venerdì 9 ottobre 2015

Mi sorge un dubbio...

Stamattina in edicola ho trovato questo volume:
Ho preferito passare perché la saga un po' qua un po' là ce l'ho già tutta, e comunque non avevo tutta 'sta voglia di rivedermi i disegni un po' legnosetti e le splendide donne con il naso schiacciato e l'attaccatura dei capelli un po' troppo alta di Burgeon (il bello di diventare vecchi è che non ci si fa problemi a esprimere le proprie opinioni).
Oltretutto così a una prima occhiata e "palpata" mi è sembrato che questo tomo fosse nettamente più smilzo rispetto agli altri.
Adesso però mi sorge un dubbio: visto che ho già rimandato al mittente il precedente volume di Fouché non è che la Mondadori deciderà di non far più pervenire Historica nell'edicola dove la compro?
Chi vivrà vedrà...

mercoledì 7 ottobre 2015

Crossed + Cento 1: Fondazione e Impero



(in internet non si trova la copertina Panini...)
Niente tira di più di un pelo di barba di Alan Moore… il suo brand-nome mi ha fatto vincere la repulsione istintiva che avevo per Crossed (figurarsi, una serie statunitense che basa il suo appeal sulla promessa di sesso e violenza esasperati, oltretutto ideata da quel paraculo di Garth Ennis!) ed eccomi qui a recensire Crossed + Cento.
Al termine della lunga e non facilissima lettura posso dire che si tratta di un ottimo lavoro, curatissimo in ogni sua parte, sicuramente ben costruito e fedelissimo ai suoi assunti fatici e morali di base. Però non mi è piaciuto del tutto. Credo che sia una sensazione che chiunque abbia letto l’Ulisse di Joyce o abbia visto Sacrificio di Tarkovski possa condividere: si è approcciato qualcosa di geniale, di monumentale, forse una pietra angolare del rispettivo ambito ma adesso basta, grazie, torno a qualcosa di più digeribile.
La storia è ambientata nel futuro dell’universo narrativo di Crossed, in una sorta di dopo-catastrofe in cui Moore ha inserito vari elementi ecologisti senza farli pesare troppo (anzi, se non fosse stato per la sua introduzione non li avrei forse nemmeno notati). Un gruppo di esploratori viaggia dalla natia Ch[attan]ooga, tra di essi l’archivista Future che raccoglie campioni letterari, audiovisivi e qualsiasi altra testimonianza culturale del passato. Nello specifico ha il pallino per la fantascienza (e ognuno dei sei episodi riprende il titolo di un romanzo di fantascienza, noblesse oblige) o meglio per le “fintestorie”, come le chiama lei.
Eh, già, perché Alan Moore si è dedicato anche qui alla sua passione di creare nuove lingue, arrivando persino a farci dei giochi di parole! Il traduttore, Fabio Gamberini, è stato veramente un eroe. Il linguaggio parlato dai personaggi sulle prime risulta simpatico e suggestivo ma finisce presto per diventare ridondante, ossessivo, pesante. Forse perché Moore ha usato volutamente un numero ristretto di vocaboli.
La presenza di questa lingua che necessita di un pur minimo sforzo di comprensione non è comunque l’unico elemento che rende Crossed + Cento lento e farraginoso. Anche se esiste una validissima trama di detection alla base della storia (che deflagrerà splendidamente alla fine), la prima metà del volume è fortemente descrittiva visto che Moore ha scelto di dettagliare in profondità com’è il mondo a 100 anni dalla “Sorpresa” (l’ascesa degli scrociati), quali sono i cambiamenti climatici avvenuti, i tipi di società ricostruiti, quali le vestigia di alcune religioni, i rapporti tra le comunità di sopravvissuti, i costumi sessuali e così via.
Un ottimo fumetto, ma l’estrema ricercatezza dello stile e la partenza più descrittiva che narrativa lo hanno reso “meno ottimo” di quello che avrebbe potuto essere, o per meglio dire meno appassionante.
Il disegnatore Gabriel Andrade è sulla stessa lunghezza d’onda di Moore: le sue vignette sono cariche di dettagli e i suoi disegni curatissimi. Ciò non impedisce ai suoi personaggi di essere espressivi e sufficientemente dinamici. Purtroppo la brossura impedisce di godere appieno delle tavole doppie e persino dei dettagli delle vignette più vicini alla rilegatura, almeno nelle pagine centrali. Ciò detto, la qualità di stampa è ottima.
In omaggio viene data una maschera di cartoncino da scrociato, forse per canzonare le operazioni simili (mi sembra non coronate dal successo) della RW Lion ma comunque utilissima come segnalibro visto che di pause nella lettura ne ho fatte parecchie. La classe non è merda.

