Raccolta deluxe dei primi quattro speciali “centenari” di Tex che, mi dicono gli esperti, sono tra quanto di peggio sia stato scritto per la collana dovendo Bonelli padre ed eredi limitarsi a un solo albo. Sarà vero?
Chiaramente un visitatore italiano del blog conoscerà queste storie a menadito, ma magari qualcuno delle migliaia di contatti che ho quotidianamente da Singapore, dalla Germania, dalle Filippine e dalle Isole Vergini Britanniche (frutto dell’intelligenza artificiale che si allena, mi si suggerisce) potrebbero essere interessati a una sinossi.
In Fort Apache Tex viene incaricato dai militari di sgominare la banda di Matias, un rinnegato che sta mettendo a ferro e a fuoco l’Arizona e il Texas (o giù di lì) grazie a degli agganci locali. Siccome ha la base in Messico il governo degli Stati Uniti non può essere coinvolto ufficialmente: Tex dovrà quindi agire discretamente e per farlo chiama a raccolta tre caratteristi storici della serie: Jim Brandon, Pat Mac Ryan detto “l’Irlandese” e Gros-Jean, che poi nei fatti faranno ben poco. Picchiando e minacciando di morte uno dopo l’altro i contatti che permettono a Matias di agire indisturbato, Tex risale al suo nascondiglio anche se mi sembra che l’azione di scout di Tiger Jack sia più determinante.
Ben più interessante il secondo episodio, L’idolo di cristallo. Una tribù di Hualpai ruba allo sciamano Hatuan l’artefatto del titolo. Ma il famiglio dello sciamano (un corvo) fa in tempo a raggiungere, con ancora una freccia in corpo, la tribù dei navajos dove Tex capisce subito la situazione e parte alla caccia dei ladri. I selvaggi Hualpai, quasi primitivi, sono d’altro canto in ambasce per conto proprio visto che l’idolo, schermato dalla bambola rituale kacinah, fa gola al nipote del loro sciamano che di fronte alla sua luminescenza gli chiede di diventare il nuovo sciamano per poi cadere a terra e morire con delle piaghe sul corpo! Evidentemente era sottinteso che la luminescenza dell’idolo fosse dovuta a una forma di radiazione, ma la cosa non viene detta esplicitamente – forse lo fu in un’altra storia? Tex e pards raggiungono gli Hualpai e impediscono loro di officiare il rito con cui volevano sacrificare una squaw: una volta recuperato l’idolo l’azione si fa frenetica. Nutro pochi dubbi sul fatto che il motore della storia non sia frutto di documentazione ma della fantasia di Gianluigi Bonelli, ma la suggestione che ne deriva non ne viene sminuita.
Qui Galep ha un tratto molto più sciolto, dinamico, espressivo e direi quasi cesellato nel dare corpo alle muscolature, ai dettagli delle capanne, alla matericità degli ambienti naturali. Poi è meglio soprassedere sulle sue donne, ma questa prova è nettamente superiore alla precedente.
Credo che questa storia fosse ancora più gradita ai lettori abituali di Tex visto che (se ho ben capito) presenta molti riferimenti a storie precedenti, espunti però in questa edizione – se mai ci sono stati davvero.
Ancora meglio il numero 300, La lancia di fuoco. Anche questo episodio ruota attorno a un artefatto. Un gruppo di sbandati organizza il furto al museo indiano di Phoenix di un’antica lancia grossa quanto un pilastro, poiché hanno intuito che contiene dell’oro e un rubino. Nel mentre Tex e compari sono stati inviati a indagare su alcuni non specificati problemi che ci sarebbero in zona con delle guide indiane. Costretti a riparare a Phoenix per scampare al fortunale che si è scatenato, al mattino apprendono la notizia del furto e dell’omicidio del custode del museo. Si lanciano quindi all’inseguimento, supportati dal fatto che i ladri sono perseguitati da una certa scalogna. Ad anticipare il finale un lungo scontro a fuoco nell’ambiente molto suggestivo di una foresta pietrificata. Anche qui si «giuoca» – ed eravamo nel 1985!
La quarta storia, La voce nella tempesta, è appannaggio di Claudio Nizzi e vede il ritorno di Pat l’Irlandese, che ha invocato i pards in soccorso a Fort Bridger facendo seguire loro una strada molto specifica. Ma perché ha segnalato proprio quel percorso e perché si è firmato appunto come Pat l’Irlandese e non con il suo cognome?
Non male la resistenza finale contro la banda di Kimbaugh al gran completo, in cui Tex e Kit Carson asserragliati sembrano quasi non farcela. È ovvio che sarebbero sopravvissuti, ma Nizzi ha azzeccato il tempismo giusto per far comparire il resto del cast, che avrebbe dovuto essere altrove ma è intervenuto con una buona motivazione. Tex svela poi il traditore gallonato con un sistema ben congegnato e divertente. Ecco, direi che “divertente” è l’aggettivo che meglio descrive questa storia (che però presenta parecchi spunti interessanti e tantissima azione), a maggior ragione con la reazione finale di Pat ormai scagionato davanti alla proposta di diventare caporale.
