martedì 20 ottobre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: "Largo" Nolan (1981)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai non più ipotetica ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

“Largo” Nolan

Il soprannome Largo (cioè “grande” in spagnolo) calza a pennello al protagonista di questa serie considerata la sua altezza di un metro e 90 «e qualcosa». Ma questo lo scopriremo solo verso la fine del primo episodio, visto che ci viene introdotto con piccoli dettagli e i commenti di altri personaggi un po’ come fece Milton Caniff nella prima tavola domenicale di Steve Canyon.

Si tratta di un western dal taglio moderno, con situazioni piuttosto crude ma al contempo contenente elementi dissacranti. La vicenda si svolge nel Grande Nord (Canada o giù di lì): quando dei malviventi uccidono il suo mentore, un tizio poco raccomandabile che proprio per questo ha perfettamente educato Largo alla dura realtà, Nolan decide di partire per il sud. Dopo otto anni a caccia nei boschi lontano dalla civiltà riuscirà a interagire nuovamente con altri esseri umani?

Ci vogliono tre episodi per definire il protagonista e il contesto in cui si muove: dopo la prima apparizione introduttiva si accolla la presenza di un cane incazzoso cui nel terzo episodio darà il nome del suo mentore, Stevenson. Dopodiché la continuity sarà quasi del tutto assente a parte il dittico del trafficante Carson – anche il successore ufficiale di Wood si concederà al massimo due storie collegate. Per il resto gli episodi sono perfettamente autonomi e vedono Nolan fare incontri tra i più vari gironzolando per le foreste o entrando in un villaggio o unendosi a una carovana, finendo in situazioni anche strambe come essere accusato di un omicidio (cosa che succederà più volte), finire in mezzo alla faida tra uno scotennatore e l’indiano che lo mutilò, essere eletto a forza boia di un paese, inimicarsi un indiano Crow perché salvandogli la vita ha contratto un debito con lui. E ancora: un vecchio pazzo lo ritiene colpevole della morte della figlia (di cui ha conservato il corpo mummificato vestito da sposa), un rapinatore lo incastra spacciandolo per lui, viene assunto per fingersi il nipote di un uomo cieco e alleviargli così gli ultimi giorni di vita, un cambio di outfit lo fa scambiare per un killer temutissimo, si sposa involontariamente con un’esquimese. Ed era andato a scuola con Butch Cassidy e da ragazzo fu salvato da Cavallo Pazzo.

Il western di “Largo” Nolan è insomma piuttosto particolare, pieno di personaggi pittoreschi e basato almeno all’inizio anche su trame che, pur non toccando le vette del Ted Marlow di Grassi, indulgono nell’investigativo o comunque nella rivelazione delle vere identità o intenzioni dei personaggi. Il tutto con un taglio moderno, dicevo: non mancano ammazzamenti, tentati stupri, torture, scotennamenti e quant’altro ma c’è anche molta ironia.

Molto avveduta la gestione del cagnaccio Stevenson: ovviamente funge da McGuffin in quelle occasioni in cui serve a introdurre una situazione o a risolverne un’altra, ma spesso è semplicemente una figura di contorno – quando c’è.

Nonostante il proposito iniziale di spostarsi al sud, la maggior parte delle avventure di “Largo” Nolan si svolgono nel freddo nord, con occasionali puntate a New York, Barbary Coast e San Francisco, comunque tutte zone dal clima assai rigido. Negli ultimi rantoli della serie ogni tanto l’azione si sposterà in vaghi deserti dalla localizzazione non specificata – o che a me è sfuggita. Ma considerando la particolarità dell’ultimo episodio, chissà che in origine quegli episodi (e pure altri) non provenissero da altre fonti.