PS: “al.cre” vuol dire “almeno credo”, vero?

martedì 6 ottobre 2015

Alix 4: Le Legioni Perdute

Il penultimo paragrafo della mia recensione della terza uscita di Alix voleva dire implicitamente che non avrei continuato a recensirne altri: tanto la qualità è altissima e non avrebbe avuto senso sdilinquirsi oltre. Ma con Le Legioni Perdute devo tornare sulla mia decisione perché mi sembra che sia finora il migliore tra quelli pubblicati, e la storia risale al 1965, quindi tra quelli visti finora è addirittura il più vecchio.
Non starò qui a cercare segnali di modernità in un fumetto che non lo vuole essere e che anzi ha nel suo status di classico (giustamente riconosciuto) uno dei suoi punti di forza. Rimane però un incredibile piacere vedere come Jacques Martin sapesse imbastire dei soggetti originali in un contesto già abusatissimo e come soprattutto riuscisse a intrecciare le sue trame con precisione e rigore, introducendo gli elementi giusti al momento giusto e non lasciando (almeno a quanto visto finora) nulla al caso. Nonostante i cinquant’anni di età la lettura di Le Legioni Perdute è stata un’esperienza coinvolgente e appassionante, con non poche sorprese e notevoli cliffhanger.
Non mi ci soffermo troppo: stavolta il proverbiale complotto viene ordito da Pompeo che vuole eliminare Cesare facendo riunire le tribù galliche e germaniche grazie a una reliquia che darà un incredibile carisma a chi la brandirà.
Da segnalare inoltre che persino il disegno è migliore di quello dei tre episodi precedentemente pubblicati da Mondadori che però furono realizzati in anni successivi! Forse qui Martin aveva qualche collaboratore diverso, sta di fatto che le figure umane sono molto più proporzionate e dinamiche (nessun “testone”, insomma) mentre gli sfondi, le architetture e gli animali sono impeccabili come sempre.
Anche la colorazione mi è parsa migliore, meno aggressiva di quella dei tre numeri scorsi, ma qui magari la causa è solo l’utilizzo di impianti di stampa che si sono conservati in maniera diversa.
Archiviato il fumetto in sé tra i gioielli della Nona (o Decima, o quello che è) Arte, la confezione e l’edizione con cui è presentato sono degne? Io propendo decisamente per il sì, visto il rapporto qualità-quantità-prezzo e considerato che stavolta non c’è nessun fraintendimento Enok-Enak o Alex-Alix come nei precedenti volumi. A pagina 22 c’è una didascalia che avrebbe dovuto essere una nuvoletta di dialogo, ma l’errore lo aveva compiuto Martin a suo tempo.
Al massimo è un peccato veniale che i rimandi alla continuity, qui abbastanza consistenti (il centurione Galva che riappare dopo una o più avventure citate nei dialoghi, il cugino Vanik che sicuramente sarà comparso in precedenza) siano stati eliminati e che quindi manchi qualche tassello all’affresco complessivo della saga. Ma è una cosa a cui verrà posto rimedio nel giro di poche settimane data la tabella di marcia della serie.

