sabato 13 luglio 2024

Dov'eri finita? Anna - Mei

C’è gente che sostiene i progetti

E a Lucca ritira i fumetti

Io che sfoglio l’Anteprima

Li ordino da lì

Per questo aspetterò

Quel che resta della mia gioventù

I versi immortali di Sergio Endrigo spiegano bene la mia situazione di lettore drammaticamente in ritardo rispetto a chi si muove per tempo. Così vuole la distribuzione, e meno male che questi due fascicoli mi sono arrivati – mesi e mesi dopo averli ordinati ma che ci posso fare?

Dov’eri finita? è un’unica vicenda che si sviluppa da due punti di vista diversi nei rispettivi volumetti. Ovviamente non è un’idea molto innovativa, pensiamo solo a Berceuse Assassine di Tome e Meyer, ma Miryam Di Capo ha sfruttato bene questo artificio. Il mio consiglio è di leggere i due episodi seguendo la numerazione scelta dal CFAPaz, cominciando da Anna (numero 1 della collana Storie del tempo perso, «alias Schizzo 167») per poi passare a Mei, numero 2 «alias Schizzo 168».

Anna è una studentessa a cinque o sei esami dalla fine del suo percorso universitario: non lo sa con precisione nemmeno lei perché si è limitata a seguire le aspettative degli altri senza passione e senza pensare a cosa volesse fare veramente; così adesso si macera nei dubbi sul suo futuro. Un minimo di sollievo glielo dà il disegno, probabile parallelo con la biografia dell’autrice. Un giorno in una sala studio incontra una bella ragazza orientale che proprio il disegno farà avvicinare. Si danno appuntamento in Piazza Maggiore per la sera successiva, proprio quando si svolge una fiera satura di gente che rende impossibile trovare qualcuno a colpo d’occhio. Ormai rassegnata, Anna viene invece raggiunta da Mei.

Come abbia fatto a individuarla lo scopriamo in Mei, che rivela anche dettagli sulla vita della ragazza e sul curioso meccanismo affine al complesso di Edipo che l’ha fatta interessare ad Anna.

Gli anni ’90 sono finiti da un pezzo e nelle 16 pagine di un fumetto moderno non c’è più l’urgenza di raccontare una storia ma di dare sfogo ai propri patemi d’animo e di descrivere con puntiglio degno di miglior causa il mondo interiore dei protagonisti. Il risultato è comunque meno soporifero e più intrigante di molti altri casi, sia per il fraseggio tra le due parti che per la vicenda satellitare della madre di Mei che ho trovato interessante.

I disegni non sono niente male, anche considerando la giovane età dell’autrice e il suo percorso formativo eclettico. Qualche influenza manga, ma nulla di eccessivo. Purtroppo la realizzazione digitale ha portato ad alcune dentellature del tratto una volta in stampa, e nelle ultime pagine di Mei è saltata parte della traduzione di una canzone. O almeno credo sia colpa del computer.

Molto bella la grafica delle copertine.

giovedì 11 luglio 2024

Storie di H. P. Lovecraft

Da quel poco che conosco Nevio Zeccara l’ho sempre considerato quello che si definisce “un onesto professionista” o un “operaio del fumetto”, cioè una di quelle figure che pur non essendo necessariamente scarse non brillano per personalità o manifesta eccellenza del loro lavoro. Testimonianza, in epoche andate, di quanto il fumetto fosse un’industria vera e propria con la necessità di macinare tavole su tavole. La possibilità di vederlo alle prese con materiale con cui si confrontarono mostri sacri come Alberto Braccia, Horacio Lalia e Dino Battaglia mi ha incuriosito molto, tanto quanto la pubblicazione su una rivista, Il Giornalino, che non mi sembrava affatto la destinazione più indicata per gli orrori e le inquietudini del Solitario di Providence. Evidentemente le medesime perplessità devono averle avute gli stessi Paolini, e nella sua introduzione (Guarino e Pollone ne firmano un’altra) Paolo Zeccara avanza l’ipotesi che il padre poté dar seguito alla sua passione per Lovecraft a fronte della sua disponibilità a disegnare qualcos’altro di imposto dalla redazione. I buoni vecchi artigiani del fumetto dei tempi andati, appunto. Comunque nei fatti i racconti qui adattati non sono quelli che presentano le situazioni più manifestamente orripilanti.

