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domenica 28 giugno 2026

20th Century Men

Questo è uno di quei fumetti che si muovono su più piani temporali, con personaggi ricorrenti e vicende che si intersecano. Riassumerne la trama inevitabilmente la mortifica, perché dà un ordine a quello che l’autore voleva fosse inizialmente caotico e compito del lettore ricostruire pian pianino. Il volume consta quindi di molto di più di ciò che vado a descrivere.

Il protagonista principale è Petar Fedorovich Platonov, un genio russo che da bambino venne requisito dal governo sovietico per progettare armi. Nel corso del tempo, passando per il Vietnam del 1969, la Russia del 1948 (e oltre) e l’Afghanistan del 1987, è diventato egli stesso un’arma indossando un esoscheletro gigantesco. Non è più del tutto umano e infatti qualcuno ha rubato il suo cuore (ne ha avuti diversi) custodito in una località segreta e il potere insito in quel muscolo involontario potrebbe causare danni micidiali nelle mani sbagliate. In questo universo narrativo molte nazioni dispongono infatti di un loro superuomo, alternativamente amici o avversari. Tutto potrebbe facilmente risolversi in una serie di mazzate tra super-esseri ma dopo questo incipit Deniz Camp sembra vergognarsene e comincia a parlare di tutt’altro. Un giornalista della Pravda sta facendo un servizio in Afghanistan sull’impellente Terza Guerra Mondiale e quindi via con sequenze che mostrano quanto sia brutta la guerra. Ma l’asse portante si rivelerà essere l’esistenza di un villaggio nascosto in Afghanistan, potenziale utopia e invece luogo del redde rationem finale.

Nonostante sia un lavoro molto recente (risale al 2023 anche se Camp ha cominciato a pensarci cinque anni prima) credo che 20th Century Men sia l’esordio o poco più dello sceneggiatore, che infatti per mostrare “quello che sa fare” ci ha messo dentro di tutto, finendo per esagerare con quelli che ai suoi occhi avrebbero dovuto essere dei virtuosismi. Già la narrazione frammentaria e la sovrabbondanza di personaggi che svelano il loro ruolo con lentezza richiedono una lettura molto attenta, le parti interamente scritte rendono la lettura ancora più lenta e farraginosa. Fosse solo quello. Un intero capitolo è costituito quasi interamene da citazioni di pseudobiblia che scorrono mentre si sviluppa la battaglia che dovrebbero descrivere. Il risultato è di una pesantezza tremenda, tanto più che il nocciolo della questione, privato di tutti gli orpelli che ha voluto metterci Camp, è veramente qualcosa di semplice e quasi rudimentale. Non aiuta poi il fatto che ambientazioni e stili di scrittura cambino repentinamente da un capitolo all’altro e che dal nulla vengano gettati in pasto ex abrupto al lettore elementi e personaggi. Come l’Uomo Collettivo, il Superman russo che morendo per cause incomprensibili sta facendo morire anche il “Paradiso” dove i russi possono trovare la pace, probabili metafore il cui senso non ho afferrato. E francamente la moralina sulla spietatezza del capitalismo in periodo di guerra è roba vista, stravista e risaputa, non serviva un Deniz Camp che salisse sul pulpito.

Arrivare fino alla fine è stata davvero un’ordalia. Un po’ come vedere un film di Tarkovskji, solo che non c’è stato quel senso di appagamento che di solito accompagna la visione di Solaris o Stalker o Sacrificio. Avesse fatto una parodia dei supereroi in ottica politica come sembrava all’inizio, Camp sarebbe risultato sicuramente più digeribile. Sinceramente non ricordo perché mi sono interessato a questo fumetto. Forse a seguito dell’entusiasmo per l’altra prova dello sceneggiatore? Non credo, non ci staremmo coi tempi degli annunci da un’Anteprima all’altra.

I disegni di Stipan Morian assecondano alla perfezione l’idea del testo che avevo avuto inizialmente. Eclettici ma molto curati, sono sospesi tra realismo e caricatura, ricorrendo a una certa varietà di stili, proprio come se avesse dovuto illustrare il fumetto grottesco e parodistico che mi aspettavo. In definitiva sono la parte migliore di 20th Century Men.

domenica 10 maggio 2026

Assorted Crisis Events 1

Un fumetto decisamente originale. Non si tratta di una serie nel senso che oggigiorno viene dato solitamente al termine ma di una antologia in cui ogni episodio è a se stante, almeno finora. Il sottotesto è che il mondo è sconvolto da anomalie temporali che trasportano persone in epoche diverse dalla loro e possono generare rallentamenti o accelerazioni nel flusso temporale, ma anche spostare fisicamente da un mondo all’altro versioni diverse di una stessa persona. La vaghezza di questo assunto di base serve evidentemente a Deniz Camp per togliersi ogni incombenza di spiegare le cose troppo in dettaglio e anche come scusa per parlare di tutt’altro.

