS (IDEM)

(Stati Uniti 2022, nel comic book omonimo, © J H Williams III & W  Haden Blackman, fantascienza)

J. [James] H. Williams III, William Haden Blackman (T), J. [James] H. Williams III (D)

Hope ruba un preziosissimo gioiello al dittatore che controlla la Città e tutto il mondo,dandosi quindi alla fuga in un mondo che è un patchwork di universi narrativi diversi.

Pseudofumetto: le parti a fumetti di Echolands sono integrate da lacerti della rivista Echo che contemplano una lunga intervista, annunci pubblicitari e anche una striscia a fumetti: Here We Ego di Anton Veracruz, che vede protagonisti due robot, uno antropomorfo e l’altro sferico. Difficile dire se questa strisca, assai criptica, abbia una qualche relazione con il fumetto principale.

venerdì 10 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Todos los Trenes de Alemania (1991)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Todos los Trenes de Alemania

Il suo editore e i suoi collaboratori non si capacitano del perché il loro scrittore dalle uova d’oro (ne conosceremo solo il nome: Dennis) voglia sempre spostarsi in treno e passare tassativamente per la Germania. Anche adesso che dovrà presenziare a Cannes in occasione della presentazione di un film tratto da un suo racconto.

Parte il flashback: un giovane ma già di successo Dennis giunge in treno a Monaco ospite di Luisa che lo ama follemente. La loro relazione non verrà approfondita più di tanto, si sa che alla Columba erano dei bacchettoni. A casa di Luisa c’è anche Signe, rampolla di una ricchissima famiglia tedesca che ha abbandonato casa e porta costantemente gli occhiali da sole. Il rapporto tra i tre diventa teso e Luisa non riesce a sopportare la precarietà della vita di Dennis, incapace di star fermo in un posto e che infatti già progetta di partire per il Nepal. A questo si aggiunge il tarlo del sospetto di una tresca con Signe.

Leggere la prima parte di questa miniserie è stato terribile. Non perché sia brutta (tutt’altro) ma perché conoscendo un po’ della storia personale di Robin Wood, vedi i riferimenti all’avventura che visse con L(o)uisa in Turchia, ero terribilmente a disagio a leggere quella che evidentemente è una serie di ricordi romanzati, intessuti in quella che finisce per diventare un’autoanalisi anche molto critica verso se stesso. E paradossalmente il fatto che i personaggi stessi giudichino melodrammatiche certe uscite e certe frasi le rende ancora più realistiche (e dolorose). Perché c’è poco da fare: Dennis è Robin Wood, appena nascosto dietro il nome di uno dei suoi personaggi-simbolo che nelle sue avventure inedite in Italia (di Dennis Martin abbiamo visto solo la versione di Collins) incontrò personaggi simili a quelli in scena qui. Tanto che getta anche un gustoso easter egg a chi sa coglierlo: Signe, la gelida tedesca con gli occhiali da sole la cui stanza è un bugigattolo con quasi niente dentro, viene scambiata inizialmente per una Kirsten. Certo, Kirsten e non Katrin, così come Luisa e non Louisa ma chi ha orecchie per intendere avrà già abbondantemente inteso.

Fortunatamente a metà del secondo episodio (di tre) la storia prende una piega drammatica, forse ispirata alle gesta della Banda Baader-Meinhof: le cattive frequentazioni di Signe non si limitano più alle minacce e qui non vado oltre per non rovinare la sorpresa di un finale molto bello. Chissà se nella realtà andò a finire proprio così o se Wood ha voluto dopo anni mettere idealmente una bella pietra tombale su una sua vecchia storia d’amore. E chissà che non siano solo elucubrazioni mie prive di alcun fondamento.

