Anche Mark Waid perde colpi ogni tanto ma quando scrive bene scrive veramente bene e questa miniserie rientra fortunatamente nelle sue prove ispirate. Credo che nel 2010 la Marvel volesse aggiornare la figura di Capitan America presentandolo a un nuovo pubblico.
Fuori dal Tempo introduce infatti un Capitan America scongelato agli inizi del XXI secolo ricalcando però sempre le storie degli anni ’60: i Vendicatori sono quelli originali, c’è lo scontro con l’alieno scambiato per Medusa, ecc. I primi due capitoli sono appassionanti e divertenti, con le inevitabili sequenze in cui Steve Rogers deve raccapezzarsi con tutte le tecnologie moderne e le modifiche della società statunitense. Dal terzo episodio la vicenda prende una piega più seriosa (oltre a fare un panegirico della grandezza degli States fortunatamente limitato a quell’episodio) e l’eroe stelle-e-strisce desidera tornare al 1945 per ricongiungersi con l’amata Peggy e per salvare Bucky – e anche perché adattarsi al nuovo mondo non è facile. Con la macchina del tempo di Reed Richards sarebbe possibile ma sia la comunità dei supereroi che i vertici militari si oppongono al suo proposito e sarà il provvidenziale scontro con Kang, viaggiatore nel tempo, a esaudire il suo desiderio.
La miniserie illustra gli ideali, la psicologia e lo scopo di Capitan America e per quel che posso capirne offre una panoramica molto scrupolosa sulla continuity primordiale della Casa delle Idee. Il tutto potrebbe essere un progetto deciso a tavolino dai vertici della casa editrice, ciò non toglie che la narrazione è molto spigliata con dialoghi accattivanti e nonostante un certo moralismo reazionario (non è che i “bei tempi andati” fossero poi così belli tra razzismo, sessismo, malattie incurabili, ecc.) si legge con piacere. Molto ben architettato il MacGuffin con cui Steve Rogers riesce a farsi recuperare dagli eroi del “futuro” e quindi a sconfiggere poi Kang.
I disegni di Jorge Molina mi hanno fatto inizialmente una discreta impressione ma purtroppo si sono rivelati sin da subito non molto rispettosi dell’anatomia. Non siamo al livello degli sgorbi di McFarlane o Liefeld ma a volte le sue figure sono proprio sgraziate. Non credo che l’inchiostratore Karl Kesel abbia potuto fare molto se alla base ci sono distorsioni anatomiche così marcate. Peccato, con disegni più realistici questa miniserie sarebbe stata un gioiellino.
Non è un caso insomma che sia stato messo Bryan Hitch alle copertine come specchietto per le allodole.

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