Dopo una pubblicazione piuttosto ravvicinata la serie si rarefece (chissà quanti altri fumetti stava disegnando Casalla all’epoca): i primi sei episodi comparvero nell’ultimo quadrimestre del 1981 poi ne apparvero sette in tutto il 1982, sei nel 1983, quattro nel 1984 e via di questo passo arrivando al massimo a quota sette all’anno ma anche con un unico episodio nel 1989. E non era per mantenere una supposta fedeltà alla versione Todo Color piuttosto che Super Color della rivista Fantasía visto che altri personaggi saltabeccavano tra le due e lo stesso “Largo” vi fece la spola. Wood scrisse continuativamente i primi 15 episodi, poi subentrò Armando Fernandez che colse in pieno lo spirito della serie (o forse Wood riscriveva veramente da capo le sceneggiature dei suoi vice?) e in un’unica occasione anche Ricardo Ferrari dette il suo contributo compilando però una specie di trattato sugli Inuit, argomento che comunque farà capolino anche in seguito. A differenza di altri casi quello di Wood non fu un addio definitivo e continuò a scrivere “Largo” Nolan anche quando era passato più o meno stabilmente in altre mani. Cosa assolutamente unica per le serie di Robin Wood, lo sceneggiatore titolare dopo il suo parziale abbandono e la fase di assestamento con Ferrari e Fernandez fu Julio Alvarez Cao, un autore specializzato in fumetti gaucheschi – ma in Italia abbiamo visto anche il suo poliziesco Victor Vanel. Cao non era estraneo a contributi ad altre serie di Wood (scrisse almeno un episodio de Il Cosacco, di cui d’altra parte esistono persino episodi scritti da Walter Slavich) ma solo in questo caso ne prese in mano stabilmente una serie.

In totale, della cinquantina scarsa di episodi che compongono il corpus della serie Wood ne scrisse se non la metà comunque un terzo abbondante. Cao rispetta sostanzialmente l’impostazione di Wood (che però, come detto, ogni tanto tornava a scrivere il personaggio), forse incrementando solo un po’ la presenza di indiani, che comunque comparivano già con una certa frequenza. L’unica differenza rispetto agli episodi precedenti è che Cao passa alla narrazione in prima persona, e nemmeno sempre; questa scelta sarà condivisa anche da Armando Fernandez nell’unico altro episodio che scriverà in questa fase finale. L’ironia non gli difettava: quando “Largo” è coinvolto in un duello dice chiaramente di sentirsi ridicolo a seguire le regole del gioco, e quindi del genere western in generale (questa almeno la mia interpretazione). Molto originale poi l’episodio ambientato a San Francisco durante il Mardi Gras. Come anticipato, anche Cao si concesse come Wood una piccola continuity con il dittico dell’indiana Chiweka che però, a voler proprio pensare male, sembra più che altro un unico episodio recuperato da qualche altra parte e stiracchiato in due parti.

Carlos Casalla azzeccò alla perfezione le caratteristiche del protagonista: è alto senza essere sproporzionato, i suoi capelli lunghi e biondi lo rendono immediatamente individuabile anche nei contesti più affollati e la peluria rada che ha per barba e baffi trasmette sia il suo lato ingenuo che quello selvaggio. Certo, Casalla è pur sempre Casalla e i suoi disegni sono come al solito grezzi e tendenti al grottesco. C’è poco da fare: o piacciono o non piacciono. Se non altro il suo stile non proprio realistico gli consente di inventarsi fisionomie diverse per i vari personaggi di contorno, anche se ogni tanto pure lui ricicla dei volti. È anche vero che qualche volta era distratto: in un episodio la cicatrice che una donna dovrebbe avere sul volto non viene mai disegnata, così come mi pare che un personaggio a cui sono state tagliate le orecchie le abbia ancora (ma diamo la colpa al colorista, che in un episodio tinteggiò color carne anche l’armonica che stava visibilmente suonando Nolan). E la presenza di Stevenson, il cane che accompagna Largo, ci ricorda ancora una volta come gli animali siano tra i soggetti più difficili da disegnare, anche se i cavalli di Casalla mi sembrano validi – e dopo decenni a disegnare storie gauchesche vorrei ben vedere.

Dopo una ventina di episodi Casalla passerà la mano al suo clone Ruben Furlino ma se non fosse per la sua firma macroscopica (e per il fatto che viene segnalato, ovviamente) non me ne sarei accorto, come accadde per lo stesso avvicendamento su Il Cosacco. A onor del vero nel corso degli anni Furlino acquisterà una maggiore personalità, sfoggiando delle pennellate molto più dense e decise: come ricordato sopra “Largo” Nolan si trascinò per quasi un decennio, era inevitabile che nei sette anni circa in cui lo disegnò Furlino cambiasse un po’ stile anche se la base era sempre quella.