I disegni sono affidati a Emiliano, che di cognome fa Parmiggiani ed era uso anche ad altri pseudonimi tra cui Etzien e un altro rivelatore del suo rapporto con Garcia Seijas. In Italia lo abbiamo visto tra le altre cose anche su un’altra serie di Wood, Raycon (disegnò inoltre il “pilota” de Il Pellegrino). L’ispirazione al lavoro del più grande fumettista del mondo è innegabile, e non è certo un difetto, anzi: un mondo in cui i disegnatori si ispirano a Garcia Seijas è la mia definizione stessa di paradiso. Solo che in Todos los Trenes de Alemania Emiliano non si è basato solo sul suo mentore/maestro/suocero (l’altro pseudonimo cui accennavo sopra era Yerno, “genero” in spagnolo) ma ha palesemente ricalcato alcune vignette di Alfonso Font. Non sono andato a controllare ma è evidente che certe figure sono state prese da Taxi e/o Clarke & Kubrick e/o Il Prigioniero delle Stelle. Giudicate un po’ voi:

Oltre a screditare il fumetto nel suo insieme, questo getta una fastidiosa luce di artificialità su una miniserie che invece era caratterizzata da quella che a me sembrava una sincerità estrema da parte di Wood nel condividere parte del suo vissuto.

mercoledì 8 aprile 2026

Kenya Integrale

Bell’integralone con cui ho potuto leggermi tutta la saga d’un fiato.

1947: nel Continente Nero alle falde del Kilimangiaro un safari organizzato da uno scrittore simil-Hemingway incappa in un mostro che sembra provenire dalla preistoria.

Qualche mese dopo giunge in loco una avvenente maestra che darà man forte al corpo insegnanti di Mombasa. La bella Kathy Austin è oggetto delle attenzioni di due suoi colleghi, un francese e un tedesco, che coi loro tentativi di corteggiamento danno vita a scene divertenti. Kenya è quindi una commedia romantica? Ovvio che no: Kathy è una spia inglese incaricata di far luce sulla sparizione dello scrittore e del suo entourage, visto che sembra intrecciarsi ad altri fenomeni inspiegabili circoscritti alla zona, dove compaiono mostruosità antidiluviane e dischi volanti dalle intenzioni poco chiare: vogliono preservare queste strane creature o vogliono distruggerle? Sempre ammesso che si tratti veramente di ufo.

Ricostituito a poco a poco ciò che resta della spedizione scomparsa, iniziano seriamente le indagini ma trovandosi in piena Guerra Fredda bisogna diffidare di tutti e prestare molta attenzione ai messaggi che la bibliotecaria della scuola, anch’essa un’agente inglese, fornisce tra le pagine dei libri in prestito.

A integrare il già nutrito e ben caratterizzato cast ci sono un pilota d’aereo privato e un nobile italiano che si è fatto costruire una vera reggia in pieno deserto. E le immancabili spie russe, la fazione più avanzata nelle ricerche e che soprattutto sa cosa cercare. La soluzione del mistero ruota infatti attorno a dei blocchi di metallo alieno da cui escono gli animali fantastici.

Rodolphe, che non ha solo scritto i dialoghi ma ha anche impostato gli storyboard, sa bene con che disegnatore lavora, e quindi inserisce varie scene di nudo. A tal proposito, Leo riesce a personalizzare abbastanza efficacemente ogni personaggio femminile.

Kenya è molto avvincente e anche grazie a delle sequenze più leggere e alla sovrabbondanza di piste che si intrecciano mantiene vivo l’interesse del lettore fino alla fine. Oltretutto, essendo una storia corale non serve che tutti i protagonisti sopravvivano e ciò garantisce più di un colpo di scena. Come sempre in questo tipo di storie, svelato il mistero il fascino della vicenda si sgonfia inevitabilmente ma è stato bello fare il viaggio per arrivare alla conclusione. In questo caso specifico, però, bisogna anche essere accondiscendenti coi due autori, che hanno optato per una soluzione da B-movie anni ’50 in cui la tecnologia aliena onnipotente risolve praticamente tutto sollevandoli dalla responsabilità di inventarsi qualsivoglia giustificazione che abbia una parvenza scientifica – gli alieni hanno pure un discreto senso dell’umorismo.

