Probabilmente profittando della prossimità con Halloween, per cui è già previsto il consueto appuntamento annuale, la Panini fa uscire questo volume che raccoglie una miniserie con protagonisti personaggi mostruosi dell’universo DC, praticamente tutti a me sconosciuti.
I militari hanno finanziato il Progetto M, la costituzione di una squadra di esseri sovrannaturali, di cui comunque si azzarda una spiegazione scientifica – almeno in alcuni casi. Sono già succedute diverse altre squadre ma per un motivo o per l’altro sono andate a scatafascio. L’ultima incarnazione testé assemblata contempla un vampiro mercenario dandy, una licantropa attivista di colore e altre due figure assai peculiari: Lucky, una sorta di mostro di Frankenstein già veterano di altre missioni, e una medusa (nel senso di gorgone, non di scifozoo) che invece di pietrificare con lo sguardo ipnotizza e legge i pensieri. Tutti loro sono muniti di un dispositivo che incrementa i loro poteri rendendoli però incontrollabili.
Lo scopo di questa incarnazione del Progetto M è contrastare una misteriosa arma che si sta assemblando in Medio Oriente, una minaccia che soldati o altre tipologie di supereroi non sarebbero in grado di affrontare; il piano terroristico è ordito nientemeno che da Brainiac.
L’assunto di base mi pare sia vagamente originale, anche se immagino che affondi le radici nella storia della DC e tutto sommato è solo una Suicide Squad in salsa horror: la storia orchestrata da David Dastmalchian risponde infatti a tutti gli stereotipi supereroistici. Non mancano gli sviluppi delle relazioni tra i membri del gruppo e l’approfondimento del loro passato. C’è comunque un certo margine di manovra e più che altrove si vedono mutilazioni, ferite esposte, ammazzamenti e (udite udite) persino delle tette, per quanto non con l’evidenza degli altri elementi. Ovviamente tutto si risolve a mazzate e alla fine c’è la beffa di una conclusione che in realtà è solo l’anticipo di una serie o miniserie futura, chissà se poi effettivamente concretizzata oppure assorbita in qualche altra collana.
Il disegnatore Jesús Hervás non sarebbe nemmeno malaccio, però spesso mi è sembrato svogliato preferendo limitarsi a sketch piuttosto che a rifinire i disegni. Il colorista Alex Guimarães è sulla stessa lunghezza d’onda, non fa un lavoro disprezzabile ma ricorre a semplificazioni ed effettini digitali che credevo relegati ai tardi anni ’90 o giù di lì.

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