Si comincia con La Città sotto i Ghiacci, tratta da (Al)Le Montagne della Follia. Con il suo schematismo, il disegno rende bene la fredda ostilità dell’Antartide e le forme geometriche dei mostri che sfilano nella storia. Nel breve saggio che integra le introduzioni Stefano Franceschini ci fa notare la scelta di Zeccara di ribattezzare il protagonista originale William Dyer con il nome di Robert Angell, tratto invece da Il Richiamo di Cthulhu.

Subito dopo arriva il piatto forte: Il Miraggio dello Sconosciuto Kadath, pensato evidentemente sia per la serializzazione su rivista che per una successiva raccolta nel classico volume alla francese da 46 tavole, con tanto di copertine di prova per un’edizione che poi non si concretizzò. L’ambientazione onirica è molto affascinante ma non è facile tradurre in fumetto una storia del genere, e più che altro Kadath si fa apprezzare per il sense of wonder piuttosto che per l’azione o i colpi di scena, che latitano. Notevoli le mappe, ma praticamente chiunque si sia cimentato con le Dreamlands ne ha prodotte di affascinanti. Tra l’altro io ricordavo che Randolph Carter incontrava tutti i Grandi Antichi, ma forse era un altro racconto. Non ricordo se Pickman compariva effettivamente anche qui o se Zeccara ha imbastito un cross-over con Il Modello di Pickman. Franceschini sottolinea come la destinazione del fumetto abbia portato Zeccara a fornirgli un ulteriore livello assente nell’originale introducendo una certa attenzione ai rapporti umani e alla fratellanza universale. Non possiedo l’autorità per contraddirlo, io però ci ho visto principalmente la celebrazione della determinazione e dell’abnegazione di un uomo che cerca di raggiungere i suoi sogni (in senso letterale) contro ogni avversità e contro il parere sfavorevole di tutti.

Quasi a giustificare la presenza di una storia così particolare per le pagine de Il Giornalino, Zeccara approntò una splash page qui riprodotta in cui lo stesso Randolph Carter introduce Lovecraft spiegando che in occasione del centenario della sua nascita la redazione decise di rendergli omaggio con questa versione a fumetti.

Segue La Casa nella Nebbia, molto suggestiva ma forse poco soddisfacente per i lettori più giovani visto che il nocciolo del mistero non viene approfondito.

Poi I Gatti di Ulthar in cui la scelta di un’ambientazione mitteleuropea un po’ caricaturale può essere stata fatta per smorzare quel poco di inquietante che vi succede.

Infine Il Colore venuto dallo Spazio dove il realismo della ricostruzione dell’America rurale crea un bel contrasto con l’elemento fantastico introdotto dal fenomeno del titolo.

Nelle ultime tre storie, realizzate a distanza di una decina d’anni da Kadath, il tratto di Zeccara si fa più sintetico e io l’ho trovato più elegante, anche se i profili continuano a essere un po’ incerti tra realismo e caricatura.

Purtroppo la stampa non è buona. Meglio di Ipernova, ma peggio di quella di Steve Vandam in cui i software di upgrade delle tavole di cui mi aveva parlato Pollone avevano svolto con efficacia il loro compito.

Mi sembra che le ultime tre storie, forse a seguito dell’ingrandimento a partire da un formato più piccolo, abbiano particolarmente risentito del problema, ma pure Kadath ne ha sofferto, soprattutto a livello di colori che a volte hanno quell’effetto puntinato di quando di salva un’immagine in BitMap con un selezione ridotta di colori (sono consapevole di non aver usato una terminologia ottimale, spero di aver reso l’idea).