La numerazione degli ultimi episodi fu piuttosto sballata (cosa non rara in casa Columba, ma non ricordo di aver visto altrove una situazione simile) ma considerando i tempi dilatatissimi con cui venne pubblicato “Largo” Nolan è perdonabile che in redazione avessero scambiato quello che doveva essere l’episodio 47 per il 57 e poi avessero continuato con la numerazione giusta come se nulla fosse. Anche per questo però l’impressione è che non venisse ritenuta dall’editore né dagli autori una serie di prima fascia (e nemmeno di seconda o di terza). Semplicemente, quando serviva un tappabuchi gli autori tornavano a realizzarne un episodio, o la Columba ne pescava uno dalla scorta che aveva: l’episodio El Oso Polaco è datato 1984 ma venne pubblicato a dicembre 1985. Non solo: gli episodi Garfio e ¡Matar Rostro Pálido! sono lo stesso identico episodio riproposto a due anni di distanza con minime differenze: i Crow del Missouri diventano i cacciatori di scalpi di Toro Seduto a Bitter Creek, il tizio che salva “Largo” bambino usa un coltello invece che una scure, “Largo” non cita la marca di tabacco che gli offre “el Garfio” ma la storia è del tutto identica, forse confidando che dopo due anni il lettore non si ricordasse di averla già letta. Ciliegina sulla torta, come segnalato dai sempre lodevoli Columberos quello che fu pubblicato come ultimo episodio altro non era che il riciclo di un episodio di un’altra serie, Diego. Bastò eliminare la splash page iniziale, aggiustare un pochino il finale e sistemare altri dettagli ininfluenti (la cooperativa agraria rapinata era ora quella di Bitter Creek e non più di Tijuana, il capo dei rinnegati fu ribattezzato Zopilote e non più Gallinazo, ecc.) e il gioco era fatto. Ovviamente ciò induce a pensare che anche altri episodi di “Largo” Nolan non fossero originali, in particolare quelli ambientati nel deserto e quelli in cui il cane Stevenson non compare nemmeno sullo sfondo. Forse per la suggestione della lettura degli episodi precedenti o forse per l’oculatezza della Columba nello scegliere i “prestiti” giusti, non ho percepito gli altri eventuali episodi riciclati come corpi estranei nella serie.

Questo western, genere molto più frequentato da Wood rispetto a quello che si è visto in Italia, è forse il migliore della sua produzione: la sua modernità lo rende più accattivante del classicissimo Jackaroe e l’ironia lo pone parecchi gradini sopra il truce Chaco. E nonostante il ricorso fisiologico a certi stereotipi, la maggior parte degli episodi presenta personaggi e situazioni molto originali, quasi sempre condite con una buona dose d’ironia. Proprio per queste sue caratteristiche singolari se non proprio iconoclaste può piacere anche (forse soprattutto) a chi non ama il genere western.

domenica 18 ottobre 2026

Relatos del Nuevo Mundo 20: El Dorado - El Delirio de Lope de Aguirre

Beh, questo volume rende decisamente onore al suo titolo, o meglio al sottotitolo. È proprio un delirio. Il grande (e spero non  troppo dimenticato) Carlos Albiac utilizza da par suo elementi estemporanei per arricchire e contrappuntare la storia, vedi la presenza del pipistrello all’inizio che potrebbe essere la metafora del potere centrale spagnolo che “vampirizza” i conquistadores. Ma la dimensione del fumetto unico di 46 tavole non gli era evidentemente congeniale. L’El Dorado del titolo non compare manco da lontano e la storia, tanto frammentaria da risultare ascosa in alcuni punti, verte principalmente sull’assassinio del governatore Ursúa che dovrebbe permettere il coronamento del sogno di Lope de Aguirre di andare in cerca delle favoleggiate città d’oro. Ma dal disincanto di scoprire che il mitico paese degli Omaguas non esiste nasce il proposito di tornare in Perù e fondare una società più giusta usurpando il potere al governatore locale. Tra flashback e sequenze che mal si legano le une alle altre, per Aguirre finirà assai male.