lunedì 5 ottobre 2015

The Royals - I Signori della Guerra 1



Probabilmente ispirati alla tradizione folkloristica dei Re Taumaturghi, nell’universo narrativo di The Royals sono gli esponenti dell’aristocrazia i soli possessori di superpoteri. Più puro è il sangue più potenti sono le abilità superumane. Toh, un’idea originale nel campo dei supereroi. E come le migliori idee originali è semplice e rielabora un concetto preesistente che nessuno aveva avuto l’illuminazione di trasporre prima in un altro contesto.
Questo primo episodio funge da prologo e si svolge in due linee temporali diverse: nel 1945, mentre sta ancora infuriando la Seconda Guerra Mondiale, il principe Henry si lancia su Berlino per contribuire alle sorti di Albione da par suo, e vi incontra un arcinemico per il momento ancora innominato.
Nel 1940 gli Windsor hanno ben altri pensieri che la guerra che ormai è giunta anche nella loro nazione. Il placido re Albert si gode la vita e i fasti di palazzo insieme ai figli Henry, Rose e Arthur (quest’ultimo uno stronzo debosciato), protetto dalle voci artatamente diffuse secondo cui nessuno dei suoi figli possiede superpoteri, esattamente come lui, e quindi non possono fare nulla per proteggere i loro sudditi, tanto meno sporcandosi le mani in battaglia. Ma durante una festa la telepate Rose e il volante (e chissà quante altre cose) Henry si allontanano dalla sfarzo del palazzo per vedere cosa sta succedendo realmente al loro Paese e a seguito della visione delle brutture della guerra decidono di prendervi parte attiva. Per il momento, almeno, si è visto in azione Henry.
Oltre a un assunto di base non banale The Royals offre una lettura piacevole fatta di battute secche alternate ad altre che immagino vogliano parodiare la prosopopea britannica. Non è ragionevolmente da escludere che alla fine questa miniserie di 6 si ridurrà alla solita scazzottata, ma voglio comunque dare fiducia allo sceneggiatore Rob Williams.
I disegni di Simon Coleby sono oltretutto piuttosto belli ed efficaci, molto dettagliati ma anche abbastanza espressivi. Qualche pecca ce l’ha pure lui ma sullo stesso ripiano della fumetteria dove ho trovato The Royals c’era anche il ventesimo John Constantine con gli sgorbi di Ben Templesmith, che mi ha fatto desistere dal continuare a comprare la testata (con buona pace di Swamp Thing che magari recupererò in altro formato) e di fronte al quale Coleby sembra Manara.
Nell’albetto sono presenti solo un paio di refusi, ma purtroppo uno proprio in un esergo nella postfazione di Williams, dove risalta terribilmente.
In appendice una storia breve di Gilbert Hernandez, dal soggetto molto banale e disegnata con una semplificazione del tratto quasi offensiva. La cosa che ho apprezzato di più de La Signora in Nero (questo il titolo della storiella) sono i colori di Lee Loughridge. La storia è in bianco e nero ma giuro che viene veramente indicato il colorista: forse avrà scelto quale tonalità di azzurro impiegare per riempire le parti di tavola non occupate dalle vignette…