Questo almeno per quel che riguarda le tavole a fumetti, ovviamente riprese dalle riviste dove furono ospitate a suo tempo. Con gli “extra” la musica cambia. Eccome se cambia. La possibilità di accedere ad alcune tavole originali superstiti (e bozzetti, e prove per copertine, e illustrazioni…) ne ha permesso una riproduzione perfetta: insieme a ogni singolo tratteggio sono perfettamente visibili anche le tracce di matita e le rare pecette con cui Zeccara corresse o aggiunse qualcosa. Il confronto delle tavole originali con quelle stampate permette inoltre di scoprire gli interventi redazionali de Il Giornalino (fatti in autonomia o demandati all’autore?): sulla rivista si preferì ricorrere a dei balloon sostituendo le didascalie che Zeccara aveva previsto in origine.

Tra il generoso materiale aggiuntivo ho apprezzato due chicche in particolare: la prima è una delle storie brevi del Dottor Omega pubblicate su L’Eternauta (se non sbaglio alcune sono ancora inedite), presentata in virtù della sua atmosfera lovecraftiana – trattandosi di tavole in bianco e nero la resa tipografica è migliore. La seconda è ciò che rimane della versione a fumetti de La Celebrazione, splendidamente realizzata a tempera ma purtroppo rimasta incompiuta e quindi inedita, almeno fino a oggi.

Al di là delle considerazioni sul valore intrinseco (e filologico) dei fumetti e del resto del materiale, è interessante notare come un “profano” abbia interpretato mostri ed entità cui giochi di ruolo e altri fumetti e libri illustrati hanno dato una versione ormai standardizzata – i ghoul non dovrebbero avere gli zoccoli, comunque?

martedì 9 luglio 2024

Soma

È risaputo che in inglese ottenere fumetti si dice “to GetComics”. In inglese, appunto, quindi prodotti spagnoli non è che siano così immediati da ottenere, per quanto il lettore ingenuo possa pensare che la comunanza manghizzata del prodotto ne renda plausibile la diffusione anche attraverso quel canale. E invece no. E allora che fare? La sicurezza che un fumetto si riveli appunto merda manghizzante è indiscutibile, però ci starebbe proprio bene per i Fumettisti d’Invenzione. E vabbè, ci si tura il naso, si apre il portafoglio e alla fine, sorpresa, si scopre un’opera anche abbastanza pregevole. O almeno non troppo disprezzabile pur se si presenta come euromanga.

Soma è una parodia della Guerra dei Mondi di Wells. Le vicende a cui viene dato maggiore risalto sono quelle dello sfigato Juu e soprattutto della sua amica Maya che disegna ormai senza passione un manga con una eroina che pilota un robot dalle sembianze femminili che combatte a ogni puntata contro un mostro diverso ispirato al mondo animale. Grazie alla bandella di sinistra con la biografia di Maya scopriamo che questa serie si intitola Martha Gundam Super e lei ne ha disegnato gli ultimi quattro archi narrativi.

Maya incontra un mostriciattolo dentro una boccia di vetro da cui controllava un esoscheletro: è Soma, disertore dell’armata aliena che sta invadendo la terra e che proprio grazie a Maya sconfiggerà i suoi consimili guerrafondai.

La storia parte come slice of life per poi scatenarsi in un’azione frenetica (non sempre comprensibilissima, a dire il vero) e alla fine diverte o almeno intrattiene con le sue battute, la presa in giro di certi topoi e le citazioni nerd – ma i dadi non possono mostrare contemporaneamente il 3 e il 4!