I disegni di Alberto Breccia sono ovviamente spettacolari, nel solco di quello che aveva fatto con la sua versione grottesca di Dracula: tavole coloratissime ma contorni molto robusti a rendere sempre scorrevole e chiara la lettura. Forse proprio confidando sui virtuosismi del Viejo Albiac non si peritò più di tanto di legare per bene i vari pezzi del racconto e farlo scorrere in maniera meno accidentata. Questo El Dorado mi è sembrato un’occasione mancata, o comunque un fumetto al di sotto delle aspettative.

Redazionali di Manuel Gonzalez Jimenez.

Una precisazione: il volume che ho letto è quello spagnolo e non so quali siano le caratteristiche del corrispettivo pubblicato, o in procinto di essere pubblicato, da Nicola Pesce Editore (tipo di carta, presenza di redazionali, ecc.).

mercoledì 14 ottobre 2026

Bien joué , Cat Odique !

Il Metal Hurlant francese degli anni ’80 non era esattamente quello che ci si poteva aspettare, o almeno che mi sarei aspettato io: poche storie a continuazione (meno di quelle che avrei voluto), tanto umorismo (troppo per i miei gusti) e recensioni su recensioni di film, romanzi, dischi e fortunatamente anche fumetti – ma secondo me troppo poche per una rivista a fumetti. Già sul finire del decennio precedente si intravedeva questa tendenza, probabilmente per l’ingresso in redazione di Philippe Manoeuvre – che non si scrive così ma non trovo il carattere speciale relativo. Recensivano anche programmi televisivi e sul numero 40 dell’aprile 1979 l’ostilità verso l’ormai impellente e incontrollabile invasione nipponica (intrisa di uno sciovinismo che sfocia nel razzismo e che ormai mi pare non sia più di casa all’Esagono) è qualcosa che mi ha scaldato il cuore. Certo, poi la Storia è andata come sappiamo.

Io non ricordo di aver mai visto questo Spectreman, forse non è arrivato in Italia?

lunedì 12 ottobre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Se busca una Secretaria (1992)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai consolidata ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Se busca una Secretaria

Pochade in quattro episodi, demodé ma molto divertente. Un’agenzia pubblicitaria romana viene gestita quasi esclusivamente dal serissimo Enzo Valli perché suo fratello Luigi si dedica alla bella vita tra feste, donne e jet set. L’assunzione di Paola, nuova segretaria personale di Luigi, potrebbe fornire la soluzione per responsabilizzarlo: Enzo la incarica di farlo innamorare di lei e di condurlo a nozze – la madre gli ha infatti confessato che anche il loro padre aveva il carattere di Luigi ma proprio il matrimonio gli fece mettere la testa a posto. Per Paola non dovrebbe essere un compito difficile visto che sembra già provare qualcosa per Luigi: nella sua valigetta Enzo ha trovato dei ritagli di giornale che parlano proprio del suo fratello festaiolo.

E invece sarà tra Enzo e Paola che scatterà una scintilla e questo complicherà le cose fino alla rivelazione di chi è in realtà Paola, che oltretutto frequenta regolarmente un altro misterioso uomo che però dice essere solo un amico. La trama è oggettivamente banale, chissà quanti film e quanti testi teatrali avranno avuto lo stesso canovaccio. Wood però crea delle situazioni molto divertenti condite da dialoghi eccezionali. E la rivelazione di chi sono le vere menti dietro a tutta questa farsa è un grandissimo tocco di classe, poco importa se forse nemmeno questa poi così originale.

Vogt disegna dei “faccioni” eccezionali, peccato però che trascuri il resto.