I disegni sono del Leo post-Aldebaran che integra le sue tavole di grasse pennellate, scelta che poi abbandonerà e che comunque non usò in Betelgeuse, contemporaneo a Kenya. Scelta non sempre efficace (i capelli mori sono un po’ “scarabocchiati”) ma comunque utile a dare volume ad alcuni elementi e a riempire un po’ le tavole anche perché purtroppo i colori di Scarlett Smulkowski non sono funzionali in tal senso. Se i cieli africani possono anche avere un loro fascino fauve risolti con due o tre colori buttati lì, gli elementi che Leo ha lasciato poco descritti come l’erba avrebbero meritato maggiore attenzione. In pratica la colorista butta giù badilate di colore digitale senza curarsi di sfumarlo se non con effettini che non arricchiscono ma rovinano ancora di più il tutto. E meno male che il volume è stampato su carta patinata, perché le tinte selezionate sono piatte e spesso tanto livide da risultare molto fredde. Ma è la stessa Smulkowski che colorava Blueberry? Mah. Da segnalare che c’è anche qualche fuori registro, ma niente di drammatico.

L’edizione italiana si segnala anche per un lettering (di Fabio D’Uva) un po’ confuso e una maniera assai originale di andare a capo. E ovviamente «Jaques» si chiama Jacques come evidente dalla sua lapide. E vabbè, tanto sono solo fumetti.

lunedì 6 aprile 2026

Cosmopirati 2: La Tartaruga d'Oro

Questo secondo e conclusivo volume della serie mi ha spiazzato. Considerata la frenesia del primo credevo che qui ci sarebbe stata altrettanta azione. E all’inizio pareva che la direzione della storia fosse proprio quella: ora che si è alleato con la tartaruga-farfalla Lireley, Xar-Cero azzarda di sconfiggere la flotta di un milione di corazzate protobancarie – attenzione a non confondere Protobanchieri con Magnobanchieri. Grazie ai poteri della Tartaruga d’Oro la prima corazzata è facilmente catturata. La rappresaglia sarà spietata, con 100.000 “Roborossi” comandanti dal governatore Bishop, che ne ha ben donde di volersi vendicare di Xar-Cero/dottor Zang. Nel frattempo lui e Leonarda si inseguono per il cosmo nella speranza di soddisfare il loro sogno d’amore contrastato dalle circostanze.

Ora, non è che manchino azione, ritorni a sorpresa, voltafaccia, ecc. ma tutto è finalizzato ad arrivare al gran bel colpo di scena a due terzi del volume, che rimescola le carte in tavola e getta nuova luce sull’intera saga (saga per modo di dire, son due volumi). Senza anticipare troppo, adesso Xar-Cero si vede affidata una nuova missione, che però sarà una missione di pacificazione universale. E la cosa mi va pure bene, se non fosse che l’ultima ventina di pagine non è più la narrazione di una storia ma semplicemente la descrizione di quello che succede mentre “vissero felici e contenti”, un po’ come le ultime pagine del quarto volume di Plume aux Vents. Ve l’immaginate se Magnus invece di riassumere la sorte delle mogli di Hsi-Men nell’ultima tavola de Le 110 Pillole ne avesse disegnato scrupolosamente la fine una per una? O se alla fine di Notte di Carnevale Pazienza non avesse fatto riassumere a Colasanti le conseguenze di quello che avevano fatto ma lo avesse illustrato per altre dieci o venti tavole? Ecco, l’impressione è la stessa. A me va benissimo un finale totalmente positivo e fiabesco (e Jodorowsky ne aveva già elaborato uno in Petrolino) ma qui è evidente un netto squilibrio tra parti narrative e parti descrittive.

I disegni di Pete Woods non sono certo disprezzabili ma le sue anatomie geometriche finiscono per risultare freddine e le sue tavole sono un po’ vuote. E non è che riempirle copia/incollando digitalmente gli stessi elementi migliori l’impressione, anzi la peggiora.