Forse con Soma Fernando Llor e Carles Delmau non hanno voluto piegarsi docilmente alla colonizzazione culturale giapponese quanto invece fare una parodia di quei prodotti e dei loro stereotipi. Anche i disegni alla fine non sono poi così euromanga ma hanno una loro personalità. Forse la noiosa ripetitività di Martha Gundam Super, lamentata dalla stessa protagonista e dai suoi personaggi, potrebbe essere una critica alle svenevolezze di quel mercato, travestita da omaggio ai nuovi padroni dell’editoria fumettistica mondiale (due terzi dei fumetti venduti in Francia sono manga o supereroi, ha detto il vicepresidente di Média-Participations su CaseMate 180). Se poi il pubblico assuefatto alle minchiate nipponiche si aspetta di trovarne anche qui, lasciamoglielo credere e tanto meglio per gli autori. O così voglio pensare per far tacere la mia coscienza e giustificare l’acquisto di Soma.

Il volumetto è un discreto malloppo di quasi 300 pagine, tra cui 6 di extra con il work in progress. Purtroppo la carta utilizzata smorza un po’ i colori di Eiden Marsal e Helz Eric Morales e non ho capito se nel secondo contatto telepatico tra Maya e Soma i redattori della Gaijin non si siano accorti delle parole in spagnolo («aiuto», «invasione», «sono già qui», ecc.) oppure non abbiano avuto la voglia o i mezzi per tradurle.

domenica 7 luglio 2024

Chi l'ha visto?

Certo, lo so che era stato annunciato che sarebbe passato alla sola distribuzione libraria, e ne avevo appunto ordinati i numeri dopo il 3 in fumetteria – a patto che mantenessero lo stesso prezzo. Ma dopo tre mesi non è ancora arrivato niente: hanno saltato la mia fumetteria oppure la collana è naufragata?

giovedì 4 luglio 2024

Double M 3: Meurtre autour d'une Tasse de Thé

Episodio leggerino ma molto simpatico, con cui Pascal Roman rende omaggio ad alcuni classici del giallo.

La nonna di Mirabelle ha ricevuto una lettera anonima di minacce e così la M femminile della serie chiama quella maschile, Melchior, per farsi dare una mano a indagare. Nei fatti il prode savoiardo è ingaggiato più che altro per spacciarsi per il fidanzato di Mirabelle, cosa che dovrebbe tranquillizzare la nonnina – la quale come hobby ha la scrittura di romanzi gialli insieme alle tre amiche, in cui cercano di inventarsi metodi originali ma efficaci per uccidere le loro vittime. Nel mentre (ma ce ne accorgiamo appena) un killer sta ammazzando delle persone trafiggendole con una spada o una baionetta.

Bisogna accettare il gioco senza farsi troppe domande (per far montare la suspense ci sarebbero volute delle pagine in più) ma l’episodio è frizzante e spassoso, pur con un vago retroterra drammatico che però non tocca le vette delle tragedie sfiorate nei primi due episodi. Le situazioni e le battute inventate da Roman sono divertentissime e il volume rigurgita di citazioni: da Alfred Hitchcock postino che dà l’avvio alla vicenda fino a un sacco di altre strizzatine d’occhio come il giovane Doisnel che fa «I Quattrocento Colpi»…

Però siamo arrivati al terzo volume e Meynet non ha ancora mostrato la sua vera anima. Oltre che caricaturali (ma molto dettagliati) i suoi personaggi in alcune vignette sono disegnati in maniera veramente approssimativa, gli occhi in particolare a volte seguono logiche tutte loro. E poi, una volta caduta a terra, la protesi di un braccio destro diventa quella di un braccio sinistro! Per il tipo di storia questo stile può anche andare e, ripeto, il lavoro è molto curato e dettagliato. Ma la Mirabelle sexy non c’è ancora, se non proprio a volerla intravedere per forza in alcune delle ultime pagine.

Stavolta i colori (ottimi) sono opera di Joëlle Colon.

sabato 29 giugno 2024

Ipernova

Avrebbe potuto essere un’occasione per celebrare e ammirare l’arte di Juan Zanotto. Invece…

Già il primo impatto è infelice: non è stata usata carta patinata, quindi non solo gli splendidi colori di Zanotto risultano smorti ma l’insieme risulta dimesso (se non povero) e fragile.