Probabilmente un’opera minore tra quelle di Wood, ma una di quelle che hanno il grandissimo pregio di far terminare la lettura col sorriso sulle labbra.

sabato 10 ottobre 2026

Pinocchio - Il bambino che non sapeva dire le bugie

Le inversioni semantiche a scopo parodistico o polemico dei capisaldi della letteratura non sono certo una novità e ovviamente anche il classicissimo di Collodi ne ha già conosciute. In questa rilettura di Maicol & Mirco Pinocchio è un bambino talmente bravo e diligente da non avere nemmeno bisogno di genitori per esistere. Tanta bontà è invisa al mondo e soprattutto alla malvagia Fata Turchina che per dispetto lo trasforma in un burattino di legno. Il vecchio malvissuto Geppetto gli trasmette il desiderio di farla finita con una vita inutile ma il primo tentativo azzardato di farsi mangiare da un pescecane («o era una balena?»; bien joué, Maicol & Mirco!) si rivela infruttuoso e da lì in poi sarà una sarabanda di reinterpretazioni delle sequenze e dei personaggi collodiani con esiti a volte esilaranti nonostante il sottofondo nichilista che permea l’opera.

Dopo asini che diventano studenti diligenti, zecchini che generano alberi, medici animali di rara umanità e quant’altro Pinocchio troverà a malincuore la sua vera essenza: in un finale un po’ buddista e un po’ ecologista si ricongiungerà con la mamma, che poi è la madre di tutti noi.

Pinocchio – Il bambino che non sapeva dire le bugie non è un fumetto ma un racconto illustrato. Come tale le immagini non sono indispensabili alla sua comprensione. Ci sono dei punti in cui hanno un’importanza maggiore (ma nemmeno lì più di tanto) come l’avvicinarsi delle sagome del Gatto e la Volpe che salvano Pinocchio o la sequenza muta finale nella foresta, ma si può benissimo limitarsi a leggere il testo. E forse il godimento ne trarrebbe beneficio. Lo stile con cui Maicol & Mirco disegnava Vetro Infrangibile su Hobby Comics è solo un ricordo. Anche se quei suoi personaggini erano ameboidi almeno li disegnava con una certa attenzione, li inchiostrava con cura e non lesinava sui retini. Questo suo Pinocchio è invece disegnato con il più moderno stile delle vignette che con rara onestà chiama col nome che meritano: scarabocchi.

martedì 6 ottobre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Star Wars - La Guerra de las Galaxias (1978)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai consolidata ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Star Wars – La Guerra de las Galaxias

Un genere molto frequentato dalla Columba era quello delle versioni a fumetti di film di successo. D’altra parte la casa editrice si era sempre dedicata alla trasposizione a “fumetti” di classici (e assai meno classici) della letteratura, e ho scritto fumetti tra virgolette perché in sostanza si trattava spesso di mettere delle illustrazioni a inframmezzare testi chilometrici. Quando Columba ebbe accesso all’archivio di un distributore cinematografico argentino la sua attenzione si spostò dai romanzi ai più appetibili film, con qualche scelta inaspettata, come certe pellicole italiane che non pensavo fossero uscite dai confini nazionali (ma Oswal mi diceva di aver apprezzato Ettore Scola) oppure opere d’autore e/o molto violente per gli standard dell’editore come Taxi Driver. Garcia Seijas mi raccontava che spesso questi film erano versioni assai improvvisate realizzate basandosi su foto di scena e su un riassunto sommario della trama, che quindi non sempre rispecchiavano del tutto il film, ma così a occhio mi sembra che La Guerra de las Galaxias fosse fedele al materiale di partenza.

In generale non si potrebbe parlare di serie per delle trasposizioni di opere che nascono come autoconclusive, né le tempistiche produttive del cinema permetterebbero una pubblicazione ravvicinata di uno o più sequel (non negli anni ’70, comunque). Ma ci sono delle eccezioni come la saga dei Rocky di Stallone. E anche La Guerra de las Galaxias rientra nella categoria, visto che ne venne pubblicata tutta la prima trilogia filmica. Wood si trovò quindi inconsapevolmente a scrivere il primo episodio di una serie.