Solo pochi anni fa avrei sbraitato contro questo fumetto. Visto il panorama attuale mi tocca dirmi soddisfatto e gustarmi quel poco che resta della BéDé come la si faceva una volta. Anche se questo non è proprio l’esempio più esaltante.

La storia ha comunque un lieto fine anche per i lettori: essendo il volume costituito da un sedicesimo in meno costa gli annunciati 19,90 euro contro i 22 di quello precedente.

sabato 4 aprile 2026

Echolands 1

Mi era sfuggito del tutto al momento della sua uscita italiana tre anni or sono, forse il prezzo (35 euro) avrà contribuito a rendermelo invisibile. Lo recupero quindi dal purgatorio del -50%.

Hope ruba una gemma triangolare al mago Teros Demond, il dittatore della Città, che dovrebbe essere una versione alternativa di San Francisco se ho capito bene. A quanto pare quell’ammennicolo è preziosissimo e quindi il tiranno le sguinzaglia contro la sua letale “figlia” costituita da magia pura. Così Hope e la sua banda devono fuggire. Hope è una maga, o una cosa simile, e dovrebbe essere una versione di Cappuccetto Rosso. Il suo potere si manifesta in maniera devastante all’inizio, ben oltre le sue stesse previsioni. Tra i componenti di questo variegato gruppo si segnalano tra gli altri una vampira, un androide transgender e una specie di gangster della Chicago anni ’30. Ci sarebbe pure qualcuno di nome Caniff ma muore subito. Ognuno è disegnato con uno stile diverso (o almeno un po’ diverso).

Attraverso la loro fuga il lettore viene edotto sulla natura ibrida e combinatoria di questo universo, un patchwork di mondi letterari e folkloristici e fumettistici e cinematografici che convivono uno accanto all’altro. E infatti un membro del gruppo finisce nelle Echolands propriamente dette, un mondo robotico. Nel mentre Hope e compagnia incappano nella tana della veggente che cura i “prossimamente” dei singoli comic book e tra le altre cose offre alla combriccola un razzo per scappare altrove; viene svelato che la gemma è una chiave per aprire qualcosa mentre Hope pianifica di metter su un esercito con cui sconfiggere Teros Demond. Arrivano quindi nella terra dei mostri Horror Hill dove il fratello usurpatore della corona di Rosa (la vampira) gliela consegna senza storie proclamandola regina. Fine della prima parte.

Ovviamente la trama è quello che interessa di meno a J. H. Williams III (supportato da W. Haden Blackman ai testi e da Dave Stewart ai colori): l’importante per lui era dare sfogo alla sua voglia di disegnare con stili diversi e lanciarsi in virtuosismi più o meno arditi. Per l’occasione il formato è molto particolare: sono tutte delle tavole doppie orizzontali, quindi delle enormi strisce 17x52. Questa scelta pregiudica un po’ la maneggevolezza del volume e nelle costruzioni più ardite rende difficile capire quale sia il senso di lettura. Inoltre (sarà solo un’impressione dovuta alla frenesia dell’azione?) la storia si legge molto rapidamente. Ad integrare il fumetto ci sono le succitate “previsioni” della veggente, cioè le anticipazioni dei prossimi numeri, e brani tratti dalla rivista immaginaria Echo: un’intervista nientemeno che a Teros Demond (che avrà esiti inaspettati), alcuni annunci pubblicitari e una striscia a fumetti. Anche con questi bonus la lettura sarà sembrata un po’ breve a Williams III o a chi ha confezionato il volume, che lo ha perciò riempito con variant cover (di Alison Sampson, Michael Avon Oeming & Taki Soma, Gabriel Rodriguez, Langdon Foss e Francesco Francavilla), con le playlist dell’autore mentre disegnava e con una selezione di tavole private dei balloon e quasi sempre dei colori per goderne al meglio.