Anche stavolta Galep disegna in piena libertà, ma gli anni passati dall’episodio precedente si fanno drammaticamente sentire.
In definitiva, almeno per quel che conosco io Tex, credo che questo volume possa essere un buon biglietto da visita per la serie a chi voglia avvicinarvisi: anche se le storie si svolgono praticamente tutte al confine col Messico non ci sono solo gli stereotipi del western ma anche trovate molto originali che danno una panoramica dalla varietà della serie: complotti articolati, indagini, elementi forse soprannaturali, un pizzico di umorismo. Al di là di questo è una lettura gradevole visto che le storie vanno in crescendo. Che poi Tex sia anche altro è pacifico, ma qui ce n’è un’ottima infarinatura. Sulla colorazione digitale soprassiedo (perché Gros-Jean è marrone?!), come hanno fatto anche i redattori che non hanno indicato da chi sia stata fatta.
La selezione offre inoltre una panoramica sull’evoluzione dello stile di Galep nel corso di 25 anni, tra alti e bassi. Certo, bisogna comunque apprezzare il suo stile.
Ulteriore motivo d’interesse, la prefazione di Graziano Frediani sulla storia della colorazione degli albi popolari in Italia.



Beh, posso solo interloquire sui primi due episodi, quello della lancia, il terzo, feci ancora in tempo a leggerlo ma ormai non mi diceva più nulla. Il resto mancia.
RispondiEliminaIl primo episodio, tu lo trovi poco efficace perché lo hai letto in retrospettiva ma per un ragazzino anni '70 come me era perfetto: GLB cercava semplicemente di riunire il meglio di quanto apparso finora nella serie con lo splendore del technicolor, grande novità... che oggi sia percepito come loffio te lo concedo, ma allora Tex che convoca gli amici per creare uno squadrone di castigamatti pareva qualcosa di esaltante.
Ci si contentava di poco. E il fumetto era ancora il "cinema dei poveri".
Diverso il discorso per il secondo episodio, che a me sembra il migliore del mazzo: ottima narrazione e si capisce tutta la fascinazione GLbonelliana per l'esotismo "pellerossa" (il vecchio sciamano, la misteriosa "Kacinah", forse radioattiva?... i mitici Hualpai). Tutto rigorosamente improbabile, come i romanzi di Salgari (GLB era il Salgari del fumetto).
Addirittura qui si entra in considerazioni "politiche", quando una seconda tribù di hualpai corre in aiuto dei ladri della Kacinah... e i soccorritori si lanciano in considerazioni assai ciniche... la Kacinah la prenderanno loro, e saranno loro la tribù più importante della regione, dopo che gli altri son stati decimati da Tex & co.
Perfetta anche l'interazione fra i pards. Albo che ho riletto per anni con immutata soddisfazione (come anche la run dei bandidos del castillo, basata sulla leggenda degli "hashishin" e del Vecchio della montagna... con la consulenza di El Morisco.
Più o meno stessi anni, e stessa narrativa perfetta. Poi chiaramente, c'è sempre la decadenza...)
P.S.: Di colorazione digitale nente sacciu, ma mi pare di ricordare che Gros-Jean fosse marrone anche nella prima edizione. Se non ricordo male (e ci sta), Gros Jean è un francofono meticcio bianco-pellerossa... magari con la tinteggiatura si voleva evidenziare questo fatto (in un'epoca dove i cinesi erano disegnati color limone)
EliminaQuindi la carnagione di Gros-Jean è più che giustificata. Bene così. Serendipico il parallelo con Salgari: recentemente ho letto da qualche parte che fu lui a introdurre l'abitudine di mettere le note con la precisazione "storico", proprio come faceva GLB (almeno nelle storie che ho letto io).
EliminaSì. Serendipico. Boh.
EliminaAh, le note...
C'era una storia con questa linea di dialogo:
"Sapete come lo chiamano? *"King" Mc Kennet!"
Nota: ( *"King" significa: "Re")
Altri tempi, altro pianeta :D
In onore degli altri tempi e dell'altro pianeta mi ricordo i frequenti "Goddamned!" e varianti.
EliminaSì, le giubbe rosse del Comandante Mark...
EliminaCi fu un periodo in cui andavo letteralmente matto per Mark, Gufo Triste ecc.
Recentemente ho ritrovato Mark n.4, "il corsaro" la storia che introduce El Gancho... imparata a memoria all'epoca.
Questo è ciò che ogni bambino di 6-8 anni dovrebbe leggere...
e oggi ,se leggono, leggono Peratoons 😭😭😭