Tantissimo tempo fa in un galassia molto, molto lontana i pianeti sono stretti tra due forze in lotta: da una parte il tirannico Impero capitanato da Darth Vader e dall’altra gli Alleati che vi si oppongono. Tra i secondi milita la principessa Leia, che ha sottratto dei piani segreti per un satellite/arma dell’Impero e che per questo viene rapita dalla nave spaziale su cui viaggia dopo un attacco di cui è l’unica superstite. Più o meno: infatti due robot che viaggiavano con lei, l’umanoide Threepio che ha mansioni diplomatiche e il bussolotto semovente Artoo, riescono a scappare con una navetta di salvataggio e finiscono sul pianeta desertico Tatooine (o almeno la parte che ci viene mostrata è desertica). Qui vengono prima rinvenuti “fuori scena” dai locali mercanti Jawas e quindi comprati dal giovane Luke Skywalker, altresì noto come «el caminante del cielo», che si annoia a morte a vivere in quel pianeta con lo zio. Proprio l’acquisto dei due robot gli fornisce occasione per fuggire dalla monotonia: Artoo contiene infatti l’ultimo messaggio di Leia prima di essere catturata, in cui chiede aiuto a tal Obi Wan-Kenobi. Il quale diverrà presto solo Obi Kenobi visto che l’assonanza tra Wan e Juan avrà fatto pensare alla Columba che un “Obi Giovanni Kenobi” potesse sembrare provinciale.

Guarda caso, Kenobi risiede poco distante e andando a cercare Artoo scappato proprio per raggiungerlo anche Luke e Threepio lo trovano. Kenobi conosceva il padre di Luke e gli fornisce la spada laser del genitore. Recapitata la richiesta di intervento al generale Kenobi da parte di Leia, non mi è molto chiaro come tutti capiscano al volo che è tenuta prigioniera proprio nel satellite/arma. Sarà perché Kenobi è un adepto della «Fuerza», un’entità sincretica che non provo neanche a capire cos’è vista l’aura magica che la circonda. Assoldato quindi il pilota (e mercenario e contrabbandiere e chissà cos’altro) Han Solo, il gruppo si getta nelle fauci del lupo e con uno stratagemma riesce a salvare Leia. Kenobi però muore trafitto da Darth Vader – il giovane Luke lo ha distratto in un momento importante del duello a suon di spade laser.

Non è finita qui: sul pianeta Yarvin gli Alleati organizzano l’attacco definitivo al satellite/arma avendone individuato l’unico punto debole. Poco meno di una missione suicida, ma riusciranno nell’intento anche grazie all’aiuto di Han Solo che forse non è quel cinico opportunista che vuole sembrare. Di sicuro ha il suo peso il manifestarsi della Fuerza anche in Luke – o è il fantasma di Kenobi?

Lascio agli appassionati di Star Wars il piacere e/o l’onere di confrontare questa versione con la matrice filmica. Per quel che mi pertiene posso dire che il concetto molto rudimentale alla sua base (il bene assoluto contro il male assoluto) si sposa perfettamente con la poetica di Wood, che con un bel tocco di classe esordisce con una didascalia magniloquente che riprenderà poi alla fine aggiornandola a seguito degli eventi narrati. Non manca nemmeno un pizzico di ironia, anche se così a memoria non saprei dire se c’era già nella versione cinematografica.

Le tavole di Ricardo Villagran sono al solito molto belle, può essere spiazzante vederlo alle prese con astronavi e alieni piuttosto che con guerrieri dell’antichità (Mark era sì fantascienza ma “urbana”) ma lui o il suo studio se la cava bene anche disegnando dettagli tecnici e distese siderali. La somiglianza con gli attori mi sembra azzeccata, nonostante i principali interpreti fossero all’epoca pressoché sconosciuti. Ovviamente le fattezze di Carrie Fisher sono un po’ addomesticate per non rischiare (Enrique Lipsyzc docet) che a voler caratterizzare troppo una donna la si finisca per abbruttire.

Come detto sopra, La Guerra de las Galaxias fu il primo episodio di quella che seguendo il ritmo della trilogia filmica divenne inevitabilmente una vera e propria serie (o miniserie, se vogliamo). Il seguito El Imperio contraataca vide la luce anch’esso dopo un anno dall’uscita ufficiale del relativo film; a curare l’adattamento stavolta furono Fred W. Seymour (cioè Alfredo Grassi) e Simon Gneiss (Eduardo Barreto). Anche El Regreso del Jedi conobbe una sua versione a fumetti su Fantasía ma stavolta la politica della Columba cambiò drasticamente, forse perché George Lucas trovò da ridire sulle versioni apocrife della sua gallina dalle uova d’oro. Del terzo capitolo della trilogia venne infatti pubblicata la versione ufficiale targata Marvel adattata in quattro comic book da Archie Goodman e Al Williamson.

