giovedì 9 agosto 2018

Historica 70: I cosacchi di Hitler

Si è fatto attendere, ma ne è valsa la pena. I cosacchi di Hitler, vivaddio, è solo apparentemente una storia di guerra.
Edward e Nicolas sono due ricchissimi rampolli scozzesi che grazie alle loro frequentazioni eccellenti partecipano agli ultimi sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale in un campo di prigionia a Lienz. Ad attenderli non ci sono soldati tedeschi ma una comunità di russi: si tratta dei fieri e indomabili cosacchi che con la Rivoluzione d’Ottobre si videro espropriare i propri terreni e furono perseguitati in quanto “Bianchi”. Il trattamento che viene loro riservato non è tutto sommato malvagio, per quanto i soldati più giovani come Edward e Nicolas istintivamente li etichettino ancora come nazisti, e a quanto pare la Gran Bretagna darà loro l’opportunità di rifarsi una vita in Occidente una volta terminato il conflitto. Ma ovviamente le cose sono molto più complicate di così.
Questo è il punto di partenza da cui prende le mosse la storia (come tema: il fumetto comincia in realtà 25 anni dopo con il suicidio di uno dei protagonisti) e Valérie Lemaire riesce alla perfezione a catturare l’attenzione del lettore con un argomento così misconosciuto. Da questa base sviluppa una trama che verte in realtà su un triangolo amoroso e sulla fitta ragnatela di bugie e segreti che esso ha generato. Il finale un po’ affrettato in cui tutti i fili si annodano con eccessiva casualità viene bilanciato da un paio di colpi di scena ben architettati.
Lo stile di scrittura della Lemaire è sincopato e frenetico, con raffiche di flashback in cui è il lettore a dover capire in che anno si svolgono le scene, essendo le didascalie rarissime. Le linee narrative sono principalmente tre e raramente si intrecciano. Non mi piace molto il “montaggio parallelo” tramite cui sequenze di periodi diversi vengono raccordate attraverso un oggetto o un tema che le accomuna (il denaro, una gravidanza…), perché mi dà sempre l’impressione che si voglia imitare maldestramente il cinema, ma non è poi un grave difetto. La trama si snoda in maniera fluida e avvincente e solo all’inizio la Lemaire ha dovuto fare ricorso in un paio di dialoghi al necessario info-dumping, comunque poco pesante e giustificato dalle situazioni.
I disegni di suo marito Olivier Neuray erano l’incognita più preoccupante. Sin dalla copertina si nota come il suo stile sia una Linea Chiara con influenze Pop Art. Un po’ Floch’ e tanto Baldazzini, ma più di tutti quel tale che disegnava Il Tuo Beffardo Cuore su Il Grifo (Minus o qualcosa del genere, ma credo fosse uno pseudonimo). Avrebbe funzionato uno stile glamour per raccontare delle vicende così drammatiche e che hanno le loro radici in un contesto storico tanto tragico? In effetti Neuray ha fatto un ottimo lavoro, e i suoi personaggi non sono dei freddi manichini ma risultano espressivi, mentre il lavoro sulle inquadrature e sull’organizzazione delle vignette nelle tavole le rende molto dinamiche. Assolutamente ridicoli i tentativi di rendere vivaci alcune sparute figure con delle linee cinetiche, ma la rappresentazione dello scorrere del tempo nelle prime due strisce di pagina 31 è perfetta, così come il commento muto del soldato in secondo piano alla battuta del suo superiore a pagina 39. Tra le altre, è molto ben riuscita anche la sequenza alternata di pagina 72, forse memore di quella dalla struttura analoga con cui si chiudeva uno degli episodi de Le Sette Vite dello Sparviero.
Quello che invece non mi convince di Neuray è l’uso che fa del computer, non tanto per la ricostruzione di edifici e mezzi militari, quanto per le figure sullo sfondo che risultano evidentemente (e fastidiosamente) dei rimpicciolimenti di altre immagini. Questo problema si verifica anche in senso inverso, quando per “avvicinare” un personaggio ingrandisce un’altra immagine rendendo i contorni giganteschi. Ma per fortuna non si tratta di situazioni troppo ricorrenti. I colori di Ruby assecondano lo stile di Neuray con delle campiture nette e decise.
In appendice è presente un approfondimento sui Cosacchi con particolare attenzione al ruolo che svolsero durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questo numero di Historica è di gran lunga uno dei migliori dell’ultima annata. E se domani mi dice bene dovrei trovare anche il nuovo Historica Biografie.

5 commenti:

  1. Proprio i disegni sono quello che più mi frena. Nonostante il tuo commento parzialmente positivo, non mi convincono affatto.

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    1. era quello che non convenceva nemmeno me. E invece...

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  2. Walter Minus non è uno pseudonimo http://www.walterminus.fr/

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    1. Beh, almeno mi ricordano il nome!

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    2. ehm, "mi ricordavo", ovviamente.

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