domenica 4 ottobre 2015

Zenith Fase Tre

Si è fatto attendere (che non sia stato poi questo grande successo per la Panini?) ma ne è valsa la pena. Questo terzo volume di Zenith è ancora meglio dei precedenti.
Come già anticipato nello scorso numero, Zenith si trova coinvolto in un guaio di dimensioni multiversali: i Lloigor lovecraftiani sono tornati e con meticolosa malvagità si sono impossessati dei corpi dei superumani di quasi tutte le realtà alternative, assicurandosi così una facile vittoria su tutte le altre forze in gioco nei singoli mondi e quindi il dominio incontrastato di quegli stessi mondi. Possono quindi puntare a qualcosa di ancora più grosso.
Non tutti gli eroi, però, sono ancora caduti e il Maximan di Alternativa 23 (quello “originale” del mondo di Zenith era morto durante la Seconda Guerra Mondiale) ha imbastito un esercito di supereroi da tutte le realtà alternative per distruggere il piano di dominazione totale dei Lloigor, che si concretizzerà una volta avvenuto l’“allineamento” delle varie terre: per farlo bisognerà inviare delle squadre di eroi a distruggere gli interi universi 666 e 257.
Il riluttante e strafottente Zenith fa parte del manipolo destinato ad Alternativa 257.
Ora, salvare l’intero multiverso non è certo una cosa facile di suo e a complicare le cose interverranno sorprese spiacevoli e rivelazioni inaspettate.
La saga procede incalzante e con un ottimo ritmo, io sono rimasto incollato alle pagine nonostante la lunghezza di questa trama che si dipana su una trentina scarsa di capitoli. Dalla seconda metà del tomo in poi c’è forse qualche divagazione che rallenta la lettura, ma bisogna anche considerare le necessità di Morrison che doveva infarcire le consuete 4-5 tavole settimanali (formato-capestro che pochi sceneggiatori sanno gestire efficacemente) di elementi che facessero avanzare la trama principale più altri che sviluppassero le sottotrame e rilanciare il tutto con idee nuove.
I dialoghi, soprattutto nella prima parte quando il protagonista è più presente sulla scena, sono spumeggianti e la battuta finale sul presunto “sacrificio” del protagonista mi ha fatto ridere di gusto.
Questa Fase Tre offre oltretutto il piacere aggiuntivo di vedere una carrellata di supereroi inglesi e di farsi una cultura in merito. Alcuni saranno pure stati inventati da Morrison, ma almeno il robot Archie e Steel Claw sono realmente esistiti (del primo ricordo che anche la figlia di Moore diede una sua versione, del secondo la RW Lineachiara ha ripreso il testimone della pubblicazione italiana dalla Planeta DeAgostini). La scena che apre il quinto capitolo mi sembra debitrice di quella analoga che compariva in Marvelman/Miracleman ma forse è una coincidenza.
Spiace dirlo, ma forse il migliore Grant Morrison era questo e non ha saputo ripetersi allo stesso livello, pur se ha realizzato altre cose buonissime o eccellenti. E purtroppo Multiversity non rientra in nessuna delle due categorie.
Come al solito, la parte più debole di Zenith (l’unica parte debole) è quella grafica. Forse pressato dalle scadenze o inebriato dal successo Steve Yeowell schematizza ancora di più le sue vignette. Magari come illustratore sa fare cose accettabili, ma il fumetto non è proprio il suo campo. La glaciale stilizzazione delle sue figure ne rende difficile il riconoscimento e in più di un’occasione ho addirittura sentito la necessità di avere una didascalia che mi spiegasse cosa diavolo veniva rappresentato nei disegni – ma per quanto necessaria, una cosa del genere sarebbe stata contraria allo spirito con cui veniva realizzato Zenith. Nei campi lunghi, poi, Yeowell rende indistinguibili tra di loro i personaggi, che in quell’accozzaglia di trattini e campiture non si capisce più nemmeno se sono maschi o femmine. Gli elementi distintivi dei costumi, inoltre, li disegna solo nei dettagli  e nelle inquadrature molto ravvicinate e comunque non è che siano poi di grande aiuto visto che, ad esempio, si dimentica di disegnare la S che dovrebbe campeggiare sul petto di uno di loro.
Al di là delle questioni estetiche mi è sembrato che Yeowell fosse veramente di fretta e abbia tirato via in più di un’occasione: la scena di massa che dovrebbe stupire il lettore per la folla oceanica di supereroi chiamati a raccolta risulta invece assai scarna e povera.
In appendice una storiellina lisergica disegnata (vivaddio) da Jim McCarthy. Niente di memorabile, soprattutto in considerazione della qualità della saga portante, ma probabilmente per l’epoca era qualcosa di originale e innovativo.

sabato 3 ottobre 2015

Altro esordio eccellente su Linus

E oltre ai contributi che avevo già segnalato in un altro numero compariva anche una lettera di Filippo Scozzari.
Anche volendo considerare l'inevitabile ritardo dovuto ai tempi di realizzazione della striscia, alla sua scelta da parte della redazione e ai tempi di stampa, mi pare che nel maggio 1966 (questa la data di uscita di Linus 14) Mattioli fosse già professionista, indicando le sue biografie ufficiali collaborazioni con Il Vittorioso già nel 1965.