domenica 4 ottobre 2026

Relatos del Nuevo Mundo 23: Expediciones al Pacifico - La Adelantada de los Mares del Sur

Accanto a volumi dal taglio più popolare (cosa che non esclude ampi margini di manovra nei testi) come quelli di Gillon e Fernandez la collana dei «Relatos del Nuevo Mundo» ha presentato opere dalla forte connotazione autoriale come questa: il compianto Carlos Nine aveva una personalità grafica esplosiva e forse poco “potabile” per il grande pubblico. Eppure venne scelto per questa collana che immagino abbia avuto un’amplissima diffusione.

Expediciones al Pacifico narra di come Alvaro de Mendaña (mai coperto) guidò dal Perù varie esplorazioni marittime per ritrovare e colonizzare le isole dove era approdato vent’anni prima, le Salomone. Impresa tutt’altro che facile perché nessuna delle molteplici isole che trova sulle sue rotte si rivelano essere quelle giuste e i rapporti coi nativi sono molto problematici. Al seguito ha la consorte Doña Isabel Barreto e qualche altro uomo fidato, ma il malcontento dell’equipaggio rischia più di una volta di sfociare in ribellione. Per fortuna l’approdo su un’isola vulcanica placa gli animi, peccato che neanche quella sia la meta sperata. E anche quando le cose sembrano mettersi al meglio, ovvero viene fondata la colonia di Santa Cruz, l’indisciplina sfocia nella lotta contro gli indigeni in spregio a quanto imposto da Mendaña. Senza più l’appoggio degli indios di Malope, assassinato, la colonia versa in condizioni drammatiche e una volta morto Mendaña la responsabilità del governo ricade su Isabel, che diventa quindi la Adelantada del titolo.

Non è facile riassumere un’odissea che si svolge dal 1567 al 1596 nella canoniche 46 tavole di un albo alla francese e Jorge Zentner sceglie giustamente di riassumere certe sequenze con didascalie. Non si tratta però di un approccio valvolinico: i testi non si limitano ad accompagnare i disegni ma dialogano con loro. Inoltre molte sequenze sono interamente mute, non mancano parti dialogate e su tutta la storia aleggia la presenza di un narratore misterioso che racconta la vicenda e dice di trovarsi all’interno di un baule. La rivelazione di cos’è mi ha un po’ deluso, ma forse per un lettore spagnolo riveste una certa rilevanza simbolica.

I disegni di Carlos Nine sono una delizia. I suoi corposi e accesi acquerelli e le sue anatomie a volte caricaturali senza mai diventare ridicole riescono a smorzare la drammaticità delle sequenze più cupe in cui la violenza, la fame, la morte o la malattia la fanno da padrone. A causa delle ricordata necessità di sintesi Expediciones al Pacifico si legge piuttosto rapidamente, il che può essere un incentivo a soffermarsi poi con calma sulle vignette di Nine.

Introduzione e «referencia historica» di Roberto Ferrando.

giovedì 1 ottobre 2026

Le serie di Robin Wood inedite in Italia: Nippur (1998)

Oggigiorno è facilissimo procurarsi almeno virtualmente il materiale della Columba, quindi questa ormai consolidata ricognizione sulle serie inedite di Wood è un po’ inutile perché chiunque sia interessato può toccare con mano direttamente il prodotto. Abbiate pazienza, devo pur inventarmi qualcosa per mandare avanti il blog. Diciamo che questa iniziativa potrebbe essere utile a qualche appassionato per decidere se imbarcarsi in download molto pesanti o nella lettura di quelle migliaia di tavole che ha già scaricato.

Nippur

1997: sono passati trent’anni dalla pubblicazione di Historia para Lagash e quindi dalla nascita di Nippur. Ignorando i segnali della crisi che la porterà alla chiusura da lì a pochi anni, l’Editorial Columba azzarda tre iniziative per celebrare il personaggio-simbolo di Wood. Forse più che ignorare i segnali della crisi fu un tentativo di capitalizzare sull’affetto ancora vivo verso un fumetto che in Argentina gode di una popolarità paragonabile a quelle dell’Eternauta, del Sergente Kirk e di Patoruzú. Non lo sapremo mai.