Il pastiche di universi letterari e proprietà intellettuali diverse è già stato fatto con esiti più o meno riusciti. Anche l’idea di caratterizzare ogni personaggio con uno stile grafico diverso non è proprio questa trovata così originale. Ma, appunto, penso che Williams III non volesse creare nulla di rivoluzionario od originale quanto divertirsi a disegnare con stili differenti. E così Gli Eterni di Kirby convivono con i robottoni giapponesi, L’Isola del Tesoro di Stevenson, i film horror della Hammer (o forse i fumetti della EC) e tanti altri elementi della cultura popolare – in alcuni scorci ho voluto vedere dei riferimenti a Blueberry.

Nell’introduzione Kurt Busiek parla di «tour de force» in riferimento a Echolands, ma se lo è stato per il demiurgo/disegnatore non lo è certo per il lettore che ne fruisce molto rapidamente. È più un’opera da guardare che da leggere, anche perché i sei episodi qui raccolti sono dichiaratamente solo l’incipit di una trama che dopo quattro anni dalla pubblicazione originale non ha ancora avuto seguito.

mercoledì 1 aprile 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Billy Grant (1968)


Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Billy Grant

Western umoristico che probabilmente a differenza di Dave y Rio non era stato pensato per diventare una serie, o almeno questo desumo dalla distanza di oltre sei mesi intercorsa tra la pubblicazione del primo e del secondo episodio.

Billy Grant giunge in un paesello intenzionato a trovare un lavoro con cui riempirsi lo stomaco. Essendo polistrumentista si mette a fare il pianista, lavoro dalla mortalità elevata in un momento storico in cui gli odi tra Nord e Sud non sono ancora sopiti. Disinteressato a tutto ciò che gli accade attorno e interessato solo al cibo e al riposo, diventa nondimeno un eroe locale quando sgomina un po’ per caso e un po’ con astuzia una gang di banditi. Ma visto che non c’era nessuna taglia da incassare meglio andarsene alla chetichella prima che il direttore della banca scopra un ammanco nel maltolto.

Billy Grant è insomma un antieroe, anzi proprio un imbroglione, e in questo universo ce ne sono diversi che tirano a campare come possono. E infatti le storie finiscono quasi sempre con lui (e i suoi occasionali compari) in fuga.

Carlos Vogt, per quanto stilizzato com’è nella sua indole, è in grande spolvero; se la sua espressività non è certo una novità qui si fa apprezzare anche per le inquadrature originali e per la cura dei particolari, almeno nei tre episodi realizzati negli anni ’60.

Infatti come un fiume carsico che sparisce di colpo per poi riapparire inaspettatamente (arguta metafora che può applicarsi ad altre serie della Columba, non solo di Wood), Billy Grant riapparve sulla rivista Fantasia 13 anni dopo l’ultima avventura scritta da Wood per D’Artagnan. Stavolta i testi sono di Ricardo Ferrari, che si firma Rodolfo Fo o Dick Ferraro, mentre Vogt si fa assistere per metà di questo nuovo ciclo dal terzo dei fratelli Villagran, Carlos. Da notare la genialità del collaboratore che firma solo in un’occasione col suo vero nome preferendogli lo pseudonimo di Bill A. Grant: non tanto e non solo un omaggio al protagonista quanto un azzeccato calembour visto che in castigliano “Bill A. Grant” si pronuncia praticamente come Villagran.

Il tipo di umorismo di Billy Grant si basa su raffiche di gag (magari unite a qualche gioco di parole) esu scene slapstick.  Ricardo Ferrari si fece onore nei 14 episodi che scrisse tra il 1982 e il 1987 e ne mantenne abbastanza inalterato lo spirito, ma non troppo. Nella sua versione Billy è meno furfantesco e anzi è più spesso lui a essere vittima di imbroglioni. In compenso sfrutta a dovere quando serve a fini comici l’altra sua caratteristica, cioè la fame atavica. Verso la fine Ferrari cerca di imbastire delle trame più compatte, ad esempio un episodio è una riuscita commedia degli equivoci, e purtroppo cede anche alla metanarrazione. Ma è proprio con un uso originale delle note a piè di vignetta che chiude in bellezza la serie ereditata dalla Leyenda, che nel complesso definirei pazzerella e divertente.