Nella prima storia la protagonista è Ashley, una cameriera rimasta orfana dopo che i suoi genitori sono spariti a causa dei succitati fenomeni. Un detective li avrebbe pure individuati in un’altra epoca ma le ha fatto capire che era meglio non sapere cosa era successo loro. La gag ricorrente è che lei porta un vecchio orologio ad aggiustare dai pochi orologiai ancora esistenti, degli eccentrici interessati a una bella storia più che ai soldi, e che per questo non la assecondano mai. Ma non mancano altri spunti umoristici: in primis il fatto che il suo quartiere viene utilizzato come set per film catastrofici a basso budget. E poi ci sono le occasionali scenette sullo sfondo a testimonianza del diverso scorrere del tempo. Ma quando viene picchiata dalla polizia dall’umorismo si va forse nella satira sociale.

Nella seconda storia si ride di meno. Molto di meno. Il protagonista è Jesus che a causa dei fenomeni temporali viaggia con la memoria avanti e indietro nella sua storia di immigrato clandestino che non ha trovato negli Stati Uniti quel paradiso in cui speravano i suoi genitori. Questo fenomeno gli crea dei problemi sul lavoro al mattatoio, descritto da Deniz Camp con un dettagliato e crudo realismo degno di Nestore l’ultima corsa.

La terza storia è un apologo sull’immigrazione e sulla paura del diverso, per quanto si tratti di un “diverso” paradossale: due versioni della medesima città si trovano in universi differenti, solo che in uno la catastrofe climatica è molto più vicina che nell’altro e quindi gli abitanti emigrano nella versione ancora non condannata. Giunti nel mondo più vivibile, vengono inizialmente accolti dalle loro versioni ancora sane per poi subire quello che la cronaca degli ultimi anni ci ha fatto vedere. Oltre che per l’amarissimo sarcasmo (e per gli ammiccamenti alle varie “Terre” dell’universo DC e anche Marvel) questa storia si segnala per l’uso avveduto dell’organizzazione delle tavole, in cui vengono contrapposti i due mondi e dunque i due relativi sguardi: un effetto che si può ottenere solo col fumetto, alla facciaccia di quanti (ancora troppi) lo vorrebbero ancella del cinema, della letteratura o del teatro.

Il protagonista della quarta storia è un “naufrago del tempo” vittima di un fenomeno che lo fa avanzare di mesi o anni saltando parti intere della sua vita di cui non ha memoria. Reso con una selezione limitata di colori, questo capitolo può essere angosciante o divertente (di un umorismo nerissimo, beninteso) a seconda di come lo si guardi.

Anche Anna nel quinto capitolo soffre di una di queste cronopatologie: nel suo caso si ritrova periodicamente imprigionata in “loop” di breve durata che a lei sembrano infiniti perché continua a rivivere certe situazioni senza poter fare nulla per modificarle – cosa che offre il destro per un omaggio, tra gli altri, al Giorno della Marmotta. La sua vicenda fa un po’ da connettore alle altre visto che Anna si mette alla ricerca di altre vittime dei fenomeni e del misterioso barbone futuribile che compare qua e là nelle altre storie, forse potenziale causa del tutto. È una storia drammatica, ma con un finale più o meno positivo e che apre nuovi spiragli alla serie.

Le tavole di Eric Zawadzki fanno la loro porca figura. A ben vedere, come disegnatore ha le sue pecche: non sempre le sue anatomie sono precise, a volte inchiostra in maniera troppo pesante e a volte tira anche un po’ via. Però ha quella disinvoltura e quella scioltezza che ho ravvisato anche in Zoe Thorogood, i suoi personaggi sono molto espressivi e quando l’occasione lo prevede ha delle ottime trovate per organizzare le tavole, che d’altro canto come ho accennato sopra spesso presentano dei virtuosismi possibili solo con il fumetto. Da segnalare anche il buon lavoro del colorista Jordie Bellaire.