Sta di fatto che su Nippur Magnum Todo Color 116 del febbraio 1997 l’editore illustra entusiasticamente le tre iniziative in programma: il già trattato El Joven Nippur sarà l’unica a vedere la luce in tempo per il trentennale, proprio su quello stesso numero della rivista, ma si rivelerà assai effimera (solo due episodi, su testate diverse e pubblicati a distanza di un anno l’uno dall’altro). Il volume celebrativo Nippur de Lagash Libro Homenaje viene annunciato per luglio o al massimo agosto di quello stesso anno, ma prima tornerà Nippur in una nuova versione: «maturo ma totalmente rinnovato» coi disegni di Walter Taborda. Nessuno dei due progetti giungerà in porto con le modalità e le tempistiche dichiarate: nel gennaio 1998 esce la raccolta Treinta Años de Nippur in cui viene inserita anche questa nuova versione del personaggio, di cui esiste questo solo episodio. Unitamente alla povertà del volume, la cosa sembra deludere i lettori argentini.

Il Nippur che compare in questa sede non corrisponde del tutto all’annuncio: è vero che si tratta di una sua versione matura (uno sketch di Taborda nel libro lo ritrae proprio canuto, scelta poi non mantenuta) ma non è il classico Nippur de Lagash. Quindi il nome cambia di conseguenza: non più Nippur «de Lagash» ma semplicemente Nippur, cioè una serie parallela a quella classica. Si tratta di una dinamica piuttosto comune con i fumetti di successo: ad esempio il protagonista di Marshal Blueberry è sempre Mike Steve Donovan che continua le sue avventure nella classica Blueberry. Cosa ancora più evidente per Tex Willer in relazione a Tex: stesso personaggio ma serie (e anche testata) diversa.

Lo stacco tra la saga classica di Nippur e questa nuova versione è nettissimo. E non solo per i disegni ipertrofici post-Image di Taborda (ma ricordiamoci che lo stesso Wood incitava i disegnatori a esagerare le anatomie). Praticamente non ci sono didascalie e anche i dialoghi sono ridotti al minimo – e resi a volte confusi da un letterista che non sapeva bene dove mettere i balloon. C’è poi una dose di violenza che non ricordavo nella vecchia serie: Nippur spezza l’avambraccio di un guerriero con tanto di ossa rotte e schizzi di sangue in bella vista.

In el puente y la moneda Nippur giunge in uno strano paese stretto nella morsa del freddo e retto da un tizio tenebroso che fabbrica statue d’oro molto realistiche. Mentre il nostro eroe viene ospitato con tutti gli onori un padre disperato chiede all’innominato reggente di restituirgli la figlia. Ora, non è che il fantastico sia mai stato estraneo a Nippur (come nemmeno la fantascienza), qui però forse Wood si è spinto un po’ troppo oltre. E non è che sia stato fedele agli archetipi cui rimanda: secondo tradizione i vampiri non dovrebbero agire di giorno né è così facile ammazzarli con un semplice colpo di spada. La storia è comunque ben costruita, con spunti originali (ma non originalissimi da far gridare al capolavoro) e una doppia cornice che tiene coeso il tutto.

Per un lettore abituato alla vecchia serie deve essere stato un discreto choc, non solo per i disegni di Taborda così lontani dalla tradizione argentina ma anche per il taglio molto asciutto della scrittura di Wood. Come già ricordato, il Nippur classico («de Lagash») tornerà su rivista coi disegni di Ibañez, ma transiterà su Nippur Magnum il tempo di un solo episodio, riservando le due ulteriori apparizioni alla rinata Skorpio, concorrente storica delle riviste della Columba.

Probabilmente è solo suggestione dovuta al fatto di sapere già come sarebbero andate a finire le cose, ma l’atmosfera lugubre di el puente y la moneda sembra tradire la consapevolezza di Wood in merito alla prossima sorte dell’editore.