A questo si aggiunge la scarsa qualità delle riproduzioni. È evidente che non è stato possibile partire dagli originali: la pecetta con cui si segnala la «fine» de La Sacra Reliquia è la stessa identica impiegata dall’Eura nella raccolta dei Supermasters, e ne Il Cacciatore è rimasta l’indicazione «© E. P. C. 1983» che scrisse a mano su L’Eternauta Alvaro Zerboni o chi per lui. La parte a colori del volume è paradossalmente quella meno danneggiata (non vuol dire che non lo sia: certe pennellate sono sparite del tutto) perché il certosino lavoro di tratteggio di Zanotto nelle storie in bianco e nero risulta impastato e smangiucchiato. La cosa dovrebbe risultare evidente anche con le mie scarse doti di fotografo:

Ancor peggio è capitato alla storia Tormenta, che mi sembra fosse stata disegnata ricorrendo almeno parzialmente a una qualche forma di mezzatinta.

Ciliegina sulla torta, forse solo una mia falsa memoria, mi sembrava che il prezzo annunciato del volume fosse di 19,90 euro e non 22. Ma potrei ricordare male io, e comunque non sarebbe di certo il problema più grave. Neanche lontanamente.

Sulle singole storie è inutile se non dannoso soffermarsi: si tratta di racconti brevi e autoconclusivi (a volte esauriti in appena due o tre tavole) basati sul colpo di scena finale, quindi rivelarne troppo vorrebbe dire rovinare la lettura. In generale, e come riportato nel sottotitolo, sono storie di fantascienza scritte da Emilio Balcarce o dallo stesso Zanotto, talvolta con un guizzo ironico in quelle più brevi a colori o con toni drammatici ispirati a suggestioni cinematografiche in quelle più lunghe in bianco e nero. Tra le prime sono rimasto stupito nel non aver visto Garabatos/Scarabocchi, ma in effetti quella variazione sul tema l’aveva scritta Mandrini. Ho notato che La Sacra Reliquia è stata totalmente riscritta, probabilmente dallo stesso Balcarce che forse avrà pensato che, a differenza del pubblico moderno più sgamato, quello di quarant’anni fa non fosse ancora abbastanza abituato a certe suggestioni fantascientifiche da intuire sin da subito chi potesse essere la misteriosa “donna” che sarà rivelata alla fine. Probabilmente per lo stesso motivo, cioè per non anticipare troppo, Contratrampa è stata ribattezzata Ostile.

La parte in bianco e nero è quella che ho gradito di più, visto che delle tre storie di Balcarce non ne avevo letta nessuna – o almeno non lo ricordavo. Originali e a volte crude (le «suggestioni cinematografiche» cui accennavo sopra sono degli evidenti rimandi ad Alien), costituiscono delle parabole tragiche in cui affiorano l’inutilità di un tentativo di redenzione o la superiorità degli elementi naturali sulle tecnologie dei colonizzatori più evoluti dei colonizzati.

Dopo un brevissimo e fulminante flash antimilitarista scritto da Zanotto (quello sì che lo ricordavo) viene ristampato il fumetto omaggio a Hector G. Oesterheld scritto da Bepi Vigna per il volume/catalogo Donde Está Oesterheld? edito da Lo Scarabeo. Gli esiti di stampa sono però quelli che ho mostrato sopra – e oltre a qualche variazione nel testo c’è pure un errore nel lettering ma vabbé.

Alla fine più che ammirare la grandezza di Zanotto la si può solo intuire viste le scelte e le limitazioni cartotecniche di questo Ipernova, di cui la parte migliore è l’introduzione commovente e ricca di aneddoti dello stesso Balcarce (se il volume si intitola così c’è un motivo preciso). Dopotutto un testo scritto non necessita di carta patinata e stampa ineccepibile per essere goduto.

Forse sono ingenuo, ma anche dopo l’acquisizione da parte di un’altra casa editrice mi aspetto il consueto livello nel confezionare i volumi da parte di Alessandro Editore. Tremo al pensiero di come sarà Centaurus, altro volume ordinato di recente.